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La via italiana degli investimenti tedeschi

In Germania, la coalizione semaforo di Olaf Scholz contiene anche i liberali di FDP che esprimono il ministro delle Finanze con il loro leader, Christian Lindner. Oltre ad aver negoziato il ritorno nel 2023 del cosiddetto freno del debito, cioè del vincolo costituzionale al sostanziale pareggio di bilancio a meno di catastrofi per lo più naturali, i liberali puntano molto sulla mobilitazione dei capitali privati, da affiancare a quelli pubblici in una sorta di “garanzia” anti-spreco. Posizione piuttosto naïf, almeno a guardare quello che è accaduto nei decenni in Italia, che è il paese di riferimento per lo scassinamento di norme blindate e bruschi risvegli alla realtà.

Il problema: se nel 2023 torna il freno del debito, come finanziare gli enormi investimenti della transizione ecologico-digitale se l’altro enorme vincolo è quello di evitare aumenti di tassazione? E qui iniziano gli esercizi di fantasia. Prima idea: una grande abbuffata di debito nel 2022, da spalmare nel decennio successivo, approfittando del fatto che anche il prossimo sarà un anno di sospensione del freno al debito.

Niente grande abbuffata di debito nel ’22

Questa pare in effetti un’idea tipicamente italiana. A cui i liberali di FDP hanno già detto no. Senza contare che la sospensione del freno al debito è mirata a costi inerenti la pandemia, e la trasformazione ecologico-digitale non è ovviamente tra quelli. La forma è notoriamente sostanza, per i tedeschi. Pensate che stress.

Altra via per liberare spesa nel 2022, anch’essa molto italiana, è quella di ricalcolare il famoso output gap, cioè la differenza tra prodotto potenziale ed effettivo. Se tale differenza aumenta, si può “attingere” a più deficit. Questo approccio ricorda i piagnistei dei governi italiani verso “gli ottusi burocrati di Bruxelles” quando volevamo più deficit per raggiungere la felicità e latravamo del complotto ai nostri danni, che ci assegnava un output gap troppo piccolo, in conseguenza di elevata isteresi (cioè sclerotizzazione) della nostra economia. Eh, bei tempi, ricordate?

Erano anche i tempi in cui quello che sarebbe diventato il presidente dell’Inps, nonché “padre del reddito di cittadinanza”, postulava che proprio l’obbligo di iscrizione dei beneficiari alle liste di disoccupazione avrebbe aumentato il nostro output gap e ci avrebbe permesso di tirare più deficit. Il moto perpetuo, in pratica.

Cambiare i calcoli per “attingere” al deficit

Vediamo, allora: che pensano di fare, i tedeschi, per italianizzarsi a questo modo? Nel contratto del governo semaforo c’è in effetti anche il cambio dei metodi di calcolo del prodotto potenziale. Ad esempio aumentando il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro, peraltro già oggi non basso. Possibile ma di certo non una innovazione tale da fare esplodere nel 2022 i margini per fare più deficit. A meno di usare numeri di fantasia.

E qui entra in gioco l’opzione strategica dei liberali di Lindner: i capitali devono provenire in misura decisiva dal settore privato. Lo stato deve solo fornire una sorta di capitale iniziale per consentire la “messa in moto” del processo virtuoso. Molto lineare, come precetto, ma temo altrettanto illusorio, sotto più aspetti.

E da dove proverrebbe, questo capitale pubblico di avvio? Si parla di usare i fondi non spesi quest’anno, ma sarebbe ben poca cosa rispetto alle ambizioni di piano decennale. Oppure si suggerisce di puntare, anche qui in modo molto italiano, su un “superammortamento” per beni capitali funzionali alla transizione ecologico-digitale e relativi investimenti in ricerca.

Tutto molto bello ma un superammortamento, o qualsiasi altra norma che consenta di spesare immediatamente i costi, crea un buco di gettito per le casse pubbliche, che va colmato. Serve cioè la famosa copertura. A ben vedere, anche in quest’ambito i tedeschi potrebbero consultare il manuale italiano delle coperture immaginarie. C’è vastissima letteratura, da noi. Ricordo che nella materia si era cimentato anche un filosofo nel frattempo celebre per ben altri motivi.

La carta dei leggendari privati

Che altro possono fare, i tedeschi? Qui entra in gioco il contratto di governo e la spinta della FDP: spingere il partenariato pubblico-privato (PPP). L’uovo di Colombo, è già stato detto? Lo stato mette parte dei soldi e il resto viene dai privati. In tal modo, secondo la vulgata, si ottengono solo investimenti “razionali” e certificati dal mercato. Non è un caso che la BDI, omologa tedesca della nostra Confindustria, sia entusiasta dell’opzione.

Se solo le cose stessero davvero così. Forse i tedeschi, nella loro quasi commovente ingenuità, non immaginano che il legislatore e regolatore pubblico possano essere catturati dal settore privato e finiscano a deliberare investimenti “a tariffe di mercato” che di razionalità ne hanno ben poca.

Senza spingersi nell’ambito delle truffe conclamate, bisogna aver presente che i privati puntano a rapidi recuperi del capitale e a robuste rendite, e quindi potrebbero chiedere esose tariffe di utilizzo di investimenti di rete. Anche qui abbiano un benchmark italiano di levatura mondiale: le autostrade! Senza scordare che una infrastruttura di rete difficilmente può essere prezzata nell’ambito del puro “mercato”. O no?

Per farvela breve, noto con grande interesse che i tedeschi sembrano ormai incamminati su una strada che noi italiani conosciamo molto bene. Il rigore e la razionalità cartesiana contro l’aggiramento delle norme e la cattura del regolatore. La sostanza che differisce dalla forma, spesso in modo incredibilmente creativo. Che fare se i privati sono dei predatori e se le “élite” sono caratterizzate da ampia “osmosi” tra legislatore e aziende?

Erosione della coesione sociale, the Italian Way

Non basta dire che “il pubblico ha fallito e fallisce”, magari prendendo a esempio il famigerato aeroporto di Berlino Brandeburgo, realizzato con soldi pubblici e inaugurato a ottobre 2020 con dieci anni di ritardo e una spesa di 7 miliardi, due volte e mezzo quanto preventivato.

O la nuova stazione ferroviaria di Stoccarda, al centro di indagini per frodi, il cui preventivo era di 2,5 miliardi di euro ora giunti a 8,2 e che potrebbe superare i dieci, sotto la gestione della compagnia ferroviaria pubblica Deutsche Bahn.

Comunque vada, c’è motivo di dubitare sia della “razionalità” dell’azione pubblica pura che delle ipotetiche virtù taumaturgiche del privato che toglie i peccati dal mondo. Ma perché ciò accade?

La mia ipotesi è che, quando una società ha un elevato grado di coesione e fiducia, il controllo dei cittadini sulla destinazione delle risorse pubbliche ne previene le “catture” e i dirottamenti. Quando tale fiducia e coesione sociale vengono erose, inizia la caccia alle risorse fiscali da parte di gruppi sociali che possono essere le burocrazie pubbliche oppure i leggendari privati, portatori di razionalità e dell’egoismo smithiano che ottimizza l’allocazione di risorse. Almeno, così narra la leggenda. Dopo che i privati hanno messo a libro paga legislatori e burocrati pubblici, s’intende.

Uno scenario italiano di progressiva frantumazione di fiducia e coesione sociale anche in paesi come la Germania o in Scandinavia potrebbe essere il futuro. L’Italia indica la strada, si salvi chi può.

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