Sul suo blog, l’economista statunitense Jeff Frankel si occupa delle ultime polemiche che hanno coinvolto alcune “grandi firme” di Harvard, e giunge alla conclusione che “qualcuno” (il più meritevole) non ha ancora ricevuto la giusta dose di critiche per una tesi ideologica e spericolata, nel dibattito tra austeri e stimolatori.

Si moltiplicano le grida di dolore per la disposizione del Fiscal compact che  impone di tagliare ogni anno, nella misura di un ventesimo, la quota del rapporto debito-Pil che eccede la soglia-Maastricht del 60 per cento. Il commento più frequente, di matrice politica, sostiene che per rispettare la tabella di marcia dovremmo ogni anno fare mostruose manovre correttive, per circa 45 miliardi di euro. Le cose non stanno esattamente in questi termini, ed è possibile mantenersi in tabella di marcia (e pure batterla) con sforzo ragionevolmente contenuto o pressoché nullo, al verificarsi di date condizioni.

Sull’Atlantic, un articolo di Ramesh Ponnuru e David Beckworth sul rischio del Fiscal cliff statunitense. E suggeriscono una lettura alternativa a quella keynesiana, condizionata tuttavia all’osservazione della realtà circostante (in precedenti episodi di austerità), oltre che dell’azione della banca centrale durante le strette fiscali.

(Post tecnico-dilettantistico, astenersi economisti)

Il Fondo Monetario Internazionale pubblica il World Economic Outlook, da cui emerge l’ennesima revisione al ribasso delle prospettive di crescita mondiale. E fin qui, nulla di inedito. La novità deriva dalla scoperta di un valore piuttosto elevato dei moltiplicatori fiscali, e dalla conseguente autocritica del FMI. Siamo in pieno revisionismo, si direbbe.