French President Nicolas Sarkozy on Friday claimed victory in the 10-day labour dispute over a pension reform as the strike called to protest the proposal appeared to be ending. “I promised this reform, and I have kept my promise,” Sarkozy said during a speech at the Elysee Palace. The French Finance Ministry has estimated that the strike cost France’s economy up to 4 billion euros (about 6 billion dollars).

The reform, which apparently deprives about 500,000 workers in the railway and energy sectors of some pension privileges, “could not be
postponed any longer,” Sarkozy said, and paid tribute to travelers and commuters who, he said, were “taken hostage” by the striking
workers. However, France-Info reported that most of the railway workers who voted to return to work were talking about a “suspension” of the strike, rather than a definitive end.

The end of the strike has been hailed as a huge success of Sarkozy by two heavyweights in the blogosphere: Glenn Reynolds and David Frum: the former today wrote of France’s Thatcher, citing an enthusiastic article on The New York Sun talking about “a first success of Sarkozy”; the latter today compared France’s president stance in this conflict to the firing of the airline controllers by Ronald Reagan in 1981. We fear that Reynolds and Frum are making a mistake.

Parlando di fronte al Parlamento europeo martedì scorso, il presidente francese Sarkozy ha denunciato lo stato di “crisi politica e morale” in cui l’Europa versa, proponendo la creazione di una commissione di saggi per discutere “senza tabù” e comprendere dove sta andando il Vecchio continente. Per Sarkozy, che riecheggia i toni “antimercatisti” di Giulio Tremonti (o viceversa, s’intende), la profonda crisi d’identità europea sarebbe legata “alla globalizzazione ed alla commercializzazione del mondo”, in un contesto in cui i valori economici sembrano aver fatto premio su tutti gli altri. “L’Europa può essere Europa davanti agli occhi di tutti gli uomini solo difendendo i valori spirituali e di civiltà, raccogliendo tutte le sue forze ed energie per difendere la diversità culturale”, ha proseguito il presidente francese, che è poi tornato sul tema che più gli è caro: la rivalutazione del concetto di protezionismo, termine che “non deve essere posto fuori legge”.

Negli ultimi giorni, l’attivismo in politica estera del presidente francese Sarkozy ha evidenziato una sostanziale continuità con le tradizionali linee-guida di Parigi, indipendentemente dal colore politico dell’inquilino dell’Eliseo. Dopo aver messo il cappello sulla liberazione delle infermiere bulgare e del medico palestinese (con passaporto di Sofia), incriminati dal regime libico con la fantasiosa accusa di aver infettato con il virus dell’Aids oltre 400 bambini, per il solo levantino obiettivo di battere cassa, Sarkozy è quindi volato da Gheddafi ed ha siglato un accordo per la fornitura di tecnologia nucleare civile al regime libico, suscitando la reazione stizzita dei tedeschi, che da tempo corteggiavano Tripoli per stringere accordi per lo sviluppo di energie rinnovabili.

Il presidente francese Sarkozy ha comunicato ieri, durante la riunione mensile dell’Eurogruppo (il consesso informale dei ministri delle Finanze e del Tesoro della Ue), che la Francia ha deciso di rinviare di due anni il pareggio del proprio bilancio, dal 2010 al 2012. Una iniziativa che rischia di indebolire il Patto di Stabilità e Crescita, sul quale si regge la credibilità fiscale europea. L’iniziativa francese giunge alcuni mesi dopo che, in aprile, i ministri delle Finanze si erano accordati per raggiungere il pareggio di bilancio al più tardi nel 2010, accordo sottoscritto anche dal governo francese. Sarkozy ha presentato il proprio piano per uno “shock fiscale” (in soldoni, deficit spending) per l’economia francese subito dopo l’elezione. Il piano include tagli di tasse che dovrebbero far crescere il deficit francese al 2.5 per cento nel 2008, contro l’1.8 per cento negoziato con Bruxelles dal governo De Villepin.

di Postman – © Libero Mercato

Il governo Sarkozy-Fillon ha in progetto l’introduzione della cosiddetta “Iva sociale”, una maggiorazione dell’aliquota delle imposte indirette con la finalità di ridurre gli oneri sociali in carico alle imprese, riducendo il costo del lavoro. Tale strategia, al contempo, renderebbe più costosi i beni importati, producendo l’effetto equivalente a un’imposta sui prodotti importati ed un disincentivo alle imprese a delocalizzare. La materia è molto delicata, visto che un inasprimento Iva indifferenziato per tipologie di consumi avrebbe un effetto regressivo, a tutto danno delle fasce sociali più deboli. Oggi, nel sistema fiscale francese, l’Iva determina già circa il 51 per cento del gettito totale, contro il 17 per cento dell’imposta sul reddito. Inoltre, il dieci per cento delle famiglie francesi più povere destinano l’8 per cento del reddito al pagamento dell’Iva, contro solo il 3 per cento del decile di famiglie più ricche.

Coerente con le proprie promesse elettorali, il presidente francese Sarkozy sta tentando di far passare, nella bozza del nuovo trattato costituzionale europeo (sul quale si sta furiosamente e spesso grottescamente negoziando in queste ore a Bruxelles sotto gli auspici del Cancelliere Merkel, presidente di turno della Ue), alcune modifiche di rilievo per alleviare l’anglofobia antimercantilista dei propri connazionali. Ieri la delegazione francese è riuscita a far rimuovere dalla lista degli obiettivi fondamentali della UE, il riferimento ad un “mercato interno ove la competizione sia libera e non distorta“, presente nelle sacre scritture comunitarie dal Trattato di Roma del 1957. Secondo molti tecnici, questa rimozione indebolirebbe gravemente l’azione antitrust europea. Cosa di cui potremmo anche essere lieti, se non fosse che questo esito permetterebbe agli stati membri la reintroduzione delle pratiche di aiuti di Stato, in cui i francesi sono da sempre maestri, e gli italiani zelanti discepoli. A Parigi ricordano ancora con rabbia le epiche lotte contro l’allora Commissario Ue Mario Monti, contrario agli aiuti di Stato ad Alstom, campione nazionale transalpino.

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Il primo grande progetto di legge del quinquennio Sarkozy è stato inviato, lo scorso 6 giugno, al Consiglio di Stato che dovrà pronunciarsi in via consultiva il giorno 14.
Il progetto prevede che le ore di lavoro straordinario siano defiscalizzate senza alcun limite e che su di esse non si applichino gli oneri sociali per i salariati pubblici e privati. La detassazione si applicherà allo stock legale di 220 ore annue di straordinario ed alle ore svolte in eccedenza su base volontaria, misura che di fatto neutralizza senza sopprimere formalmente il tetto delle 35 ore.

Inoltre, il progetto di legge di Sarkozy prevede un incremento della maggiorazione di remunerazione delle ore di straordinario, dal 10 al 25 per cento, dal primo ottobre anche nelle imprese fino a venti dipendenti, equiparandole a quelle di maggiori dimensioni. Per compensare gli imprenditori del maggiore esborso, il progetto di legge prevede una riduzione in somma fissa dei contributi dei datori di lavoro, pari a 0.50 euro e 1.50 euro per ora di straordinario a seconda che l’impresa impieghi più o meno di 20 salariati. L’intervento sulle ore lavorate è certamente positivo, ad una prima valutazione, ma non esente da critiche. Vediamo perché.

In un elegante edificio parigino del Diciottesimo secolo, 169 dipendenti del defunto ufficio governativo per la pianificazione continuano a produrre rapporti su previdenza sociale ed energia, duplicando le analisi elaborate da altre agenzie governative. Quell’ufficio, creato per elaborare sovietizzanti piani quinquennali prima dell’interruzione di quella pratica, negli anni Novanta, esemplifica gli eccessi statalisti che il neo-presidente francese dovrà tentare di rimuovere. Perché in Francia, terra di antiche ispirazioni rivoluzionarie, ogni tentativo di riformare la pubblica amministrazione suscita sollevazioni popolari e proteste di strada, costringendo il governo di turno a battere in ritirata, sia pure solennemente, come si conviene allo stile del paese. La spesa pubblica francese, al 54 per cento del prodotto interno lordo, è ai massimi di tutte le maggiori economie. Secondo l’Ocse i pubblici dipendenti francesi, ministeriali o di imprese pubbliche, nel 2004 costituivano il 23 per cento del totale degli occupati, contro la media del 14 per cento degli altri 30 paesi membri dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione economica.

Il numero dei dipendenti ministeriali è cresciuto del 24 per cento dal 1982, il doppio del tasso di crescita di tutto il mercato del lavoro. La forza lavoro del Ministero dell’Agricoltura è passata dalle 30.000 persone del 1985 alle attuali 39.000, malgrado nello stesso arco di tempo il numero dei coltivatori francesi sia dimezzato. Il corpo docente della scuola pubblica è rimasto stabile ai livelli del 1991, a 740.000 persone, a fronte di una riduzione del 5 per cento nel numero di studenti. Dati ufficiali stimano che la Francia, con una popolazione di 61 milioni di persone, conta su 5.1 milioni di pubblici dipendenti. Ma il loro numero potrebbe addirittura arrivare a sette milioni di persone, visto che anche in Francia vanno molti di moda i distacchi presso agenzie, commissioni, sindacati, ed il potere legislativo non dispone di strumenti di controllo e censimento della spesa per il personale pubblico.