Il camaleonte del Rione Gratuità

Pare che il capo politico dell’entità colliquata convenzionalmente nota come M5S stia vivendo una seconda (ma anche terza o quarta) giovinezza e rigenerando il contrassegno elettorale dell’entità medesima. Almeno, a giudizio degli ultimi sondaggi prima del cosiddetto silenzio pre-elettorale, che verrà sostituito dalle non meno celebri “corse clandestine”, dove i partiti diventano cavalli con nomi di fantasia.

Nel frattempo, l’avvocato del popolo, impegnato a riplasmare il Movimento a sua immagine e somiglianza e liberarlo dalle distopie grillesche, pare avere grandi riscontri di pubblico (narrano le cronache) soprattutto nei territori del Paese dove maggiori sono vulnerabilità e deprivazione economica.

Ora e sempre, gratuitamente

Il messaggio di Conte, sempre appesantito da una retorica ampollosamente povera, si sintetizza in un avverbio: gratuitamente. Che fa rizzare i capelli in testa a quanti sanno che in natura non esistono pasti gratis ma che ha una sua dirompente semplicità presso ampi strati della popolazione, che sono quelli a cui non potrebbe fregar di meno del concetto di trade-off o di quello che accadrà alle prossime generazioni. A dirla tutta, temo che altrettanto poco possa fregare ad altri soggetti, in condizioni meno deprivate. Quindi l’appeal potenziale del messaggio contiano appare piuttosto ampia.

In questi giorni di comizi, noto che i giornali meno amichevoli nei confronti di Conte tendono a ritrarre lui e i partecipanti ai suoi eventi con pennellate di prosa neorealista che, non so perché, mi ricordano molto le descrizioni che Curzio Malaparte fece ne “La pelle” o anche il celeberrimo “Brutti, sporchi e cattivi” dove un grande Ettore Scola dirige un immenso Nino Manfredi.

Conte è un camaleonte la cui abilità è direttamente proporzionale alla credulità dell’uditorio. In un paese come il nostro, lui e quelli come lui hanno davanti autentiche praterie, soprattutto durante momenti di crisi economica. Inutile attendersi dall’elettorato sofisticate analisi costi-benefici. La domanda di assistenza è forte, purtroppo sempre più forte. Soprattutto da quei territori dove il welfare italiano ha “trovato la strada” da molto tempo, anche senza sussidi codificati e dove una pensione di invalidità con assegno di accompagnamento è solo la punta dell’iceberg.

Conte ha deciso di stare “dalla parte dei deboli”. Bella forza e bello sforzo, direte voi: chi si dichiarerebbe a favore dei forti e privilegiati? Questo suo “francescanesimo” di risulta, che pare l’evoluzione di uno dei messaggi del movimento nato proprio nel giorno del santo di Assisi, finisce col far vibrare le corde della “vera sinistra”, quella col bollino di garanzia, quella che lotta da sempre contro i soprusi in un diapason di empatia per gli ultimi che è difficile contestare su basi razionali, almeno sin quando un paese non scivola tra Libano e Sud America dove le migliori intenzioni e predazioni lastricano la strada dell’inferno.

voi valete, lui ha l’expertise

Conte suscita sospiri e batticuori, tra il genuino e lo strumentale, in quella fascia di politici di sinistra che puntano a creare un bel “Frente Amplio” con cui guidare il paese. Quelli che hanno passato la vita a somatizzare e denunciare l’imbastardimento della sinistra e il suo asservimento ai “padroni”. Molti di loro sono portatori di rivendicazionismi meridionalistici, nel solco storico del “neo-colonialismo” che avrebbe depredato quella parte del paese. C’è ancora gente che canta la storia del Nord che, “senza i consumi del Sud, non andrebbe da nessuna parte”, che odora di muffa da molto tempo ma pare sempre spendibile, almeno nel nostro pietrificato, vittimista e rivendicazionista dibattito pubblico.

Conte gira l’Italia con un messaggio: guardate che io sono il maestro del negoziato che vi ha fatto avere 200 miliardi “gratis”. Che non sono gratis, visto che 130 sono debito, ma pazienza. Bisogna piantare le tende a Bruxelles e “negoziare”, per convincere gli altri paesi che noi valiamo e che devono darci i soldi.

E pazienza che, ribadisco alla nausea, non spieghi (né gli chiedano, a dire il vero) chi dovrebbe pagare per chi, in una crisi siffatta, dove più sussidi eroghi e più rischi di avere un’inflazione fuori controllo e banche centrali che devono diventare per forza di cose “crudeli”. Se ci fosse bisogno di tutte queste stucchevoli analisi i politici non servirebbero, soprattutto quelli che vendono sogni e fiabe. No, Conte ammicca all’uditorio sorridendo mentre dice che, per questo tipo di negoziati, lui ha “l‘expertise” (ha detto proprio così).

Conte è anche portatore di una singolare visione “profilattica” del deficit: se avessimo proceduto allo scostamento molto tempo addietro, ora saremmo a posto. Lo scostamento preventivo e neutralizzante, in pratica.

È anche un pacifista di rito italiano ma anche populisticamente modificato. Ma non di quelli, di solito a sinistra, che tipicamente invocano il famoso articolo 11 della costituzione più bella del mondo bensì ricorre, per una volta, a quei trade-off che di solito ignora serenamente. “Mandare all’Ucraina armi per miliardi mentre le famiglie e le imprese non riescono a pagare il gas? Ma scherziamo?”. Che, dobbiamo ammettere, ha una sua rozza efficacia. Come quella di tagliare i parlamentari per ridurre la spesa pubblica.

Si rallegra (e misteriosamente s’inorgoglisce, perfino) per i successi militari della resistenza ucraina ma ribadisce che questo è il momento giusto per la diplomazia e che “l’Italia ha una forte capacità di dialogo nelle relazioni diplomatiche. Meno armi, più diplomazia”. Non prima di aver suggerito che “i fornitori d’armi” devono essere americani e britannici, per vocazione e tecnologia, e vissero tutti felici e contenti.

Dopo aver trovato la felice quadratura del cerchio invocando questo “principio di specializzazione” del nostro paese nelle relazioni internazionali, Conte riprende a martellare col suo avverbio preferito: gratuitamente.

Piovono debiti, gratis

Piace tanto alla “vera sinistra”, col bollino blu, e agli apparatchik del partitone ex rosso che sognano il takeover del Nazareno dalla sera del 25 settembre, ma il suo messaggio non ha i canoni tipici della “vera sinistra”. Quella che vede la redistribuzione come inizio e fine di ogni attività politica. Conte non pare né appare un pasdaran del celebre motto “anche i ricchi piangano”. Per lui è meglio pensare a tassare gli extraprofitti, che ci sta anche ed è una forma di redistribuzione da tempo di guerra, ma non si spinge mai nelle terre rosse della sinistra.

Quella che vede extraprofitti anche nei ricavi di un’azienda, e che landinianamente vorrebbe prelevarli con voluttà anche in tempo di pace. Quella che invoca la patrimoniale catartica e sospira per i bei tempi andati delle aliquote al 90% dell’imposta personale sui redditi. Ecco, l’avvocato del popolo si tiene ben lontano da queste complicazioni “ideologiche”.

Per lui meglio la classica “interlocuzione” con l’Europa per far piovere debiti “a gratis” sul nostro paese. Voi vedete pericolose incoerenze, in questo modo di stare al mondo? Ovvio che sì ma non è il tempo di fare filosofia. Al più, retorica, e della specie assai poco immaginifica usata da Conte. Primum vivere, deinde philosophari, direbbero quelli che accorrono ai suoi comizi, se solo sapessero che significa.

Conte si guarda bene, quindi, dal definirsi “progressista”; rivendica autonomia, lascia che a sospirare per lui siano altri, a sinistra. Consapevole che, se riuscirà a portare a casa un risultato a doppia cifra e alcune decine di parlamentari, i sospiri diverranno gemiti di concupiscenza. Lui lo sa bene e si concede il piccolo grande lusso di ritorcere “veti” contro chi ha messo il veto su di lui, consapevole che quest’ultimo è ormai al capolinea del suo percorso politico. Difficile criticarlo per questo. Proprio per questo suo pragmatismo ama giocare di sponda, anche geografica, con chi ha inclinazioni populiste simili alle sue e si è sempre segnalato per altrettanto “pragmatismo” nella scelta degli interlocutori.

In questa nuova eppure antica postura, Conte può permettersi di scegliere gli interlocutori “a sinistra” anche se è del tutto evidente che, memore della sua “flessibilità”, potrebbe tornare ad allearsi anche con qualcuno a destra. Del resto lui è anche quello che, un paio di vite addietro, rigettava le accuse di populismo e sovranismo affermando candidamente che “sovranità e popolo sono nella nostra costituzione”. Il problema sono gli -ismi ma il personaggio è abbastanza furbo da sapere che questi saranno trascurabili e trascurati (sof)ismi, in un paese come questo.

Una sorta di centro di gravità permanente, anche nelle sue oscillazioni tra destra e sinistra. Che negli ultimi quattro anni ha partecipato a tutte le accozzaglie di maggioranza ma che denuncia sdegnato le accozzaglie. In un panorama politico caratterizzato da un degrado senza precedenti, il degrado contribuito da Conte spicca per la “nobiltà” di intenti, quella che fa sospirare la cosiddetta intellighenzia di sinistra.

Perché lui è una maschera della commedia dell’arte italiana. Il difensore dei diseredati ma non un masaniello descamisado. No, proprio un avvocato del popolo, con la sua pochette e le sue perorazioni. Almeno, in questa fase della sua inopinata esistenza politica. Un camaleonte a gettone, per ogni stagione di un paese alla deriva.

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