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Poteri sfiancati e barboncini di guardia

Sto leggendo “Il Sistema“, libro-intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara, ex magistrato la cui sfolgorante carriera, che lo ha portato al vertice del sindacato della categoria, è stata incenerita dall’espulsione dall’ordine giudiziario a seguito di rinvio a giudizio per corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari e concorso in rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.

Questa lettura va approcciata per quello che è: l’opportunità di comprendere alcune dinamiche di potere che sono invarianti nell’agire delle comunità umane. Ciò che Palamara dichiara non va inteso come verità indisputabile, ovviamente. Quello che serve comprendere è che, ogni volta che un sistema sociale trova un soggetto da sottoporre a sanzione estrema, e null’altro accade, occorre accendere la lampadina del dubbio.

Nel senso che non esistono gli agenti del Male e i Corruttori isolati ma esistono dinamiche relazionali che tengono in equilibrio il sistema per lungo tempo, sin quando non vengono destabilizzate in un modo che rende impossibile la loro ricomposizione senza che il conflitto fuoriesca all’esterno del sistema.

Mondi che comunicano, anche troppo

Le persone rivestono una pluralità di ruoli, in una organizzazione sociale. Quanto più si sale al vertice di tale organizzazione, tanto più i suoi leader si troveranno a recitare più parti in commedia. Con l’espressione “organizzazione sociale” intendo l’interazione costante tra un reticolo di istituzioni e tra i loro rappresentanti pro tempore. Ad esempio, magistratura, politica e media.

Entità che, convenzionalmente, dovrebbero mantenere rapporti di separatezza e reciproco controllo, almeno secondo la stanca vulgata che potremmo definire “liberale” se questo termine avesse ancora un senso. Nella realtà, invece, accade che i soggetti che ricoprono ruoli apicali entro le rispettive organizzazioni finiscano a interagire tra loro, nel perseguimento di una funzione di utilità che di fatto prevale su quella dell’istituzione a cui appartengono.

Si formano sovrastrutture, nemmeno troppo segrete, camere di compensazione delle dinamiche di potere, ambizioni personali e quant’altro agisce per aumentare la porosità tra organizzazioni sociali. Tutti sanno tutto di tutti, condotte non commendevoli incluse ma, sin quando il sistema resta in equilibrio, ci si limita a prendere nota e atto, a futura memoria, anche difensiva.

È quello che è accaduto a Palamara, divenuto power broker oltre ciò che forse immaginava, in un momento di presunta transizione politica del paese che ha contaminato anche l’ordine giudiziario. Che, essendo composto da persone e non da entità sovrannaturali, non poteva che subire il condizionamento.

Il conflitto non si accomoda

Solo che, come detto sopra, lo strattone è stato talmente forte che la parte soccombente non ha accettato l’esito, a differenza di quanto accade in condizioni normali. Forse ritenendo che quella vincente fosse comunque fragile, nel suo successo.

C’è un passaggio che illustra in modo plastico questa lotta tra sottosistemi e la contaminazione tra i medesimi. Quando si crede di essere alla vigilia di un momento di rottura e discontinuità tale da creare da una parte il panico, dall’altra gesti di sottomissione al nuovo ordine che starebbe per affermarsi.

Parliamo delle elezioni politiche del 2018, evento che pareva prodromico alla rivoluzione, e che a posteriori si è rivelato solo l’ennesimo capitolo di un paio di libri scritti in parallelo: il declino difficilmente reversibile di questo paese, e l’elevata inerzia del sistema domestico di poteri sempre più deboli che ricordano quei pugili stremati che a un certo punto smettono di picchiarsi e si abbracciano barcollando, per trovare reciproco sostegno.

Ecco, nel racconto di Palamara, una particolare angolazione di quella false dawn:

Per tutta la campagna elettorale che precede le elezioni interne alla magistratura per i membri togati del Csm, Davigo ha goduto di grandi spazi sia su La7 sia sul “Fatto Quotidiano” e, più Ardita che lui, nelle iniziative della Casaleggio Associati. Sembrava una manovra a tenaglia -ma di questo avremo modo di riparlare- per prendere contemporaneamente governo e Csm. Addirittura, Giuseppe Cascini, il nuovo leader di Area [il raggruppamento di sinistra della magistratura associata, di cui Magistratura Democratica è la parte più rilevante, ndr], mi chiede di intervenire su Enrico Mentana per limitare le apparizioni di Davigo, cosa che io mi guardo bene dal fare.

Nel paese di Longanesi

Tutti parlano e negoziano con tutti, alcuni si mettono al vento prima di altri, sperando che il vento sia quello giusto. Altri ancora credono di essere demiurghi del Nuovo Ordine. “Si fa ma non si dice”. Non c’è nulla di sconvolgente, per chi analizza le dinamiche di potere sfrondandole da retorica e moralismi. Con buona pace della base di tifoseria, oggi assiepata sulle tribune social.

Come scriveva Leo Longanesi, “la rivoluzione in Italia non si può fare perché ci conosciamo tutti”. E quindi tutti siamo ricattabili, completerei il concetto. A volte capita comunque che ci siano rotture nei circoli (relazionali) viziosi che imprigionano il paese nel suo declino, e quindi accomodamento e cooptazione non riescano subito, né in modo incruento.

In casi del genere, di solito si trova un capro espiatorio e si stabilizza la debolezza del sistema, riprendendo subito dopo i negoziati tra le sue parti. Sotto l’occhio attento della vigile e neutrale stampa, naturalmente.

Alessandro Sallusti, Luca Palamara
Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana
Rizzoli, 2020

Foto: Il caprio espiatorio, dipinto di William Holman Hunt (1854), City Art Gallery, Manchester, Regno Unito


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