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Il post-cast: Brexit, la fine dell’inizio

Boris e la versione dello Stato innovatore

È fatta: dopo 47 anni di quello che Boris Johnson ha definito “esperimento”, cioè l’appartenenza alla Ue, da Capodanno il Regno Unito è libero di affrontare il mare aperto. Non una improbabile indipendenza, che non esiste nei rapporti tra Stati, ma una nuova interdipendenza. Il Regno Unito ha fatto molto per la nascita del mercato unico europeo, con la stessa Margaret Thatcher, promuovendo la rivoluzione dei voti europei a maggioranza qualificata anziché all’unanimità, ma poi si è ritratto, terrorizzato all’ipotesi del super-stato federale europeo e dei suoi valori “sociali”.

In un editoriale comparso il primo gennaio sul Telegraph, Johnson spiega, nella sua prosa accattivante, il grande successo del negoziato e il futuro luminoso che attende il Regno. In esso, la narrazione punta all’obiettivo di un Regno Unito che si ponga alla frontiera dell’innovazione tecnologica globale, una sorta di “potenza della scienza”. Addirittura, il concorrente della Silicon Valley americana e del “delta delle Fiume delle Perle” cinese.

Come usare gli aiuti di Stato

Da questa visione emerge l’uso degli aiuti di Stato nella concezione del governo britannico: quello dello Stato innovatore. In coerenza con tale visione va considerata la nuova regolazione dell’immigrazione, con un sistema a punti. Da questa tensione ed aspirazione alla leadership scientifico-tecnologica globale, deriverà la crescita e le risorse per l’operazione di “livellamento verso l’alto” del Regno Unito, cioè la lotta alla povertà e alla marginalità delle zone britanniche (o meglio, inglesi del Nord) che sino alle scorse elezioni votavano per i Laburisti, creando la “muraglia rossa”, divenuta oggi blu grazie a Johnson e alla sua “socialità“.

Questa è la cornice narrativa e programmatica della Brexit. Ho qualche dubbio a ritenere credibile che l’appartenenza alla Ue sia elemento di freno all’innovazione scientifica e tecnologica, comunque. Né credo che la disciplina comunitaria degli aiuti di stato abbia impedito a paesi come la Germania di crescere. Ma se questa è la versione che Johnson ha deciso di vendere ai propri connazionali, figlia di una nostalgia imperiale del Regno Unito che in me suscita un misto di tenerezza e tristezza, e sia.

I fatti giudicheranno, i bugiardi e i faciloni saranno smascherati. Di certo, meglio una narrazione che vede gli aiuti di Stato come volano dell’innovazione di una (quella italiana) che li considera il mezzo per salvare aziende decotte e settori in declino strutturale, sprecando risorse e bloccando la dinamica produttiva dell’economia. E meglio la decisione di rendersi “indipendenti” da una comunità di stati che quella di usare tale comunità come il comodo alibi e capro espiatorio per il proprio reiterato fallimento, che è esclusivamente auto-inflitto. Saranno i fatti a dire se il Regno Unito ha comunque imboccato, al netto della retorica, un futuro italiano. Buon ascolto.

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