I nodi non stagionali del mercato del lavoro

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

torna ad impazzare sui media il tema degli stagionali introvabili “a causa del reddito di cittadinanza”.

La questione continua ad essere trattata in modo aneddotico e parziale, tanto dal lato dell’evidenziazione della carenza dei posti, quanto da parte di contro-inchieste, da cui emergono casi di nero, paghe molto basse, orari insostenibili.

Non solo reddito di cittadinanza

Che gli stagionali siano difficili da reperire nessuno lo nega. Ricercare la causa di ciò, tuttavia, nel reddito di cittadinanza appare piuttosto consolatorio o, comunque, pelosamente utile non tanto alla soluzione al problema, quanto alla polemica sull’opportunità della sua abrogazione.

In sottofondo, restano almeno due questioni di portata ben più ampia della polemica estiva (per altro, già presente anche da ben prima della vigenza del RdC).

In primo luogo, la riorganizzazione dei servizi di accoglienza turistica e ristorazione. Per quanto il RdC certo non aiuti ad evitare comportamenti opportunistici ed il contrasto a forme irregolari, in ogni caso l’immenso settore non pare sia stato in grado di rivedere i propri metodi di organizzazione del lavoro e la sua produttività complessiva, come anche la redditività degli investimenti. Poiché il costo del lavoro incide, come evidente, in maniera rilevante, proprio in questo settore è ancora fortissima la tendenza ad incidere sui costi connessi al personale come leva per ridurre i costi, in assenza di misure di altra natura.

Per tale ragione, la domanda dei datori non è in grado di intercettare maggiormente l’offerta mediante retribuzioni e generali condizioni lavorative più attraenti del passato. La domanda sembra essere rimasta quella di sempre, con importanti deviazioni. Che l’offerta (cioè i lavoratori) abbia “scoperto” a causa della pandemia altri settori meno impegnativi, a pari remunerazione (se non migliore) è un fatto che concorre in modo decisivo all’attuale mismatch, al di là del RdC.

Da questo punto di vista, riflessioni molto serie sulla necessità di ridurre il cosiddetto “cuneo” retributivo, cioè il carico di imposte e contributi, sono irrinunciabili, ma a condizione di prendere atto che nessuna riduzione di gettito fiscale e contributivo può reggere a lungo, senza una contestuale riduzione simmetrica della spesa.

Una pletora di rapporti di lavoro

Il secondo tema concerne in generale le forme di regolazione dei rapporti di lavoro. Il settore turistico-ricettivo è tra quelli che, per esempio, con l’agricoltura, più può usufruire delle ancora tantissime e variegatissime forme di rapporto di lavoro regolate dalla troppo frastagliata normativa (che le molte leggi degli ultimi 20 anni non sono mai riuscite a semplificare). Un elenco molto riassuntivo delle forme di incontro tra domanda ed offerta è il seguente:

  1. Tirocini formativi extracurriculari
  2. tirocini di inserimento lavorativo
  3. convenzioni di integrazione lavorativa per disabili
  4. contratti di formazione e lavoro (solo per la PA)
  5. contratti di apprendistato
  6. lavoro a chiamata e tempo determinato
  7. lavoro a chiamata a tempo indeterminato
  8. collaborazioni occasionali professionali/lavoro autonomo occasionale
  9. lavoro occasionale accessorio
  10. collaborazioni coordinate e continuative
  11. prestazioni d’opera professionale
  12. lavoro a tempo parziale
  13. lavoro a tempo determinato
  14. lavoro a tempo determinato stagionale
  15. lavoro somministrato a tempo determinato
  16. lavoro somministrato a tempo indeterminato
  17. lavoro a tempo indeterminato

È da precisare, Titolare, che i tirocini non sono propriamente qualificati e qualificabili come rapporti di lavoro. In effetti, essi dovrebbero avere prevalente valore formativo e di orientamento e costituire uno strumento di politica attiva, per facilitare un rapporto diretto tra lavoratori e datori. Troppo spesso, però, sono una sorta di “pre prova” o un metodo a buon mercato di acquisizione di manodopera non specializzata (anche se, come molte volte ha evidenziato Adapt, sono diffusissimi gli annunci per la ricerca di “tirocinanti con esperienza”).

Ancora, l’elenco visto sopra considera anche rapporti di lavoro non subordinati: non ci si addentra, Titolare, nella confusione estrema connessa a forme opache ed oblique, come co.co.co., prestazioni occasionali professionali, prestazioni occasionali accessorie (quella da 280 ore massimo l’anno e un tetto da 5.000 euro), prestazione d’opera professionale e lavoro autonomo genuino, contrapposto alla “partita Iva” solo di facciata, con mono-committenza: si tratta di un labirinto mai regolato in modo da segnare bene i confini tra il lavoro subordinato e quello effettivamente “in proprio” ed imprenditoriale.

E, infine: alcune forme tra quelle elencate si cannibalizzano tra esse: i tirocini per loro natura sono di ostacolo all’apprendistato, a sua volta per altro poco concorrenziale con i contratti a tempo determinato, ai quali in alcune circostanze (vedasi proprio una serie di attività specifiche di ricezione e ristorazione) il lavoro a chiamata a termine si fa ancora e di molto preferire, mentre il part time è comunque lo strumento che se da un lato riduce gli oneri dei datori, dall’altro rischia, quando indotto da esigenze aziendali e, quindi, “subìto”, dal lavoratore, di causare i cosiddetti lavoratori poveri.

Razionalizzare i rapporti

Il tema degli stagionali, Titolare, dovrebbe, dunque, indurre a non inseguire presunti scoop su rifiuti inspiegabili di mirabolanti proposte di lavoro, come a non dare per scontato che i datori siano solo ed esclusivamente propensi allo sfruttamento.

Occorrerebbero riflessioni serie sull’esperienza della riforma del lavoro a termine in Spagna, insieme a misure di politica economica ed industriale adeguate. Oltre che decisioni tutto sommato facili, sul punto visivo: un elenco di decine di forme di lavoro, cui corrisponde un numero multiplo, poi, di trattamenti previdenziali e di ammortizzatori, è più sostenibile?

La risposta non può essere data dal grido di questo o quel titolare di ristorante od albergo, né dall’impulso ad aprire le frontiere a lavoratori stranieri, né dalla mitizzazione dei datori solo come “aguzzini”.

Photo by Kate Townsend on Unsplash

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