Proiettili d’argento contro la Russia

Dopo l’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina, da molti esorcizzata come improbabile e frutto di iperventilazione propagandistica americana, sono due i punti su cui gli occidentali (categoria eterogenea e convenzionale, dietro la quale vi sono differenti obiettivi e interessi nazionali) stanno riflettendo: che fare ora e che fare poi. Dove il poi temo significhi uno scenario in cui tutto si è compiuto.

Esclusa, ovviamente, l’ipotesi di sostegno militare diretto su suolo ucraino, come sarebbe una no-fly zone chiesta disperatamente dal presidente Volodymir Zelensky, perché tutto ciò equivarrebbe a una guerra con la Russia, ci si domanda quale sia l’endgame per Putin.

L’ipotesi di creare un governo-fantoccio in Ucraina, guidato da un Quisling locale, potrebbe scontrarsi con la resistenza della popolazione, eventualmente alimentata da risorse esterne. Forse Putin ritiene che questo sia un rischio che vale la pena correre in quanto questo scenario gli appare a bassa probabilità di realizzo. Assai improbabile è anche l’ipotesi che l’attuale governo ucraino capitoli e firmi una resa incondizionata a Mosca.

Quali sanzioni contro Mosca

Per l’Occidente, resta la domanda: che fare? Temo che nessuno pensi di ripristinare lo status quo ante, e che di conseguenza l’Ucraina sia persa. Ma come punire Putin? Le sanzioni economiche sono uno strumento di difficile gestione, con alti rischi di danni e conseguenze non volute su chi le impone.

Le prime mosse degli occidentali sono state di tipo convenzionale, con restrizioni al settore finanziario russo e inserimento di individui in black list. Tali elenchi non sono ancora arrivati a includere Putin né il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov. Americani ed europei puntano anche degradare nel corso del tempo la capacità industriale russa, mediante blocchi alle esportazioni “dual-use“, quelle suscettibili di applicazioni industriali e militari.

Questa ipotesi temo si scontri col fatto che la Russia potrà più o meno agevolmente triangolare con la Cina, che ha tutto l’interesse a rendere la vita molto difficile agli americani ma anche evitare il collasso di un impero morente, ma proprio per questo molto pericoloso, che ha alle porte di casa.

Il trasferimento tecnologico Russia-Cina potrà quindi avvenire per questo canale, ed i rapporti economici sono destinati a irrobustirsi ulteriormente. Si è molto parlato dell’uso della cosiddetta opzione nucleare da parte dell’occidente, cioè l’esclusione di Mosca dal sistema di messaggistica interbancaria SWIFT, di cui improvvisamente sono diventati tutti esperti.

La sponda cinese

La domanda qui resta la stessa: come pagherebbero le forniture di gas, petrolio e agricole, i clienti della Russia, non solo europei? Ci sarebbero i modi, pur se macchinosi e lenti. Ma gli europei non intendono correre il rischio letteralmente mortale di perdere l’accesso alle risorse russe. Non è un caso se Joe Biden non ha sanzionato Gazprombank come invece fatto con le altre maggior banche russe.

Senza spingersi troppo in là nella fanta-politica e fanta-finanza, gli europei rischierebbero di dover mendicare gas e petrolio russo regolandolo con triangolazioni, ad esempio con la Cina. Immaginate la disfatta multipla. Resta tra le sanzioni l’approccio centrato sulla natura cleptocratica e predatoria del regime russo, da sempre: l’esportazione di capitali e il loro riciclaggio internazionale.

Colpendo questi capitali e i loro possessori, si argomenta, si indebolirebbe Putin dall’interno, sino a far maturare le condizioni per la sua sostituzione. Tutto molto suggestivo, sulla carta. I capitali russi si sono riversati un po’ ovunque ma soprattutto in Europa, ad esempio in Regno Unito, dove Londra è stata beneficiata a partire dal collasso dell’Unione Sovietica.

Questi capitali si sono lentamente fatti strada e istituzionalizzati, in parallelo alle naturalizzazioni di cittadini russi. Certo, non tutti sono “figli di Putin” ed è verosimile che tra essi esistano “cleptocrati dissidenti”. Alcuni hanno oliato i meccanismi della politica locale spingendosi sino al processo legislativo, locale e nazionale. Il riciclaggio, dopo tutto, è il processo di istituzionalizzazione del denaro.

L’Internazionale degli oligarchi

Ci sono studi che suggeriscono ipotesi scioccanti. La contabilità nazionale ufficiale russa mostra forti surplus commerciali nel periodo 1990-2015, a cui non corrisponde l’accumulazione di attivi esteri netti. Ciò si può ricondurre al fenomeno di fuga dei capitali e costituzione di ricchezza offshore. Nella bilancia dei pagamenti, questo fenomeno tende a essere riscontrato nella voce “errori ed omissioni”, che per alcuni paesi è imponente.

In altri termini, l’oligarchia russa avrebbe sistematicamente depredato il paese della rendita energetica e delle materie prime, con occultamento e fuga di capitali, poi riciclati nelle istituzioni finanziarie internazionali e usati anche per condizionare i processi legislativi dei paesi di destinazione.

ricchezza offshore
Ricchezza offshore – Fonte

La logica delle sanzioni agli oligarchi, che pare essere il nuovo proiettile d’argento dell’occidente smarrito, è la ricostruzione di tali flussi e il congelamento dei loro stock. Ma la matassa del riciclaggio di denaro è estremamente difficile da sbrogliare, ammesso e non concesso che sia possibile farlo.

C’è chi, come Paul Krugman, sottoscrive questa linea d’attacco ma segnala l’estrema difficoltà, per usare un eufemismo, di portare alla luce interessi e fondi degli oligarchi, perché alla fine questi ultimi sarebbero “protetti” dalle resistenze che altri oligarchi, di ogni parte del mondo, andrebbero a frapporre al tracciamento di tali stock di ricchezza.

Come dire che esiste una “internazionale degli oligarchi”, e non è per nulla composta da soli russi (o cinesi). Ci sono anche molti americani, che peraltro sin qui non hanno avuto bisogno di lasciare il loro paese per mettere al riparo le loro ricchezze. È bastato agire sul processo legislativo.

Non esistono proiettili d’argento

Tutto ciò evidenziato, si scopre che non esistono soluzioni semplici e rapide, malgrado la pulsione occidentale a forgiare proiettili d’argento. Putin ha scelto il momento per lui migliore, per colpire: un’economia mondiale alle prese con molteplici shock, primo fra tutti quello energetico, che pone la Russia in condizioni di leverage strategico fortissimo.

E l’energia, a cascata e a matrice, impatta anche su altre materie prime di cui quella zona del mondo è stata benedetta. Si pensi ai grani, e alle conseguenze sul mondo di un blocco protratto dei porti ucraini. In particolare, sui paesi poveri. Una tempesta mondiale che il Cremlino può sfruttare per vincere le resistenze dei nemici.

Per questo occorre capire che fare “dopo”. Degradare l’economia russa è obiettivo astrattamente condivisibile, ma quando un paese ha una tale rendita da materie prime e la possibilità di giocare sullo scacchiere eurasiatico e non solo, questa rischia di essere un’illusione.

Non so se il rimbalzo di ieri della borsa americana sia un segnale. Mi pare davvero troppo presto. Potrebbe essere stato frutto di chiusura di posizioni ribassiste molto spinte, in attesa di riaprirle. Il catalizzatore potrebbe essere stata la considerazione che il mondo subirà un forte rallentamento o una recessione che toglieranno dal tavolo l’ipotesi di strette monetarie aggressive da parte delle banche centrali.

Forse è davvero troppo presto per queste conclusioni. Ma è difficile, anche ora, sfuggire alla sensazione che i mercati stiano avviandosi a prendere atto che l’Ucraina è persa e si debba voltare pagina per tornare al business as usual. Ribadisco, sono solo suggestioni ed estrapolazioni estreme. Altra volatilità agiterà le acque dei mercati.

Quello che credo servirebbe accantonare sono un paio di slogan che ci accompagnano dalla caduta del Muro di Berlino, che ora sta venendo ricostruito a Kiev. Il primo, che postula “dove passano merci, non passano eserciti”, che è una rassicurante sciocchezza. Il secondo, che per molti aspetti discende dal primo, è che “nel ventunesimo secolo non può esserci posto per logiche belliche novecentesche”. Seguito dall’immancabile “signora mia”. Il mondo resta cocciutamente hobbesiano.

I nostri pensieri angosciati sono con la popolazione dell’Ucraina.

Photo by Paul G on Unsplash

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