Il PADRE Plan e i figli dell’ingegner Cane

In Italia (e dove, sennò?) torna di moda un geniale piano per far sparire l'eccesso di debito che sarebbe piaciuto a Paolo Villaggio e all'Ingegner Cane

Come sin troppo facilmente prevedibile, le dichiarazioni del presidente dell’europarlamento, David Sassoli, che ha giudicato la “cancellazione del debito” comprato dalla Bce durante la pandemia “un’idea interessante” (sic), hanno prodotto il solito formicaio impazzito nel paese che ha deciso di fallire ma divertendosi come alle decadenti feste romane che Jep Gambardella tanto amava. Ed è subito stato allestito l’angolo dell’ingegnere finanziario per disperati.

Motivo per cui oggi vorrei tornare molto rapidamente su una proposta di alcuni anni addietro, di cui in Europa nessuno ha pressoché mai discusso ma che qui da noi, per evidenti motivi, ha tenuto banco al chioschetto per parecchio tempo e che ora sta vivendo una seconda primavera, spinta da qualche economista di spiccata sensibilità sociale, di quelli con foto profilo social in cui guardano l’orizzonte con sguardo pensoso ma sereno e fattivo. Di che si tratta? Di una ristrutturazione dei debiti pubblici nazionali ma politicamente fattibile e percorribile, come indica il suo stesso suggestivo acronimo.

Parliamo del PADRE Plan, dove Padre sta appunto per Politically Affordable Debt Restructuring in Eurozone, una proposta del 2014 di Pierre Pâris e Charles Wyplosz. In un momento in cui era ancora vivo il ricordo degli sconquassi causati dalle corse a liberarsi del debito dei paesi dell’eurozona più fragili, come l’Italia, serviva al contempo creare un debito comune dalla porta di servizio, che tuttavia non fosse mutualizzato e con meccanismo tale da rassicurare i paesi fiscalmente virtuosi circa il mantenimento della disciplina da parte di quelli più spensierati. E che quindi non si attaccasse al lavoro dei dentisti tedeschi e olandesi.

Vaste programme ma il PADRE Plan rispondeva a tutto, secondo i suoi ideatori. Motivo per cui ve lo riassumo. Una agenzia europea, la Bce o il MES, ricompra parte dei debiti pubblici nazionali, in proporzioni predeterminate, ad esempio la quota di partecipazione al capitale della Bce. Dove trova i soldi per il riacquisto? Indebitandosi sul mercato. A quanto ricompra il debito pubblico nazionale? Al valore nominale. Cosa ottiene in cambio dai paesi a cui riacquista il debito? Pari valore nominale di uno strumento perpetuo e infruttifero.

Nella proposta originaria, la Bce si sarebbe indebitata per sottoscrivere strumenti infruttiferi, quindi avrebbe avuto un costo pari alla differenza tra zero e il costo del suo debito. All’epoca i tassi negativi non erano ancora parte del panorama, quindi è verosimile che oggi lavoreremmo su ipotesi differenti. Come che sia, questa differenza negativa tra tassi sarebbe stata addebitata ai singoli paesi, in sottrazione del reddito di signoraggio. Questo era il costo previsto. Nessun problema, per i proponenti, il fatto che la Bce sarebbe potuta finire a operare con capitale negativo Ehi, in fondo è una banca centrale, può creare moneta dal nulla, no?

E sin qui, tutto molto bello. Non monetizzazione ma operazione di concambio, per definizione non inflazionistica, oneri ripartiti pro rata sui singoli stati, nessuna forma di mutualizzazione. Il moto perpetuo, in pratica. Ecco il motivo per cui, oggi, alcuni prestigiosi economisti nostrani dallo sguardo lungo e dalla serena consapevolezza sociale l’hanno rispolverata. Alla costruzione manca però l’elemento decisivo, o meglio la proposta lo contemplava ma i nostri economisti sociali non ne parlano, forse perché si tratta di un aspetto scomodo o forse perché si tratta dell’elemento che ci riporterebbe alla casella di partenza, dimostrando indefettibilmente che l’operazione sarebbe solo una partita di giro, pure più dolorosa in caso la situazione sfuggisse di mano.

Di che parlo? Del sistema delle sanzioni, amici. Eh, nella vita ci sono anche quelle, sapete? E spesso si abbattono sui cercatori di scorciatoie, prendendoli a ceffoni. Motivo per cui, ecco le sanzioni del PADRE Plan. In primo luogo, mantenere il piano di stabilità, per preservare la rettitudine fiscale. Poi, sappiamo che la ristrutturazione del debito è processo doloroso e che richiede sangue, sudore e lacrime. Come è possibile invece averne una versione in apparenza indolore, qui? Semplice: perché l’azzardo morale verrebbe perseguito.

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Era infatti prevista una soglia di indebitamento post concambio da non superare. Immaginiamo, come da proposta originale, che il nuovo rapporto debito-Pil scenda al 45%. Ci attacchiamo un 10% di sicurezza, per consentire manovre anticicliche in recessione. Se il debito eccede la soglia aumentata, cresciuta al 55%, ecco che la Bce chiede al governo del paese deviante di farsi dare debito pubblico nazionale, restituendo quello perenne infruttifero. Richiesta che arriva nel peggior momento possibile per il debitore, visto che i rendimenti sul debito domestico del paese deviante saranno nel frattempo aumentati proprio a causa dello sforamento.

Morale: si torna al via, e anche peggio, visto che il PADRE Plan finirebbe ad amplificare lo shock per i paesi incapaci di ridurre il debito nell’unico modo sano possibile: con la crescita.

Quindi, sì, il PADRE Plan è come il “famoso” Wolfson Prize, quello che molti anni addietro premiava il genio che sarebbe riuscito a trovare il modo per uscire dall’euro durante un weekend di pioggia, senza farsi notare e senza passare da uno scranno nel parlamento italiano, ad usum gonzini. Una boiata pazzesca.

Restiamo quindi in attesa di successive elaborazioni da parte delle nostre menti migliori per cancellare neutralizzare il debito pubblico pandemico. Voi però nel frattempo non trattenete il respiro, neppure se foste parenti di Enzo Maiorca. Promesso?

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