Chi trova un nonno, trova un bonus

Nonna e nipoti scaled

di Vitalba Azzollini

Continuano gli “effetti speciali” per stupire categorie di cittadini vari. Dopo il voucher per le donne aspiranti manager, arriva quello per i nonni (o parenti a scelta) sotto forma di “bonus baby sitting”. In buona sostanza, un atto di affetto, gratuito per definizione, reso nell’ambito di una delle relazioni familiari più solide – quella tra nonni e nipoti – viene ricondotto nell’alveo dei rapporti di lavoro, che invece esigono un compenso monetario.

Ed è proprio sulla “gratuità” che interviene la circolare dell’INPS n. 73/2020, sancendo, ai fini della fruizione del bonus,

[…] la non applicabilità del principio di carattere generale della presunzione di gratuità delle prestazioni di lavoro rese in ambito familiare, salvo si tratti di familiari conviventi con il richiedente e, ovviamente, di soggetti titolari della responsabilità̀ genitoriale…

Meglio chiarire subito di cosa si sta parlando, per valutarne poi gli effetti. Il decreto-legge n. 18/2020 (“Cura Italia”), a seguito della sospensione dei servizi per l’infanzia e delle attività nelle scuole, ha disposto per l’anno 2020, a partire dal 5 marzo, uno specifico congedo parentale per un periodo di 15 giorni, per i figli di età non superiore a 12 anni; in alternativa al congedo, ha previsto la fruizione di un bonus – quello in esame – per l’acquisto di servizi di baby-sitting.

Successivamente, il decreto-legge n. 34/2020 (“Rilancio”) ne ha aumentato l’importo e ha introdotto l’alternativa dell’iscrizione a centri estivi e servizi integrativi per l’infanzia. La somma viene accreditata tramite il cosiddetto Libretto di famiglia, seguendo le istruzioni fornite dall’INPS, e può anche essere richiesta in via retroattiva, per prestazioni già fruite. 

Pertanto, il bonus baby sitting dovrebbe contribuire a coprire le spese sostenute per l’accudimento dei figli nel periodo di chiusura delle scuole. Dunque, esso non avrebbe senso, cioè non dovrebbe essere percepito, se chi bada ai bambini non riceve alcun compenso, perché lo fa spontaneamente o comunque sulla base di un rapporto affettivo («affectionis vel benevolentiae causa»): come i nonni, appunto.

Ma l’INPS supera il non-senso e, pur di consentire la fruizione del bonus anche a chi non spetterebbe, permette di qualificare come rapporto di lavoro anche ciò che lavoro non è (a condizione che non vi sia convivenza, che escluderebbe tale rapporto in automatico). E, così facendo, l’Istituto di previdenza supera anche se stesso, perché finora aveva sempre teso a privilegiare la prevalenza del legame familiare rispetto a quello lavorativo. 

È difficile immaginare i nonni come prestatori di lavoro quando accudiscono i propri nipoti, eppure è facile immaginare come il bonus sarà esaltato nei talk show: si dirà che finalmente viene riconosciuto il valore della loro opera nell’ambito della famiglia. E ciò non è sbagliato: il ruolo attivo dei nonni nell’affidamento dei nipoti fino a 13 anni li coinvolge nell’86,9% dei casi, soprattutto mentre i genitori lavorano, ma anche nei momenti di emergenza, quando il bambino è malato, durante i periodi di vacanza. Più specificamente, se entrambi i genitori sono occupati, i nonni si prendono cura dei nipoti «nel 60,4% dei casi quando il bimbo più piccolo ha 2 anni; nel 61,3% quando ha da 3 a 5 anni e nel 47,1% se più grande. Valori che superano il 65% nel caso del Mezzogiorno».

L’importanza di familiari che assistano i figli di genitori che lavorano emerge anche dagli ultimi dati resi dall’Ispettorato del Lavoro: la motivazione più ricorrente in caso di dimissioni è «la difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole (…), in percentuale pari a circa il 35% del totale», e tale motivazione è spiegata con la «assenza di parenti di supporto» in circa il 27% del totale dei casi. 

E allora perché criticare l’estensione del bonus baby sitting a copertura dell’attività svolta da nonni e parenti vari? Perché, non solo – come detto – lo Stato, tramite un soggetto pubblico di cui si avvale, consente di qualificare come rapporto di lavoro a titolo oneroso un legame che per i privati ha tutt’altra valenza; ma, ciò che è peggio, autorizza la distorsione di tale legame al solo scopo di trovare un pretesto per erogare soldi pubblici – come se ce ne fossero in abbondanza – senza alcun progetto o obiettivo da perseguire che non sia il mero assistenzialismo, cioè per sfoggiare prodigalità verso la categoria discrezionalmente prescelta.

A questa affermazione sarebbe facile obiettare che non è obbligatorio per i cittadini “snaturare” una relazione familiare e, quindi, basta che essi non chiedano il voucher per i nonni, se questi ultimi badano ai nipoti senza corrispettivo, ma solo per affetto. Ma, come diceva Oscar Wilde, «l’unico modo per resistere ad una tentazione è cedervi», ed è presumibile che cederanno molti di quelli che ricorrono gratuitamente ai nonni per l’accudimento dei propri figli.

E ancora più facile sarebbe dire che la relazione affettiva resta impregiudicata, ma ora viene pure retribuita: o è affetto o è lavoro, delle due l’una. Il cerchiobottismo italico non può sempre aggiustare tutto, giustificando anche l’erogazione di un sussidio che finisce per restare privo di una causale. E non basta: il suddetto bonus, spacciato per misura equa, in quanto tesa a riconoscere il “lavoro” svolto dai nonni per i nipoti – come detto – non appare equa almeno da un duplice punto di vista.

Innanzitutto, siccome non è pensabile che i nonni comincino a svolgere a titolo oneroso ciò che hanno sempre fatto per affetto, quindi gratuitamente, l’importo del voucher sarà forse intascato dalle famiglie che hanno la fortuna di disporre di nonni, mentre sarà speso da quelli che davvero dovranno acquistare e pagare servizi di baby sitting perché non hanno nonni su cui contare. Quindi, la misura sortirà l’effetto di sfavorire ingiustamente i secondi rispetto ai primi.

Se, invece, l’importo del bonus fosse davvero girato dai genitori ai nonni per l’attività di accudimento, questi ultimi vedrebbero aumentare la già elevata spesa pubblica a proprio favore: perché, com’è noto, l’Italia è uno dei Paesi dove più alto è il costo delle pensioni, in quanto più bassa di altri Paesi è attualmente l’età di pensionamento effettiva e ove i giovani risultano maggiormente penalizzati (Quota 100 docet).

In conclusione, si potrebbe parafrasare un noto detto, affermando che chi trova un nonno trova un tesoro, anzi, un bonus. Oltre alle ragioni sopra esposte, afferenti al piano razionale, non sarebbe stato meglio che la preziosità di un legame che si dispiega su un piano affettivo non venisse inquinata dalle logiche politiche acchiappa-consenso che pervadono tutto il resto?

Foto di Aline Dassel da Pixabay

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