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Il futuro italiano del Regno Unito

Ieri, il Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, ha presentato al parlamento britannico il programma di revisione di spesa che è importante non tanto per i numeri immediatamente coinvolti quanto per la presa d’atto che, sul piano economico, il peggio deve ancora arrivare. E il Regno Unito dovrà fare i conti -letteralmente- con le proprie preferenze in termini di livello e composizione della spesa pubblica.

Quest’anno, secondo le previsioni dell’Office for Budget Responsibility, il Pil britannico si contrarrà dell’11,3%, peggior crollo dal 1709. In quest’anno fiscale il deficit raggiungerà i 394 miliardi di sterline, il 19% del Pil. La ripresa, secondo lo scenario di previsione centrale, sarà lenta e produrrà cicatrici: nel 2025 l’economia britannica sarà più piccola del 3% rispetto alla previsione dello scorso marzo. Ciò significa un buco di entrate fiscali pari a 30 miliardi, che va colmato.

Il controllo di spesa verrà attuato soprattutto bloccando gli aumenti salariali previsti per i pubblici dipendenti, con l’unica eccezione di quelli della sanità e delle qualifiche più basse (inferiori a 24 mila sterline annue). Viene aumentato il salario minimo nazionale del 2,2%. Gli aiuti alla cooperazione internazionale verranno limati dallo 0,7% allo 0,5% di un Pil peraltro già fortemente ridimensionato. Risorse così recuperate: 4 miliardi di sterline, l’esatto importo che sarà destinato al sostegno aggiuntivo alla disoccupazione. Sunak aggiunge inoltre alla spesa pandemica altri 55 miliardi di sterline per il prossimo anno finanziario.

I comuni avranno più margini finanziari nella misura del 4,5%, potendo agire sulle imposte locali. Dal versante della spesa, il prossimo anno fiscale verranno liberati 27 miliardi di sterline per progetti infrastrutturali (fisici e digitali). Nei giorni scorsi, Boris Johnson ha annunciato un investimento extra di 24 miliardi di sterline in quattro anni sulla Difesa, per ammodernamento tecnologico centrato sul cyber warfare, e la creazione di un’agenzia nazionale per l’intelligenza artificiale.

Senza contare le solenni promesse elettorali del famoso level up, cioè l’investimento per risollevare le sorti delle regioni depresse del Nord, strappate ai laburisti, che hanno fatto dei Conservatori un partito diverso dalla tradizionale iconografia anti-spesa pubblica. Al momento, 4 miliardi di sterline sono stati allocati al relativo Fondo. Ovviamente devono aumentare, e di molto.

Sunak sta facendo ciò che ora va fatto, in termini di spesa: sostegno ai redditi durante una pandemia, pur consapevole che “non si potranno salvare tutti i posti di lavoro”. Aver annunciato al paese che l’emergenza economica vera comincia solo ora, è tuttavia un messaggio adulto, a differenza di quanto si sente e legge “altrove”, dove si susseguono gli annunci di un futuro così luminoso da richiedere gli occhiali da sole, anche grazie “ai soldi dell’Europa”.

Veniamo al punto politico e alla scelta su cosa fare e cosa essere. Sunak, e non solo lui, è ormai certo che ridurre il debito solo con la crescita non basterà, e serviranno quindi aumenti di imposte. Non a caso, negli ultimi giorni sono state messe informalmente in circolazione ipotesi di accorpamento della tassa sui capital gain all’imposta sul reddito. In tal modo, si scambierebbe una cedolare secca con un sistema di aliquote progressive.

Subito è iniziato il fuoco di sbarramento contro l’ipotesi, basato soprattutto sugli ostacoli alla cessione d’impresa e al passaggio generazionale, più che sull’avversione a tassare ad aliquota marginale le plusvalenze di borsa. Lo stesso problema sollevato dal Mittelstand tedesco negli ultimi mesi, che oggettivamente ha basi di criticità.

Il punto dirimente è: il Regno Unito è socialmente e politicamente pronto a “saltare di livello” nel peso dello Stato sull’economia, e alzare di conseguenza spesa pubblica e tassazione rispetto al Pil? Il crollo del Pil, durante la pandemia, ha fatto schizzare l’incidenza della spesa pubblica ad uno scioccante (per i britannici) 56%, contro il circa 40% pre-pandemia. Per un francese o un italiano quel numero sarebbe un non evento, per un britannico è differente.

Giungerà quindi il momento delle scelte: alzare le tasse per finanziare un welfare più strutturato, al netto degli strascichi di pandemia, oppure la reazione andrà sempre e solo in direzione di tagli di spesa? Forse vi sfugge la criticità di questo passaggio epocale nella “scelta del menù”, ma spero di no. Il fatto che il manifesto elettorale conservatore che ha portato Johnson al 10 di Downing Street parlasse di triplo no ad aumenti di imposte dirette, indirette e contributi sociali, è lì a testimoniare la difficoltà della scelta.

Per evitare nuove tasse i britannici prenderanno una strada “italiana”, fatta di blocco del turnover nella pubblica amministrazione, con conseguente invecchiamento del personale che assai poco si concilia con la spinta all’ammodernamento tecnologico? Il blocco delle retribuzioni pubbliche non è peraltro una novità: l’ex Cancelliere George Osborne lo ha attuato in vario grado, negli scorsi anni.

Su quali altri capitoli di spesa seguire una strada “italiana”, quindi? Sull’adorato sistema sanitario nazionale, che tanto peso ha avuto nel referendum sulla Brexit, grazie ad una comunicazione truffaldina? Sulle pensioni, che godono di un sistema di indicizzazione tra i più generosi al mondo, col triple lock, che le rivaluta ogni anno del maggiore tra aumento dei salari, del Pil o della costante 2,5%?

Sugli investimenti, di innovazione e riduzione delle disparità regionali, il governo Johnson non deflette, almeno per ora. Premesso che di tali investimenti servirà ovviamente valutare efficacia ed efficienza, chi può escludere il loro sacrificio sull’altare di manifesti elettorali “no new taxes“, negli anni a venire? Peraltro, con un partito conservatore sdoppiato: uno nel Nord dell’Inghilterra, più sociale, ed uno a Sud, più fiscalmente conservatore. Ah, e le crescenti pulsioni autonomiste secessioniste, non solo scozzesi ma anche nord irlandesi.

Ora, a tutto questo, aggiungete una Hard Brexit, tema che ho volutamente lasciato in coda. Ho la crescente sensazione che tra Londra e Bruxelles si troverà l’ennesimo accrocchio dilatorio, ma posso sbagliarmi.

Ma anche ipotizzando che il Regno Unito si scopra più sociale e socialista, oltre che immaginando una gestione degli investimenti pubblici più mirata e meno simile all’incrocio tra un rito voodoo e una adunanza di cupole mafiose per spartirsi gli appalti pubblici, e volendo porre la comparazione con l’Italia, non scordate che loro partono comunque da un livello di spesa pubblica che è nettamente inferiore al nostro: oltre dieci punti percentuali. Quindi no, non c’è modo per noi di dire “facciamo come i britannici” senza farsi spuntare un bel naso rosso di plastica.

P.S. Come i più intuitivi tra voi avranno notato, pare che nel menù di scelte a disposizione del Tesoro britannico non figuri la monetizzazione del deficit per mano della banca centrale. Per i clown, si attrezzeranno.

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