Si moltiplicano le grida di dolore per la disposizione del Fiscal compact che  impone di tagliare ogni anno, nella misura di un ventesimo, la quota del rapporto debito-Pil che eccede la soglia-Maastricht del 60 per cento. Il commento più frequente, di matrice politica, sostiene che per rispettare la tabella di marcia dovremmo ogni anno fare mostruose manovre correttive, per circa 45 miliardi di euro. Le cose non stanno esattamente in questi termini, ed è possibile mantenersi in tabella di marcia (e pure batterla) con sforzo ragionevolmente contenuto o pressoché nullo, al verificarsi di date condizioni.

(Post tecnico-dilettantistico, astenersi economisti)

Il Fondo Monetario Internazionale pubblica il World Economic Outlook, da cui emerge l’ennesima revisione al ribasso delle prospettive di crescita mondiale. E fin qui, nulla di inedito. La novità deriva dalla scoperta di un valore piuttosto elevato dei moltiplicatori fiscali, e dalla conseguente autocritica del FMI. Siamo in pieno revisionismo, si direbbe.

Oggi, su il Giornale, Renato Brunetta rilancia con fanfara cattedratica un paper di Paul De Grauwe e Yuemei Ji sulla natura non esclusivamente fondamentale della crisi dell’Eurozona e del conseguente impatto sugli spread. La tesi di De Grauwe e Ji è ormai nota: i mercati obbligazionari dell’Eurozona sono più fragili ed inclini a crisi di liquidità che si autoavverano rispetto ai paesi “stand alone“. La cosa più interessante è che il paper è di maggio, ma solo oggi balza all’attenzione di Brunetta.