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Il programma Draghi, voce del verbo competere

E giunse il giorno del discorso programmatico di Mario Draghi, finalmente. Dopo giorni di “operoso silenzio”, fedele ai suoi precetti, che purtroppo hanno fatalmente lasciato spazio al solito starnazzare partitico e alle invenzioni della stampa. La nascita di ogni governo è il momento in cui si enunciano buone intenzioni, sapendo che la maggior parte di esse resteranno tali, travolte dalla dinamica parlamentare. L’eccezione a questa regola è avere un premier giunto per effetto del fallimento del sistema partitico, una sorta di break strutturale che apre una finestra di opportunità riformatrice che di solito si richiude piuttosto rapidamente.

Provo quindi ad analizzare quelli che mi sembrano i passaggi più interessanti del discorso di Draghi. Si tratterà quindi di una analisi necessariamente circoscritta. Sul fisco, Draghi conferma che il buonsenso (commonsense, dicono gli anglosassoni) è rivoluzionario:

Nel caso del fisco, per fare un esempio, non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli. 

Che, tradotto e sviluppato, significa anche dare un taglio netto all’epoca dei bonus, che sono l’antitesi della visione complessiva. Ma per fare ciò, servono gli esecrati esperti, detti anche competenti:

Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani, il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio.

La sfida Irpef e il ritorno degli esperti

Anche qui, vale l’opposto: una riforma ben fatta guida lo sviluppo. Una fatta male, lo affossa. Draghi giunge poi al capitolo Irpef, quella che sarà forse la maggior sfida del suo governo, tal e tanti sono gli interessi in gioco e le relative resistenze. Per ora siamo agli enunciati di senso comune:

In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività. Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale.

Vorrei attirare la vostra attenzione sul concetto di base: per ridurre il carico fiscale serve anche recuperare evasione. Come scrivo da sempre, ciò è possibile solo destinando il recupero di evasione alla riduzione delle aliquote, e non a nuova spesa pubblica. Altrimenti, l’esito è un aumento di pressione fiscale. Il corollario è che, per mantenere equità, servirà riallocare spesa sociale verso bisogni (e disagi) reali. Sentiremo gli strepiti dei titolari dei “diritti acquisiti”, inclusi quelli più regressivi.

La fatal parola

Concorrenza: un termine che, in questo paese, tende a essere vissuto come una bestemmia, tra macelleria sociale e preservazione di rendite. Draghi tenterà una seduta spiritica, per resuscitare un antico fantasma:

Il Next generation EU prevede riforme. 
Alcune riguardano problemi aperti da decenni ma che non per questo vanno dimenticati. Fra questi la certezza delle norme e dei piani di investimento pubblico, fattori che limitano gli investimenti, sia italiani che esteri. inoltre la concorrenza: chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, di produrre in tempi brevi come previsto dalla Legge Annuale sulla Concorrenza (Legge 23 luglio 2009, n. 99) le sue proposte in questo campo.

Bene ricordare che “il Next Generation EU prevede riforme“. Servirà ripeterlo ogni giorno, per tentare di sradicare dalla mente di molte termiti che quel denaro non è solo stimolo alla domanda, nel solito keynesismo alla vaccinara che ci connota, a destra e sinistra. La legge annuale sulla concorrenza è stata la vittima sacrificale degli interessi corporativi, e la cosa sarebbe anche fisiologica, entro dati limiti. Serve anche ricordare che l’antitesi della legge annuale sulla concorrenza è il rito collettivo del decreto Milleproroghe. Dove c’è l’uno, non può esserci l’altra.

Pari opportunità. Di competizione

Ma concorrenza e competizione ricorrono anche nel contrasto delle diseguaglianze di genere, terreno su cui nel Partito democratico si sta consumando uno psicodramma collettivo. Qui Draghi piccona un bastione del luogocomunismo di casa nostra:

Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro.
Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali.

Rivoluzionario, in un paese in cui la parità di genere viene ancora vista come affirmative action, con riserve indiane rappresentate da quote, che hanno fallito miseramente dove sono state applicate in modo fideistico, alimentando nuovi e più subdoli sfruttamenti ma anche l’opposto di quelle “condizioni competitive” a cui Draghi aspira e si ispira. In sintesi, dismettere l’approccio sindacal-rivendicazionista che tutt’ora domina, con annessa creazione di rendite moralistiche, e perseguire la parità vera, quella delle condizioni di partenza anche tra generi.

E qui, prevedo grossi guai. Parità di opportunità intesa come pari “condizioni competitive”? Il silenzio da stordimento che oggi coglie ampia parte della cosiddetta maggioranza di governo, cederà il passo ad accuse di darwnismo sociale e “antisolidarismo oltre i generi”, e ciò accadrà quando la luna di miele con Draghi sarà finita.

Ultimo punto che, per ora, voglio sottolineare nel programma di Draghi: la ripartenza post pandemia, e la gestione dei settori destinati al declino strutturale. Passaggio non semplice, soprattutto in un paese come il nostro, dove tendiamo a imbalsamare cadaveri, spesso in ossequio a principi “solidaristici” che tali non sono.

Proteggere i lavoratori, non gli zombie

Questo sarà un punto dirimente: cercare di mantenere in vita settori in declino strutturale può essere la corda con cui questo paese si impiccherà. E nessuno dovrebbe prendersi in giro: la transizione, come ogni transizione, sarà lenta e dolorosa per le persone coinvolte. Non basta giocare al piccolo pianificatore e sentenziare che “bisogna spostare lavoratori dai settori in declino a quelli in espansione”. Dietro questo trasbordo ci sono vite umane e dolorose sconfitte.

Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi.

Questo passaggio è di senso comune rispetto a quanto detto, scritto e letto dall’inizio della pandemia. Ma tradurlo in azioni concrete di politica economica sarà molto difficile, per non dire proibitivo. Ad esempio, servirà evitare che lo Stato “scelga i vincitori”, determinando il trionfo delle lobbies e degli sprechi di risorse fiscali. Nel post-pandemia si moltiplicheranno poi gli appelli e le grida di dolore di chi sosterrà che “non è un declino irreversibile, abbiamo solo bisogno di un altro po’ di tempo e sussidi per ripartire”.

Queste grida di dolore, in un contesto di fisiologia di esecutivo e legislativo (quindi non nell’Italia di oggi) determinerebbero forti resistenze alla rimozione dei sussidi. Molti dei quali peraltro verranno rimossi dalla Ue, quando verranno ripristinati vincoli e divieti agli aiuti di Stato. E lì per il nostro paese saranno dolori veri.

Draghi potrà e dovrà lavorare per creare o riportare condizioni di mercato ovunque sia possibile. Altra impresa epica, come si intuisce. Diciamo che, nel mondo da cui ci siamo temporaneamente allontanati (che è frutto di dinamiche democratiche, non scordiamolo), staccare la spina a settori e imprese, in un paese in crisi fiscale e per ciò stesso incapace di proteggere gli sconfitti, causerebbe enormi spasmi e ribellioni, rivolti soprattutto verso l’esterno, verso quella Ue che non intende permetterci di sussidiare chiunque. Rivivremo quel periodo, potete starne certi.

Très vaste programme, Monsieur Draghi

Come chiudere? Con alcune domande.

  • Quanto tempo ha davanti a sé Draghi, per promuovere cambiamenti di tale portata?
  • È realistico credere che avverranno?
  • Quanti rospi ingoieranno i partiti, quando si andrà a incidere tra i gruppi di interesse dei propri elettori?
  • Riuscirà Draghi a inoculare il termine competizione in un paese che ad esso appare visceralmente avverso, anche se correttamente presentato come prerequisito di equità?

E ancora: quanto tempo servirà ai partiti per passare dall’approvazione acritica alla critica, e da declamazioni di collaborazione inframmezzate da abbondanti minzioni per marcare il territorio ideologico del proprio elettorato alla denuncia del “carattere eversivo” dell’azione di governo? Lo scopriremo. Nel frattempo, penso si possa dire che competenza e competizione sono tra i capisaldi dell’azione di Draghi. E magari (ri)scoprire che i due termini hanno la stessa radice etimologica.

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