L’ufficio studi di Deutsche Bank, in una recente pubblicazione, ha stimato l’impatto sul Pil dei paesi dell’Eurozona di determinate variazioni del saldo strutturale di bilancio pubblico (cioè corretto per il ciclo economico), ottenendo quindi alcune stime dei moltiplicatori, che oscillano dal minimo di 0,3 al massimo di 0,7 per Spagna, Francia e Italia. In particolare, per il nostro paese, ad una correzione del saldo strutturale di ben il 2,2 per cento nel 2012, farebbe seguito una contrazione del Pil dell’1,5 per cento.

Nell’anno 2011 la Federal Reserve ha conseguito utili per 77,4 miliardi di dollari, dopo il record di 81,7 miliardi dell’anno fiscale 2010. Si tratta dei massimi storici “redditività” (anche senza virgolette) per la banca centrale statunitense, e più del doppio rispetto agli utili medi del periodo precedente la crisi 2008-2009. E’ l’essenza del signoraggio, ma non nell’accezione complottarda a cui siamo abituati.

(* Post tecnico: a volte servono anche quelli, per poterla buttare in caciara in altri momenti)

Un recente paper di Josh MasonArjun Jayadev tenta di analizzare la crescita del rapporto debito-reddito delle famiglie statunitensi dalla Grande Depressione ai giorni nostri. Tale rapporto può (anzi, deve) essere scomposto nelle sue grandezze costitutive: indebitamento primario, livello dei tassi d’interesse nominali, crescita reale ed inflazione. Questi sono peraltro gli elementi costitutivi del più noto rapporto debito-Pil usato a livello di conti pubblici nazionali.

Il risultato della ricerca è che la maggior parte dell’aumento del rapporto debito-reddito nell’ultimo trentennio può essere spiegato con la classica “dinamica di Fischer”, il risultato meccanico di tassi d’interesse nominali in aumento e processo di disinflazione post anni Ottanta. Il paper è utile sia per confutare in parte la chiave di lettura di una propensione all’indebitamento sempre e comunque elevata da parte delle famiglie americane sia per ricordare che, a livello di conti pubblici, è fondamentale leggere le variazioni del rapporto debito-Pil alla luce delle determinanti di tale rapporto, per evitare conclusioni affrettate e moralistiche sulla dissipatezza fiscale dei paesi.

Così sembrerebbe, almeno secondo Greg Mankiw, che sul suo blog ricorda di aver calcolato in passato un modello per il livello-obiettivo del tasso sui Fed Funds (il tasso chiave della politica monetaria statunitense) e che oggi, secondo gli ultimi dati, quel livello, pur se ancora negativo, starebbe avvicinandosi alla soglia che non giustificherebbe oltre il mantenimento di una ZIRP (zero interest rate policy).

Di fronte alla persistente assenza di iperinflazione (o anche solo di inflazione, a dirla tutta), Stefan Karlsson, economista svedese di scuola Austriaca, giunge ad una puntualizzazione assai preziosa per tutti quelli che proprio non riescono a capire la differenza tra base monetaria ed offerta di moneta, come abbiamo potuto sperimentare tempo addietro davanti alle sdegnate email dei fedeli austriacanti che vedono inflazione dietro ogni angolo di strada.

«Anche se le previsioni dell’economia sono indipendenti da ogni teoria etica, ci sono idee etiche dietro il ragionamento economico normativo. Un economista che rigetti l’idea dello sfruttamento nell’acquisto di reni, ad esempio, sta trattando il venditore di reni con rispetto – come una persona capace di scegliere per se stessa anche in circostanze difficili»