Il paese che ama il debito, anche formativo

Sul Sole di ieri un interessante commento di Massimo Bordignon e Gilberto Turati, docenti di Scienza delle Finanze presso l’Università Cattolica, dal titolo “Un debito dello Stato fortemente legato alle idee che ha l’opinione pubblica“, tenta di analizzare uno dei temi che, assai umilmente, su questi pixel leggete da anni con una certa frequenza: perché gli italiani sembrano essere inconsapevoli dei vincoli di finanza pubblica, soprattutto intertemporali, e delle conseguenze di lungo termine del ricorso sistematico al deficit? Si possono tentare alcune spiegazioni.

Scrivono Bordignon e Turati:

Non c’è dubbio, per esempio, che in Europa i Paesi caratterizzati da opinioni pubbliche tendenzialmente più conservatrici sul piano fiscale sono anche quelli che presentano le migliori situazioni dal punto di vista finanziario (minor deficit e minor debito pubblico). indipendentemente dagli aspetti istituzionali o politici specifici a ciascun Paese. Questo solleva la questione del perché l’opinione pubblica italiana si sia sempre dimostrata disponibile a sostenere le forze politiche più favorevoli alla spesa pubblica e ai disavanzi.

La finzione dell’articolo 81

È l’orientamento dell’opinione pubblica, cioè dell’elettorato, a produrre una classe politica più o meno incline al debito e al deficit, prima di presunti guardrail come vincoli costituzionali e istituzionali. Chi legge questo sito con masochistica costanza avrà qui rintracciato uno dei punti che tendo a enfatizzare da sempre: i vincoli sono costrutti umani, e come tali sono aggirabili.

Come si spiegherebbe, del resto, l’articolo 81 della Costituzione che ha consentito la produzione di un imponente debito pubblico, malgrado contenesse in sé il concetto della copertura delle spese? Recitava infatti l’articolo 81 nella versione precedente la modifica introdotta con la legge costituzionale 1/2012 (quella dell'”equilibrio di bilancio” e del Fiscal Compact durante la crisi di debito sovrano):

Le camere approvano ogni anno i bilanci ed il rendiconto consuntivo presentati dal governo.
L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi.
Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese.
Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.

In altri contesti culturali, un articolo costituzionale del genere avrebbe avuto i denti per garantire l’agognato “equilibrio di bilancio”. Da noi non è andata così, neppure con la riscrittura dell’articolo 81. Che peraltro parla di “equilibrio” di bilancio e non di pareggio. Forse scordiamo che questo paese ha prodotto e continua a produrre eletti che parlano di “attingere al deficit“, come forma di copertura o come pozzo di San Patrizio?

Vade retro, Ricardo

Esiste, quindi, un aggiramento “culturale” dei vincoli all’equilibrio di bilancio. Perché, allora, l’opinione pubblica italiana tende a premiare forze politiche favorevoli al deficit? Secondo Bordignon e Turati esistono due risposte, che non si escludono reciprocamente.

Secondo la prima, gli italiani soffrirebbero di una sorta di “illusione finanziaria” che li porterebbe a trascurare i rischi di maggior deficit e debito, che a un certo punto andranno ripagati. Non necessariamente in tutto ma almeno in parte. Sarebbe quindi una sorta di condotta “antiricardiana”, dove l’argomentazione secondo cui più deficit oggi porta a più tasse e/o meno spesa pubblica domani viene ignorata.

Spesso si sente e si legge che più deficit oggi, nelle voci di spesa di volta in volta indicate, porterebbe a maggior crescita e, attraverso qualche magico moltiplicatore, a ripagarsi. E questo di solito è l’alibi per fare deficit oggi e disinteressarsi del debito di domani. Spesso condito con rimasticature mai digerite, tipo la citazione di Keynes sul lungo periodo.

Giochi a somma zero

La seconda motivazione per l’orientamento pro-deficit della maggioranza degli italiani sarebbe, sempre secondo Bordignon e Turati, un generico comportamento da free rider nel sostenimento dei costi dei servizi:

Forse gli elettori sono perfettamente consci dell’esistenza di un vincolo di bilancio aggregato (intertemporale) per le finanze pubbliche, ma pensano di poter ottenere i benefici di una politica fiscale espansiva a proprio esclusivo vantaggio, scaricandone i costi sul resto della collettività. Naturalmente, se tutti si comportano da free-rider, cercando di scaricare sugli altri il costo del finanziamento dei servizi, il risultato finale è una espansione dei disavanzi e dei debiti a svantaggio di tutti.

Qui presumo si parli dell’atteggiamento incline all’evasione fiscale, che viene esplicitato più avanti nel testo:

Ragioni storiche complesse e di lungo periodo hanno reso gli italiani in media poco fiduciosi nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni. Piuttosto che una forma di organizzazione del vivere civile rivolto alla costruzione dei bene comune, a cui tutti partecipano con ben precisi diritti e doveri, lo Stato viene da molti percepito come un organismo estraneo, oppressivo e a cui è dunque legittimo ribellarsi, evitando per quanto possibile di rispettarne le leggi.

Come tanti altri beni pubblici, il debito pubblico è di tutti, dunque di nessuno; e cercare finché si può di sfruttare i vantaggi della spesa pubblica, anche a scapito del bene comune e senza pagarne i costi, è spesso percepito non solo come un comportamento pienamente accettabile, ma addirittura come un meccanismo “di difesa” necessario a fronte dell’oppressione esercitata dallo Stato sull’inerme cittadino.

Il consenso e le mance fiscali

Se colleghiamo questa interpretazione al concetto di free riding, tutto diventa più comprensibile. L’assenza di fiducia tra corporazioni di cittadini e istituzioni produce sia la rincorsa a strapparsi risorse fiscali in un gioco percepito a somma zero, sia a tentare di eludere la compartecipazione agli oneri. Anche senza scomodare la lotta di classe e la redistribuzione.

La costruzione del consenso avviene mediante deficit, nello specifico anche attraverso le innumerevoli tax expenditures a copertura improbabile che tentano di ritagliarsi porzioni di elettorato, causando quindi buchi di gettito e -soprattutto- innalzando le aliquote nominali a livelli che risultano tossici per l’economia. Ogni tentativo di reset si scontra con i “diritti acquisiti” dei titolari delle tax expenditures.

I comportamenti elusivi derivano dalla sfiducia sociale e dalla corporativizzazione della società in gruppi impegnati in una strenua lotta a somma zero per le risorse fiscali, quasi con finalità risarcitoria. Il free riding è spessi razionalizzato come reazione a presunti torti subiti nelle proprie rivendicazioni.

Analfabetismo, finanziario e non solo

Ma, oltre a queste ipotesi di interpretazione, gli autori indicano anche quello che potremmo considerare un potente “fertilizzante” del rifiuto del vincolo di bilancio, e cioè del fatto che qualcuno, prima o poi, deve ripagare i debiti: la scarsa alfabetizzazione finanziaria (o generale, temo). Infatti:

Test e sondaggi testimoniano di una bassa comprensione nella popolazione italiana perfino degli elementi più basilari di economia finanziaria. in un sondaggio realizzato per l’Associazione delle Casse di Risparmio Italiane, solo un terzo degli intervistati sapeva cosa fossero l’inflazione, lo spread o una recessione (solo uno su dieci aveva sentito parlare del Quantitative Easing, la politica della Bce che ha giocato un ruolo chiave nella gestione della crisi europea di cui abbiamo parlato in precedenza). Il grado di competenza finanziaria è strettamente correlato al livello di istruzione e mostra di nuovo un peggioramento scendendo dal Nord al Sud del Paese.

Di certo, in un paese in cui esiste un terrificante livello di illusione monetaria, cioè dove si ignorano le grandezze reali, è fatale si affermino messaggi politici il cui punto centrale è “si risolve stampando moneta”. In altri ambiti, ma sempre riconducibili all’analfabetismo finanziario, questo è anche il paese in cui le truffe finanziarie su vasta scala hanno ancora discrete probabilità di realizzarsi, dai questionari MIFID in giù. Detto con le parole degli autori:

Più in generale, i sondaggi certificano gli italiani come tendenzialmente i più “disinformati” dell’intera Europa, nel senso di presentare il divario più forte tra la “percezione” e la “realtà” dei fatti. La scarsa comprensione e informazione rende gli italiani anche preda dei demagoghi politici (sempre pronti a proporre soluzioni semplici a problemi complicati), o – ancora peggio – delle fake news che circolano abbondantemente sui social.

Prognosi

Già. Quindi, riepilogando: scarsa coesione sociale che genera sfiducia e rincorse corporative a strapparsi di mano risorse fiscali; antagonismo tra gruppi sociali e stato, dove quest’ultimo è visto come una controparte in un gioco a somma zero e non come la rappresentazione e composizione dei primi; diffuso e devastante analfabetismo, non solo finanziario, numerico e computazionale, che entra in sinergia perversa con le altre caratteristiche dell’elettorato.

Tutto ciò evidenziato, o meglio ribadito (se mi leggete da sufficiente tempo), la domanda sorge spontanea: che tipo di prognosi si può prevedere per un paese del genere?

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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

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