Caporetto Inps: il vero hacker è uno Stato poco credibile

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

si fa presto a parlare di smart working, ma se non sono “smart” organizzazioni e strumenti, il tutto diviene semplicemente un simulacro dell’attività lavorativa d’ufficio, svolta da casa, senza alcun valore aggiunto. Il collasso del sistema informativo dell’Inps dello scorso primo aprile, avvenuto sotto la pressione delle tante “istanze” dei titolari di partita Iva per ottenere il bonus dei 600 euro previsti dal d.l. “cura Italia” è la dimostrazione che smart deve essere prima l’organizzazione, poi il lavoro.

Non è giusto, né questi pixel intendono farlo, infierire sull’Inps, caricato da molti anni del compito di erogare fin troppe prestazioni, non tutte per altro coerenti con la missione dell’Istituto e, quindi, certamente con strumenti che “girano” al massimo dei motori.

Sta di fatto che provare a digitalizzare procedure e prestazioni richiede un presupposto imprescindibile: l’analisi preventiva dell’iter, finalizzato a rendere compatibile la gestione con le inevitabili rigidità dell’informatica. Questa è una gran cosa, ma ragiona fondamentalmente in termini “binari”: 1 – 0, sì – no. Per questa ragione, la traduzione in processi telematici di sistemi organizzativi richiede una loro ampia revisione, finalizzata a ridurre gli input e renderli quanto più possibile in modalità “on – off”.

Occorre un cambio di mentalità radicale. Proviamo a pensarci. Se si stabilisce di erogare uno strumento ammortizzatore sociale e del lavoro di carattere “universale”, cioè spettante a tutti soggetti che abbiano le caratteristiche soggettive ed oggettive previste per godere dello strumento, i metodi possono essere alcuni.

Uno è quello che potremmo definire “analogico”: la presentazione della “regolare” istanza (con inevitabile firma “in calce” in “data odierna”) agli sportelli, con tanto di code, file e malumori. È l’esempio dell’erogazione delle pensioni: ancora non si è riusciti a gestirle con accredito automatico per tutti. L’obiezione è: ma non tutti gli anziani sanno utilizzare carte di credito od orientarsi con accrediti on line. Vero: ma soggetti come i Caf o del Terzo settore dovrebbero poter ricevere le autorizzazioni pubbliche ed i mandati privati per fare da tutor a questo scopo, e fare un passo verso la digitalizzazione del Paese molto importante.

In ogni caso: il metodo “analogico” lascia le cose come stanno. Si prevede la misura e si lascia che essa venga erogata se qualcuno la chiede, innescando il moto ondoso della burocrazia: la verifica che la domanda sia pervenuta “entro e non oltre” il termine, sia sottoscritta davvero di pugno, sia stato allegato il documento di identità e qualche autocertificazione (mai farsi mancare le autocertificazioni), siano stati “debitamente” segnati con una “x” i quadrettini connessi alle varie dichiarazioni, dando corso alle istruttorie necessarie; così innescando le ulteriori fasi della comunicazione dell’avvio del procedimento, dell’attivazione del sub procedimento relativo al preavviso di rigetto per le pratiche non in regola, ed aprendosi quindi a lungaggini di vario genere, oltre che al contenzioso connesso alle formalità: per il rispetto del termine “entro e non oltre” il quale deve pervenire la domanda, se si accetta il “recapito” postale cartaceo si tiene conto della data di spedizione o di arrivo? E giù, con cause e sentenze per altro mai concordi tra loro.

Un secondo metodo è quello informatico: si consente sempre la presentazione delle domande, ma per via informatica, con un trattamento informatico. Cosa cambia rispetto al primo sistema? Nulla, solo il modo per presentare la domanda: invece di passare per sportelli affollati o per imbustamenti necessari per la raccomandata A/R, si “affollano” virtualmente gli “sportelli informatici”. Come nel caso dell’Inps. Con la certezza, non solo il rischio, di creare intasamenti, se i destinatari del beneficio sono milioni. E gestire per “regolari istanze” innesca sempre e comunque tutte le altre fasi istruttorie, che non consentono mai tempi realmente immediati.

Il terzo metodo sarebbe quello davvero digitale e smart. La pubblica amministrazione, che possiede tutti i dati anagrafici, fiscali e lavorativi (e in parte anche informazioni sulla percezione di contribuzioni pubbliche) potrebbe erogare le prestazioni direttamente al target di cittadini fissato dalle norme, senza chiedere nessuna presentazione di “regolare istanza”, né analogica, né informatica. La PA sa già chi dispone dei requisiti oggettivi e soggettivi (meglio: dovrebbe saperlo; purtroppo c’è l’immane ricchezza di dati conservati in piattaforme che, però, come sappiamo, non parlano tra loro); invece di scatenare click day e procedure complesse di istruttoria e connessi contenziosi, basterebbe accreditare il beneficio direttamente a tutti. Magari dando, prima dell’accredito, qualche giorno non presentare istanza di ottenerlo, ma segnalazione di non volerlo. Con riserva, ovvia, da parte della PA di verificare ex post il permanere dei requisiti in capo ai destinatari.

In questo modo gli input ai sistemi sarebbero molto minori e l’attività più immediata e diretta, per altro priva della talvolta ipocrita abitudine a scaricare sui beneficiari le responsabilità mediante l’espediente dell’autocertificazione. Insomma, casi come quello del primo aprile 2020 non si ripeterebbero.

Cero, se però le strettoie, analogiche o informatiche che siano, servono perché in effetti, sebbene lo strumento di ammortizzatore o di erogazione di risorse è qualificato universale ma le risorse previste non consentono di attribuire la misura all’intera platea e, quindi, si pretende di presentare la “regolare istanza”, nella speranza che molti non lo facciano e che molte domande siano respinte, così da non andare oltre il plafond del finanziamento. Se così è, non è più questione di organizzazione, digitalizzazione, metodo smart: è questione irrisolvibile.


Come sempre, Luigi coglie il punto: non bisogna mai scordare che l’assalto al sito Inps nasce dal timore, già confermato in passato, che la scarsità di risorse avrebbe determinato un “razionamento” ed una selezione per ordine cronologico dei beneficiari, come già visto nelle aberranti situazioni dei cosiddetti click day, che sono la manifestazione tangibile della bancarotta di uno stato di diritto. Prima di invertire la filosofia dei processi, da “istanza dal basso” ad erogazione dall’alto supportata da banche dati pienamente comunicanti, cioè da opt-in a opt-out, serve avere uno stato che abbia la moralità di attuare ciò dispone. Perché la credibilità è alla base della reputazione e della coesione sociale. Uno stato che gioca a fare il treccartaro produrrà solo sudditi diffidenti e treccartari. (MS)

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