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Cercasi salvatore per la Ue in centrifuga

Che l’attuale presidente del consiglio italiano goda di ottima stampa internazionale è un dato di fatto. Qualcuno potrà leggere la cosa come la “solidarietà” dei poteri forti a un proprio esponente che ha accumulato grande prestigio sul campo negli ultimi lustri. Altri, sul piano domestico italiano, rosi da forme prepolitiche di invidia e spesso intenti a coltivare propri campioncini immaginari, che saranno spazzati via alle prossime elezioni, batteranno la logora grancassa del “complotto” e della democrazia sotto tutela per spiegare i ricorrenti collassi del sistema partitico italiano. Oggi commentiamo invece sul ruolo di Mario Draghi in Europa, in un momento di transizione carico di incertezza.

Su Bloomberg, un editoriale di Rachel Sanderson si chiede se Draghi possa essere “il nuovo volto d’Europa” post Merkel e giunge alla conclusione che è prematuro pensare a qualcosa del genere. Draghi, scrive Sanderson, “sta guidando la narrazione della rinascita economica europea post-covid”. Non sono certo di concordare. Il premier italiano è all’origine la narrazione della rinascita economica italiana ma, come egli stesso conferma, al momento siamo al rimbalzo rispetto agli abissi del 2020.

Europa schiacciata dai blocchi

Serviranno altri riscontri e altri momenti della verità, per capire se l’Italia riuscirà ad aumentare strutturalmente il proprio potenziale di crescita. Questo realismo fa onore a Draghi e stride con la propaganda da televenditori di pentolame con cui i premier di solito si eccitano per le virgole di errore statistico degli indicatori economici.

Quindi continua a non essere chiaro dove si situi la spinta di Draghi a un’Europa che oggi si trova strattonata ruvidamente proprio da quella tanto anelata ripresa economica e dall’aumento di tensione nel confronto tra blocchi che contrappone gli Stati Uniti alla Cina, con la Russia terzo incomodo regionale che gioca di rimessa e conferma di poter fare male alla stessa Europa, come dimostra la vicenda del gas.

Gli Stati Uniti di Joe Biden, al netto della retorica internazionalista liberale dei tempi che furono, sono a resteranno pesantemente condizionati dall’impronta trumpiana dell’America First, sia nel procurement pubblico che nei rapporti commerciali internazionali.

Questa è una realtà con cui l’Europa dovrà fare i conti e non appare transitoria. Saremo strattonati dagli americani nella nuova missione anti-cinese di Washington per la Nato, con buona pace del ritiro disastroso da Kabul e del fatto che la stessa Nato sia stata completamente ignorata da Biden in quella circostanza.

L’Europa, o meglio la Ue, si troverà stretta tra la propria vocazione commerciale e un sistema di alleanze che viene ridefinito in modo pressoché unilaterale da Washington. Limitarsi a fissare standard globali, ammesso di continuare a riuscirvi, non servirà a molto. Non esiste, nella grande transizione di oggi, una assertività europea, ammesso che mai sia esistita.

Draghi e l’Europa

Torniamo a Draghi. Che ruolo per lui in Europa? Partiamo da quello che l’ex presidente Bce sta facendo in patria. “Tenere il punto” durante le proteste anti-vax è un titolo di merito, sostiene Sanderson, a maggior ragione considerando che il nostro paese è stato un inquietante laboratorio di molti fenomeni avversi della storia:

The country has an uncanny history of being an omen: Fascism begetting Nazism, Silvio Berlusconi prefiguring Donald Trump. The rise of populism here was seen as a harbinger for wider Europe. Now its wane — notably in a country whose economy is on a two-decade decline — is welcome news. And that would be thanks to the new mood that wonkish, gravitas-laden Draghi has brought to Italy.

A conferma di questa sua tesi, Sanderson cita il declino delle destre nelle elezioni municipali italiane. Sarò un guastafeste ma fatico a unire i puntini sino a questo punto. O meglio, la forza del rimbalzo economico sta mettendo a tacere i pifferi populisti, la mano ferma di Draghi aiuta a fare il resto, visto che egli non può al momento essere scalzato tanto facilmente da Palazzo Chigi. Tutto si tiene.

Ma arriverà il momento della scelta del successore di Sergio Mattarella oppure, più avanti, la fine della legislatura, e l’Italia tornerà a decidere. Se proseguire con l’esperienza di un tecnico di grande sapienza politica ma che rappresenta l’ennesimo fallimento di un sistema partitico sfiancato e sfibrato, oppure tornare a una forma compiuta di democrazia.

I ventisette nani

Torneranno i teatrini dello zerovirgola, le tesi economiche prive di senso a sostegno della propaganda, i proiettili d’argento che salvano il paese. Spostiamo l’orizzonte: può Draghi essere visto come una risorsa strategica per l’Europa, ora che Merkel è pensionata? Magari spostandolo a guidare la Commissione quando scadrà il mandato di Ursula von der Leyen?

Anche qui, sono dubbioso. Chi guida la Commissione dipende comunque dagli umori e dalle dinamiche dei maggiori paesi “azionisti” della Ue, con i loro interessi nazionali e le loro priorità strategiche. Un Draghi presidente di Commissione sarebbe nella stessa condizione, pur considerando la sua grande capacità di mediare e perseguire un’agenda di senso compiuto.

I francesi voteranno per il presidente la prossima primavera. Grandi sommovimenti in corso, con l’antico dualismo Macron-Le Pen insidiato dal nuovo sovranista-opinionista di estrema destra Eric Zemmour, che sta già scuotendo il paese.

I tedeschi inaugureranno il nuovo corso di un governo di coalizione tripartita a guida di un socialdemocratico, Olaf Scholz, che appare ben più moderato della base del suo partito. In tale coalizione ci sarà da contemperare la spinta dei Verdi, ambientalista e intransigente in politica estera verso la Cina, con l’antico rigore di bilancio dei liberali, che visto oggi appartiene a un’altra era geologica. E gli interessi della grande industria tedesca.

Quale eredità Merkel?

Il tempo dirà, e scusate la bestemmia, cosa ha davvero fatto Angela Merkel per il progetto europeo, oltre che lasciar fare a Mario Draghi quando si è trattato di evitare una catastrofica implosione del sistema. Forse capiremo anche cosa è davvero il progetto europeo in una fase di ritorno a logiche di guerra fredda, sia pure con pivot sul Pacifico e non più sull’Atlantico. Senza dimenticare le spinte centrifughe e disgregatrici di matrice nazionalista provenienti dall’Europa orientale.

La mia sensazione è che noi europei rischiamo di essere sconfitti dalla nostra eterogeneità e numerosità di strategie nazionali. La Ue è un faticoso gioco cooperativo che rischia di essere schiacciato da blocchi monolitici. La strategia di Emmanuel Macron, che vuole essere guida geopolitica ma anche manifatturiera della politica estera europea (ad esempio con la sua industria degli armamenti ma anche del nucleare civile) si scontra con equivalenti ma meno strombazzati obiettivi tedeschi. Potrei continuare ma mi fermo qui.

Rachel Sanderson imputa a Draghi di essere comunque troppo atlantista nel senso di filoamericano “classico” per poter guidare un’Europa che cerca una propria identità nel mondo. A riprova, cita il silenzio del premier italiano sullo sfregio che l’anglosfera ha inflitto a Parigi col caso dei sommergibili da fornire all’Australia.

Quindi, tirando le somme: Mario Draghi, secondo Sanderson, non appare al momento idoneo a guidare l’Europa perché troppo filoamericano da tempi che furono. È possibile. Nel frattempo, dal crogioulo franco-tedesco si attendono indicazioni sulle future leadership. Draghi potrebbe essere la guida di sintesi di un continente paralizzato da veti incrociati nazionali?

L’ordalia italiana

Lo vedremo, già tra pochi mesi. Resta del tutto problematico, lo ripeto per l’ennesima volta, essere una potenza “pacifista”, forse ipocritamente, quando si tratta di non darsi una difesa comune, e tentare di restare potenza commerciale giocando di sponda in un mondo che è tornato ad essere avvolto dalla logica dei blocchi e dalla confrontation.

Per ora, Draghi ha ben altri problemi, tra cui quello di tenere fermo il timone di un paese le cui pulsioni autodistruttive sono da tempo di tutta evidenza, e che dalla pioggia di miliardi europei potrebbe uscire rilanciato e rinnovato oppure definitivamente devastato, e che comunque parte a fortissimo handicap per motivi demografici. Mi pare basti, come impegno.

Photo by governo.it

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