Brexit, Londra scopre che la burocrazia doganale è un costo

Schiacciati dagli adempimenti doganali e dai relativi costi, molti esportatori britannici rischiano di finire fuori mercato. E che fa, Boris? Decide di sospendere unilateralmente il trattato di ritiro dalla Brexit, nel punto in cui gli serve

Johnson e i trattati col tasto pausa

Si avvicina il momento in cui quella che è da subito apparsa come la maggiore criticità della Brexit giungerà al pettine: i controlli sanitari sugli alimentari, in particolare nel passaggio tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Non a caso le tensioni tra Londra e Bruxelles stanno montando proprio su questo punto, e pare si andrà verso l’apertura di una procedura di infrazione Ue contro il Regno Unito.

Infatti, dal 21 aprile prossimo, le esportazioni di prodotti alimentari multi-ingredienti richiederanno un forte aumento di carico burocratico per certificazioni sanitarie. Le nuove regole si applicheranno ai cosiddetti paesi terzi e prevedono, ad esempio, per i prodotti a base di carne, latte pastorizzato e uova un timbro apposto da un veterinario. In altri casi serviranno pagine di cosiddette attestazioni da parte dello spedizioniere, per certificare la fonte di singole componenti, quali polvere di formaggio.

Timbri e veterinari

L’associazione britannica di categoria dei produttori di alimenti refrigerati stima un aumento di oltre un terzo delle certificazioni per esportazione. Il nodo, come si diceva, è nel commercio tra Gran Bretagna e Repubblica d’Irlanda, con un interscambio annuo di tali prodotti per 1 miliardo di sterline e 5.000 addetti coinvolti sugli 80.000 del settore, che ha ricavi complessivi per 13 miliardi.

E qui ci sono due ordini di problemi. Il primo è l’impatto dei costi burocratici aggiuntivi sui margini delle aziende coinvolte. Problema non banale, soprattutto per i produttori minori e quindi privi di rilevanti economie di scala. In questi casi, il maggior onere potrebbe rendere l’export semplicemente antieconomico.

Il secondo problema è l’impennata nella domanda di lavoro veterinario, che verrà sottratto ad altre attività. I maggiori produttori britannici di alimenti multi-ingrediente già prefigurano la necessità di disporre in permanenza di un sanitario nei propri impianti, con tutto quello che ne consegue in termini di costi.

Proroga unilaterale

C’è poi la questione del flusso di merci tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord. La seconda è parte del mercato unico del Regno Unito ma, in base agli accordi della Brexit, è rimasta nell’unione doganale Ue, per le merci; il che significa che servono comunque controlli. In base al cosiddetto Protocollo irlandese, per evitare di creare strutture doganali fisiche al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, i controlli dovranno avvenire sul confine del Mar d’Irlanda.

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Ultimo aggiornamento 2021-04-15 / Link di affiliazione / Immagini da Amazon Product Advertising API

Il governo di Londra ha annunciato nei giorni scorsi la volontà di prorogare il periodo di sospensione per i certificati sanitari necessari all’export agroalimentare dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord. Motivazione ufficiale, dare più tempo a supermercati e aziende nord-irlandesi per adeguarsi alle nuove norme. Proroga per sei mesi, sino all’inizio di ottobre. Riguardo agli alimentari refrigerati, Londra sarebbe orientata a prorogare la sospensione sino a gennaio 2023, cioè per quasi due anni.

Peccato che questa sia una iniziativa del tutto unilaterale che configura quindi una violazione degli accordi di ritiro del Regno Unito dalla Ue, scritti in un trattato. Motivo per cui Bruxelles, con l’appoggio di tutti i paesi dell’Unione, starebbe per lanciare una iniziativa legale contro Londra mentre il parlamento europeo, in segno di protesta contro l’iniziativa unilaterale del governo Johnson, ha sospeso la ratifica del trattato di ritiro britannico dalla Ue.

La Brexit intermittente

Al di là dell’esito di questa nuova seria frizione nei rapporti bilaterali, ancora una volta causata dall’attitudine britannica a considerare i trattati internazionali una sorta di optional o di telecomando dotato di tasto pausa, resta il punto: l’aumento degli oneri causati dalla Brexit. Che, come detto, per le aziende che lavorano con margini risicati, potrebbe essere esiziale.

A questo proposito, ricordate la povera (politicamente parlando) Theresa May, quando favoleggiava o più propriamente vaneggiava di una sorta di telepass per evitare colli di bottiglia doganali? Ecco, siamo rimasti praticamente a quel punto, ma ancor più a monte nel processo. Solo che, nel frattempo, la Brexit è davvero avvenuta, anche se “qualcuno” pensa sia possibile chiamare dei timeout à la carte, quando il rapporto con la realtà si fa troppo ruvido.

  • Aggiornamento: il governo britannico ha deciso una proroga di sei mesi per l’introduzione di pieni controlli di confine per le importazioni dalla Ue. La nuova data è il primo gennaio 2022. Riprendere il controllo ma non ancora, in pratica. Nel frattempo, le esportazioni britanniche verso la Ue sono già assoggettate a controlli doganali. Detto in altri e più comprensibili termini, le aziende Ue hanno un vantaggio competitivo su quelle britanniche.

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