Israele e la criptovaluta di stato

Il regolatore del mercato azionario israeliano ha avviato la procedura per vietare la quotazione sulla borsa locale di aziende i cui “servizi principali” sono in valute digitali, mentre quelle già quotate ma che sposteranno la maggioranza della propria operatività su servizi di moneta digitale saranno rimosse dal listino. Le motivazioni sono da ricondurre a timori di bolla speculativa ma anche di frode attraverso l’aggiramento del regolatore.

Stanno infatti moltiplicandosi i casi di Initial Coin Offerings (ICO), cioè pratiche di crowdfunding basate su emissione di moneta digitale (token) distribuita ai partecipanti all’operazione in fase di lancio di società. In pratica, i gettoni digitali sono l’equivalente di azioni in una offerta pubblica di quotazione, ma mediante essi le aziende aggirano le norme, ovunque piuttosto strette, sulle nuove ammissioni sul mercato azionario.

Per questo motivo i regolatori stanno attuando un po’ ovunque un giro di vite sugli ICO, il cui potenziale di truffa è sotto gli occhi di tutti. Israele, oltre a vietare le “bitcoin company”, è tornato sul progetto di realizzazione di una criptovaluta di stato, lo shekel digitale, di pari valore dello shekel fisico. Le motivazioni per questo progetto sono varie, ma tra esse vi è il contrasto dell’economia sommersa. In parallelo all’emissione dello shekel digitale, che sarebbe gestito dai cittadini attraverso il borsellino elettronico (wallet) del proprio smartphone, il governo pensa ad una legge per restringere significativamente l’uso del contante.

In un paese dove l’economia sommersa è stimata pesare per circa il 20-25% del Pil, la manovra congiunta di restrizioni al contante e uso dello e-shekel dovrebbe produrre importanti esiti di emersione del nero. Un rilevante effetto collaterale della misura sarebbe tuttavia la disintermediazione del sistema di pagamenti bancari, visto che le transazioni passerebbero dai server della banca centrale in tempo più o meno reale. Questa parte della digitalizzazione monetaria nazionale è quella applicata ad esempio in Ecuador ed in altri paesi dove la bancarizzazione della popolazione è piuttosto limitata. Adottarla in paesi finanziariamente sviluppati infliggerebbe un colpo pressoché mortale alle banche commerciali, disintermediate dalla loro stessa banca centrale.

C’è ovviamente una differenza esistenziale tra il bitcoin o qualunque altra criptovaluta, emessa in quantità fissa, e la valuta digitale nazionale: quest’ultima può essere creata a piacere dal governo, essendo ancora una moneta fiat. Quindi la banca centrale potrebbe ancora gestire attivamente la politica monetaria. Ad esempio, applicando tassi negativi sui saldi della valuta digitale nazionale per stimolare la domanda; oppure creando moneta digitale a piacere, per reflazionare durante una recessione.

In pratica, la criptovaluta di stato si porrebbe all’antitesi delle motivazioni per le quali il bitcoin e affini si sono sviluppate: queste ultime per bypassare lo stato e contare su una sorta di gold standard agli steroidi, visto che l’offerta di moneta è fissa. Nel caso di valute digitali di stato, sarebbe quest’ultimo a cercare di reagire alla disintermediazione “anarchica” delle criptovalute, ed a riprendere il controllo delle operazioni monetarie ma anche degli aspetti di ordine pubblico legati alla raccolta di risparmio privato.

Sono temi ovviamente futuribili. L’introduzione di monete digitali di stato può avvenire solo con una popolazione familiarizzata all’uso di moneta elettronica e disposta a privarsi del contante. Facciamo molta fatica a vedere questo scenario realizzato in Italia, ma occorre guardare al lungo periodo ed alla sostituzione delle generazioni per esaustione naturale.

Quello che si può cogliere è che una nuova tecnologia (quella del distributed ledger, l’archivio decentralizzato delle transazioni) inizia a disintermediare il potere pubblico, e quest’ultimo reagisce tentando di catturarla ed “istituzionalizzarla”, disinnescandone il potenziale di disruption. Almeno quello monetario e di tutela del risparmio, per ora: se la tecnologia del blockchain dovesse affermarsi per le consultazioni elettorali, avremmo una spinta alla “democrazia diretta” che condurrebbe rapidamente alla fine della democrazia stessa ed al trionfo di qualche furbastro che controlla i server e decide l’esito delle “libere” consultazioni.

Salvo poi ricadere nella oligarchizzazione del processo decisionale, che renderebbe il voto diretto una patetica foglia di fico. Vi ricorda un qualcosa visto di recente, sia pure in una dimensione grottesca e caricaturale?