Povertà sconfitta, licenziamenti licenziati

Quando editti e decreti contro la realtà accentuano la sperequazione tra chi sta bene e chi se la passa male, benvenuti nell'Assurdistan italiano

Oggi su Repubblica, un commento di Tito Boeri analizza il provvedimento di blocco dei licenziamenti economici, che il M5S vorrebbe prorogare incondizionatamente al 31 dicembre (col sostegno dei sindacati), e spiega a cosa si rischia di andare incontro con queste misure di cristallizzazione dell’esistente. Spoiler: ad imbalsamare un organismo che si sta decomponendo.

La premessa è che l’Italia è l’unico paese ad aver adottato questa misura estrema ed estremistica, al grido “nessuno perderà il posto di lavoro” (ricordate?). Che poi, quello slogan si è rivelato una crudele beffa, vista la strage di posti di lavoro a tempo determinato che si è prodotta in questi mesi. Ma questi non sono licenziamenti, almeno non in senso letterale, quindi tutto bene.

Boeri segnala anche un altro effetto perverso che sarà prodotto dall’imminente cosiddetto Decreto agosto. Il governo pensa di offrire una decontribuzione totale alle aziende che riporteranno al lavoro i propri cassintegrati. Misura vagamente simile a quanto previsto nel Regno Unito dal Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak. Nel caso britannico, però, si tratta di 1.000 sterline in somma fissa, condizionata all’impegno a non licenziare sino al prossimo febbraio. Da noi, invece:

Combinata con il blocco dei licenziamenti, questa misura senza precedenti (gli sgravi contributivi concessi negli ultimi anni erano sempre vincolati a nuove assunzioni) è un regalo inaspettato alle imprese che avrebbero comunque smesso di utilizzare la Cassa. Come documentato da Inps e Banca d’Italia, sono molte le aziende che hanno utilizzato la CIG anche in presenza di fatturato stabile o in espansione. Ora queste imprese, che hanno di fatto approfittato della crisi per abbassare il costo del lavoro, si vedranno riconosciuto un ulteriore bonus senza fare nulla. Le aziende che vivono, invece, un calo del loro fatturato, vigente il blocco dei licenziamenti, non potranno mai rinunciare alla Cassa Integrazione e quindi non avranno lo sgravio.

Si tratterebbe, quindi, di una sorta di polarizzazione perversa tra aziende: quelle che non hanno avuto problemi, che potranno godere di un continuo abbattimento (improprio) del costo del lavoro; e quelle che hanno effettivamente subito contrazioni di fatturato, che resteranno incastrate nella tenaglia della crisi. Incentivi perversi producono aberrazioni, di solito.

La cosa che pare sfuggire al governo è che le assunzioni sono legate ai licenziamenti. Se blocchi i secondi, anche le prime si arrestano. In altre parole, è stato deciso il divieto di assunzioni, oltre a quello di licenziamenti. Boeri stima inoltre che circa i due quinti dell’ulteriore scostamento di bilancio, pari a 25 miliardi, andranno a finanziare questi interventi di ingessatura del mercato del lavoro a mezzo di una vera e propria esplosione di norme aggiuntive, che produrranno caos burocratico, con le loro casistiche multiple, da normare e disciplinare, e con le interpretazioni autentiche che da esse discenderanno. Non male come “semplificazione”:

E sappiamo già come andrà a finire. Di fronte ai ritardi nell’applicazione di norme complicatissime (cosa vuol dire smettere di utilizzare la CIG? rinunciare alle autorizzazioni già ottenute? come? fino a quando?), saranno gli stessi autori di queste mostruosità normative a prendersela con le burocrazie.

Quali soluzioni, quindi? In prima battuta, limitare il divieto di licenziamento alle aziende che tireranno la cassa Covid. In altri casi, usare la Naspi, eventualmente potenziata con parte delle risorse che stiamo immolando sull’altare di questa operazione di imbalsamazione della decomposizione.

Leggi anche: Il lavoro al tempo del Covid, e oltre

C’è una risposta anche per chi, correttamente, arriverà ad obiettare che, in un momento come questo, è piuttosto difficile, per usare un eufemismo, che il mercato del lavoro riassorba i licenziati. Vero, mi sentirei di convenire. Ma questa non è comunque una motivazione per ammazzare le imprese che sono ancora in piedi, alimentando la sperequazione di cui sopra, in cui ci saranno pochi fortunati imprenditori che godranno di sostanziali abbattimenti del costo del lavoro pur essendo poco o nulla danneggiati dalla pandemia. Accelerare i concorsi pubblici già programmati è comunque un modo per creare occupazione.

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I casi di vera e propria truffa, quelli in cui le aziende mettono in cassa lavoratori che continuano a lavorare da casa, andranno indagati e perseguiti. Ricordando però due cose: che gli agenti economici rispondono ad incentivi (qui si direbbe “l’occasione fa l’uomo ladro”) e che è sempre meglio prevenire che reprimere, cioè è preferibile disegnare incentivi che siano almeno non perversi, se proprio non riusciamo a crearne di razionali e virtuosi. Anche la buonanima di Max Catalano ve lo avrebbe confermato.

Boeri chiude un articolo a tratti molto polemico, come può esserlo quello di chi si svegli una mattina e si ritrova in Assurdistan, chiedendo al segretario della Cgil, Maurizio Landini, di definire il “nuovo modello di sviluppo” di cui egli fantastica di continuo, anche rispondendo a chi gli chiede l’ora. Temo sia tempo perso o, al più, la risposta sarà “i soldi si vanno a prendere dove ci sono”, altro noto cavallo di battaglia di Landini.

Nel frattempo, prepariamoci a San Silvestro:

[…] di fronte alla prospettiva di un’ondata di licenziamenti a inizio 2021, si troverà un qualche escamotage per rendere strutturale un provvedimento che renda da noi impossibile licenziare come in Nord Corea prima delle riforme economiche del 2014.

È così: dopo aver abolito la povertà, abbiamo licenziato i licenziamenti. Fa tutto parte dello sperimentalismo ed eccezionalismo dell’Italia, quel paese che combatté valorosamente a mani nude contro la realtà.

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