Il silenzio di Draghi e i giornali malati

Nipotini di Orwell o criceti da ruota disperati per il vacuum di notizie in attesa che il governo Draghi entri in azione? Comunque sia, lo stato della nostra stampa resta desolante

Ieri, nello stagno psicolabile della comunicazione italiana, è accaduto un episodio che riesce a svettare per gravità pur in un contesto già di suo abituato a rumours, boatos, copia-incolla da testate estere senza attribuzione della fonte. Ferma restando l’assurdità della topica, ci sono come sempre due chiavi di lettura: quella dolosa e quella sciatto-colposa.

È accaduto che il Corriere online ha pubblicato, come fossero di oggi, le parole contenute in una intervista dello scorso giugno del ministro rientrante della pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Con le quali si invocava il ritorno in presenza dei pubblici dipendenti. Quale è il problema? Che l’articolo del Corriere presentava tali parole come fossero state appena proferite.

I social di Pavlov e il complottone

Puntuale, e non poteva essere altrimenti, la reazione schiumante dei social, ormai in viaggio verso un abisso di reattività malata che mi sta portando con grande serietà a valutare la persistenza della mia presenza. Dopo qualche minuto, visto che l’unico aspetto positivo della interazione social è il riscontro pressoché immediato delle notizie, in una sorta di crowdsourcing di verifica, la verità si è affermata: era una intervista dello scorso giugno, assurdamente attualizzata.

A questa epifania ha fatto seguito inizialmente la modifica dell’articolo, con precisazione che si trattava di intervista rilasciata da Brunetta “da parlamentare” qualche mese fa ed “erroneamente attribuita” al Brunetta neoministro. Anche se si tratta, veniva chiosato, di “parole che tornano prepotenti nelle chat dei dipendenti pubblici”.

Che è bellissima, come osservazione, e ricorda un po’ gli esperimenti di laboratorio con le povere cavie. Alla fine, forse troppi iscritti all’Ordine pensano che il giornalista sia anche una sorta di ingegnere sociale. Di quelli che -metaforicamente, per carità- lanciano il sasso o gridano all’incendio in un teatro “per vedere di nascosto l’effetto che fa”.

Da ultimo, la depubblicazione anche della rettifica, con scuse. Rigorosamente dietro al paywall.

Gli sciatti e il complotto

Puntuale, sorge la solita italica domanda: cui prodest? E qui, compaiono le due solite chiavi di lettura: quella cospirazionista e quella che inquadra alcune dinamiche di comunicazione in quella che potremmo definire “la sindrome della portinaia”. Abbiamo letto commenti di iscritti all’Ordine dei giornalisti, che quindi dovrebbero comprendere alcune dinamiche, affermare che il rilancio di tale notizia da parte di altre testate costituirebbe la pistola fumante di una sorta di complotto, e che di certo non di incidente si trattava.

A me pare singolare che un iscritto all’Ordine non arrivi a comprendere che i giornali online passano le giornate a farsi da eco, gli uni con gli altri, senza che ciò sia prova di un “concerto”. Ma transeat.

La mia chiave di lettura è differente: visto che Mario Draghi non parla, almeno sino al discorso alle Camere e ai primi atti dell’esecutivo, si crea un duplice fenomeno. Da un lato, il campo della dichiarazia partitica produce gravi esiti di dichiaratosi (evoluzione degenerativa della dichiaratite, ricordate?). Dall’altro lato i giornalisti, disperati di scrivere qualcosa, vanno a spulciare in archivio per estrarre il virgolettato clickbait del giorno.

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Credo che, nel caso di Brunetta, sia accaduto proprio quello, con l’aggravante di ulteriore sciatteria nel mancato riscontro della data di quella dichiarazione. Per quanto possa sembrare incredibile ci può stare, quando sei pressato per uscire con una notizia da dare in pasto alla tonnara social.

Il silenzioso e i chiacchieroni

Dopo di che, restano un paio di problemi. Il primo, che questa divaricazione tra premier silente (per ora, stante l’assenza di fatti e azioni) e ministri o politici ciarlieri in modo patologico rischia di danneggiare il primo, scaricandogli addosso le dinamiche malate della nostra politica fallita. Il secondo, che lo stato del nostro giornalismo resta desolante. Oltretutto, essendo i giornalisti esseri umani, tendono a farsi trascinare in zuffe social, e l’insieme è assai poco bello a vedersi.

Sulla tendenza ormai genetica al cospirazionismo, che fa dei social un ambiente profondamente tossico oltre ogni illusione di recupero, abbiamo detto. “E va la meritate, la monetizzazione”, diremmo morettianamente nell’epoca di Dorsey e Zuckerberg.

Attendiamo che Draghi parli ma il problema è serio: qui non siamo all’Eurotower, dove si argomenta su base più o meno razionale in stanze ovattate con tecnocrati non eletti. Qui abbiamo il “sacro fuoco” della democrazia, che ha prodotto una classe politica fallita e moralmente bancarottiera, tanto commissariata quanto persistentemente proterva, e occorre gestire tribuni e mitomani, oltre a una stampa che fa da innesco del degrado, malgrado lodevoli eccezioni individuali. Che, come tali, non salveranno la baracca.

Poiché la disillusione è ormai radicata, eviterò di scrivere che sarebbe auspicabile leggere di dimissioni per una vicenda del genere. Qui siamo in Italia, ci conosciamo tutti, quindi la rivoluzione non si può fare, direbbe Leo Longanesi. E neppure il concetto di sanzione sociale si sente troppo bene. Ci faremo bastare corsi di deontologia professionale e master in giornalismo rigorosamente nostrani.

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