Si moltiplicano le grida di dolore per la disposizione del Fiscal compact che  impone di tagliare ogni anno, nella misura di un ventesimo, la quota del rapporto debito-Pil che eccede la soglia-Maastricht del 60 per cento. Il commento più frequente, di matrice politica, sostiene che per rispettare la tabella di marcia dovremmo ogni anno fare mostruose manovre correttive, per circa 45 miliardi di euro. Le cose non stanno esattamente in questi termini, ed è possibile mantenersi in tabella di marcia (e pure batterla) con sforzo ragionevolmente contenuto o pressoché nullo, al verificarsi di date condizioni.

Sull’Atlantic, un articolo di Ramesh Ponnuru e David Beckworth sul rischio del Fiscal cliff statunitense. E suggeriscono una lettura alternativa a quella keynesiana, condizionata tuttavia all’osservazione della realtà circostante (in precedenti episodi di austerità), oltre che dell’azione della banca centrale durante le strette fiscali.

(Post tecnico-dilettantistico, astenersi economisti)

Il Fondo Monetario Internazionale pubblica il World Economic Outlook, da cui emerge l’ennesima revisione al ribasso delle prospettive di crescita mondiale. E fin qui, nulla di inedito. La novità deriva dalla scoperta di un valore piuttosto elevato dei moltiplicatori fiscali, e dalla conseguente autocritica del FMI. Siamo in pieno revisionismo, si direbbe.

Oggi, su il Giornale, Renato Brunetta rilancia con fanfara cattedratica un paper di Paul De Grauwe e Yuemei Ji sulla natura non esclusivamente fondamentale della crisi dell’Eurozona e del conseguente impatto sugli spread. La tesi di De Grauwe e Ji è ormai nota: i mercati obbligazionari dell’Eurozona sono più fragili ed inclini a crisi di liquidità che si autoavverano rispetto ai paesi “stand alone“. La cosa più interessante è che il paper è di maggio, ma solo oggi balza all’attenzione di Brunetta.

L’ufficio studi di Deutsche Bank, in una recente pubblicazione, ha stimato l’impatto sul Pil dei paesi dell’Eurozona di determinate variazioni del saldo strutturale di bilancio pubblico (cioè corretto per il ciclo economico), ottenendo quindi alcune stime dei moltiplicatori, che oscillano dal minimo di 0,3 al massimo di 0,7 per Spagna, Francia e Italia. In particolare, per il nostro paese, ad una correzione del saldo strutturale di ben il 2,2 per cento nel 2012, farebbe seguito una contrazione del Pil dell’1,5 per cento.

Nell’anno 2011 la Federal Reserve ha conseguito utili per 77,4 miliardi di dollari, dopo il record di 81,7 miliardi dell’anno fiscale 2010. Si tratta dei massimi storici “redditività” (anche senza virgolette) per la banca centrale statunitense, e più del doppio rispetto agli utili medi del periodo precedente la crisi 2008-2009. E’ l’essenza del signoraggio, ma non nell’accezione complottarda a cui siamo abituati.

(* Post tecnico: a volte servono anche quelli, per poterla buttare in caciara in altri momenti)

Un recente paper di Josh MasonArjun Jayadev tenta di analizzare la crescita del rapporto debito-reddito delle famiglie statunitensi dalla Grande Depressione ai giorni nostri. Tale rapporto può (anzi, deve) essere scomposto nelle sue grandezze costitutive: indebitamento primario, livello dei tassi d’interesse nominali, crescita reale ed inflazione. Questi sono peraltro gli elementi costitutivi del più noto rapporto debito-Pil usato a livello di conti pubblici nazionali.

Così sembrerebbe, almeno secondo Greg Mankiw, che sul suo blog ricorda di aver calcolato in passato un modello per il livello-obiettivo del tasso sui Fed Funds (il tasso chiave della politica monetaria statunitense) e che oggi, secondo gli ultimi dati, quel livello, pur se ancora negativo, starebbe avvicinandosi alla soglia che non giustificherebbe oltre il mantenimento di una ZIRP (zero interest rate policy).