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Salario minimo, dal tetto alle fondamenta

Ora che anche il Consiglio di ministri del Lavoro dell’Ue ha trovato, non senza fatica, una posizione comune, inizia l’iter che porterà all’approvazione della direttiva Ue sul salario minimo, forse già la prossima primavera. Come ho segnalato più volte, in questo ambito il nostro paese e i suoi cosiddetti rappresentanti hanno già iniziato a pompare un gigantesco equivoco, per abituali finalità becero-propagandistiche. Non finirà bene, o meglio finirà col trionfo della realtà e del suo noto bias liberista.

La direttiva sui salari minimi adeguati è stata proposta dalla Commissione europea nel 2020. Per i paesi che già dispongono di questo istituto, obiettivo è che il minimo sia pari almeno al 60% del salario mediano nazionale. È importante segnalare che la direttiva non costringe i paesi che non hanno salario minimo a darsene uno.

Una direttiva, due obiettivi strategici

Altro obiettivo strategico della direttiva è quello di cercare di estendere la contrattazione collettiva del lavoro, facilitandone l’accesso e promuovendola se meno del 70% dei lavoratori ne è coperta. Il parlamento europeo, che dovrà negoziare con il consiglio dei ministri, è più ambizioso e punta a una copertura di almeno l’80%.

La posizione del consiglio dei ministri Ue è stata raggiunta dopo lunghi negoziati, con due paesi contrari: Danimarca e Ungheria. La Svezia, che era inizialmente perplessa temendo (come i danesi) che la direttiva prevaricasse la contrattazione nazionale, ha alla fine accettato il compromesso.

I danesi hanno trovato modo di ribadire che la loro adesione all’integrazione europea è avvenuta solo perché è stato loro assicurato che il mercato del lavoro non sarebbe stato toccato dalle regolazioni di Bruxelles. Infatti, a molti qui da noi sfugge che il mercato del lavoro è una leva strategica nazionale, esattamente come l’istruzione.

Ora che siamo a conoscenza dei due cardini della direttiva, che sarà finalizzata prevedibilmente durante il semestre di presidenza francese (gennaio-giugno 2022), chiediamoci se e come essi impatteranno il nostro quadro domestico.

L’impatto in Italia

Molto ho già segnalato, al riguardo: da noi la contrattazione collettiva esiste ed è formalmente ampia, anche se cresce la denuncia dei cosiddetti contratti pirata. Fenomeno che tuttavia andrebbe meglio indagato e compreso. Il sospetto è che la loro proliferazione sia la reazione adattiva all’onerosità di sistema nel nostro paese. Quella che, tra le altre cose, determina un pesante cuneo retributivo che si tenta periodicamente di ridurre ma senza grande successo.

Riguardo al quantum del salario minimo, sappiamo del forte rischio di interferenza con la contrattazione collettiva, tra effetti di trascinamento e limitazione del terreno negoziale. Il salario minimo potrebbe addirittura agevolare l’indebolimento della contrattazione collettiva, in luogo del suo rafforzamento.

Dopo di che, prodromica al salario minimo resta la riforma della contrattazione collettiva e il suo decentramento. Per motivi di logica, non di altro. Ma questo in Italia non si può dire. Da noi riesce sempre più semplice invocare “aumenti dei salari” perché magari “ce lo chiede l’Europa”.

Resta il punto: questa direttiva, che in altri contesti nazionali è semplicemente sacrosanta, da noi rischia di essere elemento di pesante attrito nelle relazioni industriali e di lasciare l’amaro in bocca a molti. Non lo dico per benaltrismo ma proprio perché noi abbiamo un’incoercibile tendenza a costruire edifici partendo dal tetto, e a recriminare se ciò risulta infattibile.

Quindi, prendiamo nota: contrattazione collettiva estesa? Ce l’abbiamo ma andrebbe radicalmente rivista, temo non in senso che i sindacati gradirebbero. Livello salariale minimo? Parliamone ma attenzione alle differenze territoriali e settoriali: sono quelle che suggerirebbero di decentrare la contrattazione collettiva e dopo inserire una griglia di salari minimi. Insomma, servirebbe a monte un intervento vastissimo di ridisegno delle relazioni industriali, per evitare autolesionismi.

Come dite? Troppo complesso? Meglio “alziamo i salari, ce lo chiede l’Europa”? Avete ragione, temo.

Foto di analogicus da Pixabay

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