Salario minimo, contratti e democrazia

Quanto sono precisi, i tedeschi. Fanno le elezioni, prendono atto che non esiste un partito o una coalizione “naturale” di partiti in grado di ottenere la maggioranza assoluta, iniziano i negoziati per una Grande Coalizione, durante i quali alcune decine di persone annotano diligentemente i termini del “contratto”. Dopo di che, gli iscritti di uno dei due partiti possono essere chiamati ad esprimersi sull’accordo e, in caso, bocciarlo, riportando tutti alla casella di partenza.

Il rischio esiste, visti i sempre più frequenti mal di pancia dentro la Spd, i cui militanti e dirigenti vorrebbero evitare di fare la stessa ingloriosa fine dell’ultima edizione della Grosse Koalition, ed essere quindi demoliti dalla Cdu di Angela Merkel. La Spd ha due punti programmatici che paiono non negoziabili. Un salario minimo su base nazionale, fissato a 8,50 euro l’ora, e la doppia cittadinanza per le persone di origine straniera ma nate in Germania. Tra le altre richieste socialdemocratiche figurano un aumento della spesa per investimenti pubblici infrastrutturali, le quote rosa nei consigli di amministrazione ed un aumento delle pensioni.

Riguardo il salario minimo, il timore degli osservatori è che il livello possa essere tale da escludere dal mercato del lavoro un elevato numero di soggetti non qualificati (unskilled). Alcune stime fissano la quota di lavoratori che percepisce meno di 8,50 euro orari al 15% all’Ovest ed al 25% nei Laender dell’Est. Secondo l’Economist Intelligence Unit, a 8,50 euro orari il salario minimo tedesco sarebbe il sesto più alto in Unione europea (dove è adottato da 21 paesi su 28). Tuttavia, rapportandolo al salario mediano a tempo pieno, una grandezza rappresentativa del “salario medio di mercato”, la Germania salirebbe al secondo posto, dietro solo alla Francia. Il nuovo salario minimo tedesco risulterebbe, secondo un istituto di ricerca legato ai sindacati, pari al 58% della retribuzione mediana a tempo pieno nell’Ovest, e a ben il 70% di quella dell’Est del paese.

Preso singolarmente, questo livello di salario minimo dovrebbe essere gestibile dall’economia tedesca, ma non si deve dimenticare che la sua introduzione segnerebbe anche il forte ridimensionamento del ricorso a impieghi temporanei e di breve termine, che sinora hanno rappresentato una importante fonte di flessibilità per le imprese tedesche. Né si deve dimenticare che la fissazione di un salario minimo rappresenta, per i partiti di sinistra, un’arma per rispondere al processo di desindacalizzazione in corso da molti anni.

La parola agli iscritti della Spd, dunque. E il mutismo a tutti i provinciali imitatori italici, quelli che esaltano il sistema politico tedesco sulla base di considerazioni di “efficienza” nella rapida produzione di coalizioni stabili al grido di “la sera delle elezioni si sa subito chi ha vinto”. Che poi sono una sottospecie di quelli che “la legge elettorale tedesca è perfetta, non c’è il rischio che chi vince con ampio margine venga sottoposto al ricatto di chi è arrivato secondo a grande distanza”. Certo, come no. In realtà in Germania assistiamo in queste settimane al trionfo della democrazia sotto molti aspetti, incluso l’allungamento dei tempi. Una sana lezione per i commedianti che vanno in televisione a firmare “contratti con gli italiani”, vogliono il 51% dei voti “perché sennò non si può governare” e “consultano” i loro piccoli nerd da salotto, premendo un inesistente bottone.

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