di Antonio Mele

Si fa davvero fatica a comprendere certe cose.

Ad esempio, che un governo sedicente di destra chiami due economisti dichiaratamente di sinistra per fare uno studio che superi il concetto di PIL come misura del benessere e che lo integri con altre importanti misure che hanno a che vedere con il benessere dei cittadini.
Ma non è questo che stupisce, per carità: la sudditanza psicologica della destra nei confronti della cultura di sinistra non si ferma ai nostri confini. Non ci stupiscono nemmeno frasi del Presidente Sarkozy quali “c’è da tempo un forte sentimento, tra gli economisti di professione, che il PIL non è un buon strumento di misura [poiché] non misura adeguatamente i cambiamenti che influenzano il benessere, non permette di comparare correttamente il benessere nei diversi paesi”. No davvero, non ci stupiamo di questo.

di Mario Seminerio

La fine degli scioperi dei ferrovieri francesi (sia quelli della SNCF che quelli della RATP, la Régie locale della regione parigina), ha scatenato una corsa all’interpretazione ed all’analisi su chi abbia “vinto” il braccio di ferro che per una decina di interminabili giorni ha visto fronteggiarsi gli cheminots da un lato, ed il governo Sarkozy-Fillon dall’altro. Passeggiando per la blogosfera abbiamo notato alcuni spericolati paragoni tra l’azione di Sarkozy ed il braccio di ferro che oppose Margaret Thatcher ai minatori inglesi, alla fine degli anni Settanta, o ancora il licenziamento in tronco dei controllori di volo in sciopero, adottato da Ronald Reagan nel 1981. Ci colpisce, soprattutto, l’interesse quasi ossessivo che ogni iniziativa di Sarkozy suscita presso politici e giornalisti italiani, un interesse che non ha pari in nessun altro paese europeo.

French President Nicolas Sarkozy on Friday claimed victory in the 10-day labour dispute over a pension reform as the strike called to protest the proposal appeared to be ending. “I promised this reform, and I have kept my promise,” Sarkozy said during a speech at the Elysee Palace. The French Finance Ministry has estimated that the strike cost France’s economy up to 4 billion euros (about 6 billion dollars).

The reform, which apparently deprives about 500,000 workers in the railway and energy sectors of some pension privileges, “could not be
postponed any longer,” Sarkozy said, and paid tribute to travelers and commuters who, he said, were “taken hostage” by the striking
workers. However, France-Info reported that most of the railway workers who voted to return to work were talking about a “suspension” of the strike, rather than a definitive end.

The end of the strike has been hailed as a huge success of Sarkozy by two heavyweights in the blogosphere: Glenn Reynolds and David Frum: the former today wrote of France’s Thatcher, citing an enthusiastic article on The New York Sun talking about “a first success of Sarkozy”; the latter today compared France’s president stance in this conflict to the firing of the airline controllers by Ronald Reagan in 1981. We fear that Reynolds and Frum are making a mistake.

Parlando di fronte al Parlamento europeo martedì scorso, il presidente francese Sarkozy ha denunciato lo stato di “crisi politica e morale” in cui l’Europa versa, proponendo la creazione di una commissione di saggi per discutere “senza tabù” e comprendere dove sta andando il Vecchio continente. Per Sarkozy, che riecheggia i toni “antimercatisti” di Giulio Tremonti (o viceversa, s’intende), la profonda crisi d’identità europea sarebbe legata “alla globalizzazione ed alla commercializzazione del mondo”, in un contesto in cui i valori economici sembrano aver fatto premio su tutti gli altri. “L’Europa può essere Europa davanti agli occhi di tutti gli uomini solo difendendo i valori spirituali e di civiltà, raccogliendo tutte le sue forze ed energie per difendere la diversità culturale”, ha proseguito il presidente francese, che è poi tornato sul tema che più gli è caro: la rivalutazione del concetto di protezionismo, termine che “non deve essere posto fuori legge”.

Negli ultimi giorni, l’attivismo in politica estera del presidente francese Sarkozy ha evidenziato una sostanziale continuità con le tradizionali linee-guida di Parigi, indipendentemente dal colore politico dell’inquilino dell’Eliseo. Dopo aver messo il cappello sulla liberazione delle infermiere bulgare e del medico palestinese (con passaporto di Sofia), incriminati dal regime libico con la fantasiosa accusa di aver infettato con il virus dell’Aids oltre 400 bambini, per il solo levantino obiettivo di battere cassa, Sarkozy è quindi volato da Gheddafi ed ha siglato un accordo per la fornitura di tecnologia nucleare civile al regime libico, suscitando la reazione stizzita dei tedeschi, che da tempo corteggiavano Tripoli per stringere accordi per lo sviluppo di energie rinnovabili.

Il presidente francese Sarkozy ha comunicato ieri, durante la riunione mensile dell’Eurogruppo (il consesso informale dei ministri delle Finanze e del Tesoro della Ue), che la Francia ha deciso di rinviare di due anni il pareggio del proprio bilancio, dal 2010 al 2012. Una iniziativa che rischia di indebolire il Patto di Stabilità e Crescita, sul quale si regge la credibilità fiscale europea. L’iniziativa francese giunge alcuni mesi dopo che, in aprile, i ministri delle Finanze si erano accordati per raggiungere il pareggio di bilancio al più tardi nel 2010, accordo sottoscritto anche dal governo francese. Sarkozy ha presentato il proprio piano per uno “shock fiscale” (in soldoni, deficit spending) per l’economia francese subito dopo l’elezione. Il piano include tagli di tasse che dovrebbero far crescere il deficit francese al 2.5 per cento nel 2008, contro l’1.8 per cento negoziato con Bruxelles dal governo De Villepin.

di Postman – © Libero Mercato

Il governo Sarkozy-Fillon ha in progetto l’introduzione della cosiddetta “Iva sociale”, una maggiorazione dell’aliquota delle imposte indirette con la finalità di ridurre gli oneri sociali in carico alle imprese, riducendo il costo del lavoro. Tale strategia, al contempo, renderebbe più costosi i beni importati, producendo l’effetto equivalente a un’imposta sui prodotti importati ed un disincentivo alle imprese a delocalizzare. La materia è molto delicata, visto che un inasprimento Iva indifferenziato per tipologie di consumi avrebbe un effetto regressivo, a tutto danno delle fasce sociali più deboli. Oggi, nel sistema fiscale francese, l’Iva determina già circa il 51 per cento del gettito totale, contro il 17 per cento dell’imposta sul reddito. Inoltre, il dieci per cento delle famiglie francesi più povere destinano l’8 per cento del reddito al pagamento dell’Iva, contro solo il 3 per cento del decile di famiglie più ricche.