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A Roma non hanno una banca

Mi è caduto l’occhio su una dichiarazione del candidato sindaco di Roma per il centrodestra, Enrico Michetti. Il tema? Nemmeno troppo originale: a Roma manca una “grande banca”, e la cosa sarebbe tanto più grave in quanto parliamo della capitale d’Italia. Praticamente, una versione agli steroidi della banca del campanile, quella che sa tutto del territorio e sa chi e come affidare. Diciamo che questa mistica, negli ultimi due lustri, è stata severamente ammaccata ma conserva ancora tanti fedeli, di quelli disposti a giurare che i dissesti sono stati un euro-complotto motivato da profonda invidia per la nostra joie de vivre. Poi ho approfondito il tema, nella sua collocazione elettorale, e mi si è aperto un mondo.

Tornando a Michetti, la frase completa, era questa:

A Roma manca una grande Banca di Roma. Se la banca è di Roma e investe su Roma, rispetto a una che viene da Milano e accetta un rischio 20, una banca di Roma accetterebbe un rischio di 50 o 60 sugli investimenti.

Sono quaranta: che faccio, lascio? Affascinante tesi: se non si conosce il leggendario territorio e le sue “peculiarità” gli si presta meno. Vien fatto di dire che, dopo aver conosciuto il territorio e le sue peculiarità, spesso si dovrebbe prestare ancor meno ma non divaghiamo.

Il capitale e la Capitale

Ho quindi cercato tracce di questo tema nel vibrante (?) dibattito elettorale romano, e ho trovato un corposo e strutturato intervento del candidato del Partito democratico, l’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

Il quale, in una intervista al direttore del Messaggero, lo scorso 28 giugno, ha detto che “serve riaffermare la centralità della Capitale anche nell’economia”. Roma e il Lazio hanno bisogno di un “forte rilancio” degli investimenti pubblici e privati. E sin qui, tutto molto prevedibile e banalotto. Ma eccolo, il lampo che scuote la paciosa intervista: a Roma non c’è più nessuna banca! O meglio, nessuna direzione di banca nazionale. Colpo di scena!

Come è possibile, e men che meno accettabile, che un’area di 4,3 milioni di abitanti che contribuisce per il 9% al Pil nazionale, non abbia la direzione di una banca nazionale, si chiede Gualtieri? Come è possibile che

Oggi gli imprenditori e i manager romani devono prendere il treno o l’aereo e andare a Milano (se non a Londra o a Parigi) per poter presentare alle banche e agli investitori i loro progetti più importanti.

Non faccia così, onorevole Gualtieri: pensi che hanno inventato Zoom e altri software di videoconferenza, per permettere a imprenditori e manager romani di evitare di andare a Milano, Parigi e Londra per presentare i loro progetti. Ma niente, Gualtieri ha deciso di percorrere sino in fondo la strada della denuncia, al grido di “risparmio e buoi dei paesi tuoi”.

Questione di indirizzo

Sì, perché, sempre a suo giudizio, è intollerabile questa acefalia bancaria nella città che genera gran parte del risparmio nazionale. Davvero?, si chiederanno i miei lettori, piccoli e grandi. Davvero, e guardate come:

Hanno sede a Roma, ad esempio, i principali fondi pensione e le casse previdenziali. Si decide a Roma come investire oltre 250 miliardi di risparmio previdenziale, ma queste risorse, che in qualsiasi paese sviluppato costituiscono la struttura portante dell’azionariato delle grandi banche e delle grandi aziende, in Italia le lasciamo andar via: oltre 150 su 250 miliardi di risparmio previdenziale privato sono investiti all’estero e solo in minima parte tali risorse arrivano all’economia reale, alle aziende italiane. Quasi nulla poi va alle aziende non quotate in Borsa. È un grande tema che non riguarda solo la crescita e l’occupazione a Roma, ma anche lo sviluppo del Mezzogiorno.

Pensate: poiché a Roma hanno sede legale i principali fondi pensione e casse previdenziali, ecco che si tratta di risparmio romano. Ma non è geniale, tutto ciò? Segue brillante saldatura del noto piagnisteo nazionale sul risparmio degli italiani che, in virtù della disfattistica depravazione nota come diversificazione internazionale di portafoglio, viene rapito e portato all’estero.

Quindi, poiché Gualtieri è uomo di analisi e soluzioni, ecco che fare: intanto, le direzioni delle banche devono tornare nell’Urbe; in subordine, se proprio questa opzione dovesse richiedere tempo, puntiamo ad allargare le deleghe di credito locali:

Le soglie di delega attuali permettono in media l’erogazione di prestiti non in linea con le esigenze di crescita delle imprese di Roma. Sopra quelle soglie si decide a Milano o altrove. Il che non è adeguato per la Capitale di un paese del G7. Incontrerò i vertici delle grandi banche italiane per chieder loro di rafforzare la loro presenza su Roma e ampliare le deleghe deliberative su questo territorio.

I banchieri dell’Urbe

Ecco, perfetto. Bisogna subito dire a Carlo Messina, che manco a farlo apposta è pure romano, di espungere dalla Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo la Banca della Capitale, dotarla di un proconsole responsabile, a sua volta discendente da Romolo e Remo, in grado di approvare linee di credito di dimensione imperiale, come si confà alla Città Eterna. E anche qui, tutto quadra: anche Stefano Barrese è romano, daje! Ma non è tutto: anche la seconda banca italiana è guidata da un romano, rendetevi conto: se non ora, quando?

Ma Gualtieri è un vero vulcano di idee. Ad esempio:

Pochi sanno che a Roma ha la sede MTS, l’unico mercato per trattare all’ingrosso in Europa i titoli di Stato; ha uffici anche a Londra e Milano e opera con una tecnologia di avanguardia elaborata dall’Italiana SIA. Quando la Borsa fu acquisita dal London Stock Exchange, MTS è stato considerato una sorta di dipendenza di Borsa Milano, nonostante sia un mercato totalmente staccato da quello di Borsa.

Io credevo si chiamasse Borsa italiana e non Borsa Milano, ma ecco un’altro tentativo dei milanesi di sottrarre a Roma un prodotto tipico romano, MTS! E con ragione: su questo circuito il mondo negozia i Btp, che sono debito deciso a Roma, dopo tutto. Ma come fate a non vedere l’indegna porcata di strappare alla Capitale anche questa struttura, oltre al risparmio previdenziale che ha indirizzo nell’Urbe?

Quindi sì, prendiamo MTS, ribattezziamolo SPQR-MTS e diamogli una missione aggiuntiva:

[…] la quotazione su MTS di emissioni obbligazionarie delle imprese di Roma e del centro-sud anche con tagli minimi, come per esempio di mini-bond adatti per aziende di dimensioni medio-piccole.

Le radici della tradizione

A questo punto, devo capire ‘ndo sta il server del MOT, dove si negoziano le partite obbligazionarie retail. Hai visto mai che si possa spostare a Prati o al Testaccio? A meno che Gualtieri non abbia già verificato che quel server è in una cantina al Giambellino e non si schioda da lì. Ecco perché vuole trasformare MTS in piattaforma mista, ingrosso-dettaglio. E comunque, non scordiamo che la Cassa di Compensazione e Garanzia ha sede a Roma, come opportunamente ci ricorda l’ex ministro.

Come avrete intuito, date queste premesse e questo spin elettorale, il buon Michetti non poteva esimersi dal rilanciare, sia pure in maniera ruspante. Famo 60, dotto”? Certo, un minimo di accortezza storica consiglierebbe di non battezzare il futuro istituto Banca Romana, per noti motivi. Ma sì, quella geniale entità che stampava moneta, letteralmente, tema molto caro anche oggi ai bengodisti tricolori. A noi le tradizioni piacciono tanto, signora mia.

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