Coerente con le proprie promesse elettorali, il presidente francese Sarkozy sta tentando di far passare, nella bozza del nuovo trattato costituzionale europeo (sul quale si sta furiosamente e spesso grottescamente negoziando in queste ore a Bruxelles sotto gli auspici del Cancelliere Merkel, presidente di turno della Ue), alcune modifiche di rilievo per alleviare l’anglofobia antimercantilista dei propri connazionali. Ieri la delegazione francese è riuscita a far rimuovere dalla lista degli obiettivi fondamentali della UE, il riferimento ad un “mercato interno ove la competizione sia libera e non distorta“, presente nelle sacre scritture comunitarie dal Trattato di Roma del 1957. Secondo molti tecnici, questa rimozione indebolirebbe gravemente l’azione antitrust europea. Cosa di cui potremmo anche essere lieti, se non fosse che questo esito permetterebbe agli stati membri la reintroduzione delle pratiche di aiuti di Stato, in cui i francesi sono da sempre maestri, e gli italiani zelanti discepoli. A Parigi ricordano ancora con rabbia le epiche lotte contro l’allora Commissario Ue Mario Monti, contrario agli aiuti di Stato ad Alstom, campione nazionale transalpino.

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Il primo grande progetto di legge del quinquennio Sarkozy è stato inviato, lo scorso 6 giugno, al Consiglio di Stato che dovrà pronunciarsi in via consultiva il giorno 14.
Il progetto prevede che le ore di lavoro straordinario siano defiscalizzate senza alcun limite e che su di esse non si applichino gli oneri sociali per i salariati pubblici e privati. La detassazione si applicherà allo stock legale di 220 ore annue di straordinario ed alle ore svolte in eccedenza su base volontaria, misura che di fatto neutralizza senza sopprimere formalmente il tetto delle 35 ore.

Inoltre, il progetto di legge di Sarkozy prevede un incremento della maggiorazione di remunerazione delle ore di straordinario, dal 10 al 25 per cento, dal primo ottobre anche nelle imprese fino a venti dipendenti, equiparandole a quelle di maggiori dimensioni. Per compensare gli imprenditori del maggiore esborso, il progetto di legge prevede una riduzione in somma fissa dei contributi dei datori di lavoro, pari a 0.50 euro e 1.50 euro per ora di straordinario a seconda che l’impresa impieghi più o meno di 20 salariati. L’intervento sulle ore lavorate è certamente positivo, ad una prima valutazione, ma non esente da critiche. Vediamo perché.

In un elegante edificio parigino del Diciottesimo secolo, 169 dipendenti del defunto ufficio governativo per la pianificazione continuano a produrre rapporti su previdenza sociale ed energia, duplicando le analisi elaborate da altre agenzie governative. Quell’ufficio, creato per elaborare sovietizzanti piani quinquennali prima dell’interruzione di quella pratica, negli anni Novanta, esemplifica gli eccessi statalisti che il neo-presidente francese dovrà tentare di rimuovere. Perché in Francia, terra di antiche ispirazioni rivoluzionarie, ogni tentativo di riformare la pubblica amministrazione suscita sollevazioni popolari e proteste di strada, costringendo il governo di turno a battere in ritirata, sia pure solennemente, come si conviene allo stile del paese. La spesa pubblica francese, al 54 per cento del prodotto interno lordo, è ai massimi di tutte le maggiori economie. Secondo l’Ocse i pubblici dipendenti francesi, ministeriali o di imprese pubbliche, nel 2004 costituivano il 23 per cento del totale degli occupati, contro la media del 14 per cento degli altri 30 paesi membri dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione economica.

Il numero dei dipendenti ministeriali è cresciuto del 24 per cento dal 1982, il doppio del tasso di crescita di tutto il mercato del lavoro. La forza lavoro del Ministero dell’Agricoltura è passata dalle 30.000 persone del 1985 alle attuali 39.000, malgrado nello stesso arco di tempo il numero dei coltivatori francesi sia dimezzato. Il corpo docente della scuola pubblica è rimasto stabile ai livelli del 1991, a 740.000 persone, a fronte di una riduzione del 5 per cento nel numero di studenti. Dati ufficiali stimano che la Francia, con una popolazione di 61 milioni di persone, conta su 5.1 milioni di pubblici dipendenti. Ma il loro numero potrebbe addirittura arrivare a sette milioni di persone, visto che anche in Francia vanno molti di moda i distacchi presso agenzie, commissioni, sindacati, ed il potere legislativo non dispone di strumenti di controllo e censimento della spesa per il personale pubblico.

Brutta sorpresa per François Bayrou, sedicente “terza forza” dell’imperfetto bipolarismo francese. Dopo il primo turno delle presidenziali, Bayrou si è misurato in un singolare contraddittorio televisivo con Ségolène Royal, dichiaratamente mirato a mettere in vendita al miglior offerente il proprio 18 per cento di voti, con il consunto slogan “né di qua, né di là”, che noi italiani conosciamo purtroppo assai bene, e che in realtà è propedeutico a contrattare con la sinistra poltrone e strapuntini.

Il copione era perfetto: annuncio solenne della creazione di un Partito Democratico francese, centrista in marcia verso sinistra (il percorso opposto a quello del Pd nostrano), telefonata con Rutelli e Prodi, altrettanto solennemente finto annuncio di non schieramento tra i due candidati, con i caratteristici accenti di sicumera terzista, un nuovo e pernicioso ceppo del virus della superiorità morale.

In vista del ballottaggio di domenica 6 maggio, tentiamo di analizzare i programmi economici dei due candidati alla presidenza francese. La competizione tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal si risolve nella diversa enfasi attribuita a competitività e consumi. Sarkozy appare più un supply sider (per quanto sui generis ed autenticamente francese): riduzione dell’imposizione fiscale sulle imprese, eliminazione delle penalizzazioni sul ricorso al lavoro straordinario, attenuazione dei vincoli alla legislazione sul lavoro. Ségolène Royal, per contro, punta al rilancio della domanda attraverso l’aumento di sicurezza del lavoro, spesa pensionistica e salario minimo.

L’obiettivo dei due candidati è quello di rilanciare un’economia che cresce meno di quella tedesca, soffre di una progressiva perdita di competitività, come testimoniato dalla costante riduzione della quota francese sul totale dell’export europeo e dal maggior deficit delle partite correnti da un quarto di secolo, e di un tasso di disoccupazione, oggi all’8.8 per cento, che è il maggiore tra le 13 nazioni che condividono l’euro. La crisi francese si sostanzia quindi in una competitività debole ed una crescita mediocre.

Con l’approssimarsi del primo turno delle elezioni presidenziali, anche in Francia si assiste alla moltiplicazione di stralunate dichiarazioni dei candidati, tese a catturare singoli segmenti dell’elettorato. Negli ultimi giorni, a segnalarsi maggiormente in questa attività è stato il candidato neogollista, Nicholas Sarkozy. Il quale dapprima ha detto che, se eletto, farà tutto il possibile per ottenere la riscrittura del Trattato istitutivo della Banca Centrale Europea, per rendere l’istituto di emissione di Francoforte più orientato alla creazione di nuova occupazione. Lungi dall’essere un tentativo di “americanizzare” la Bce, questa sembra essere una posizione di demagogia politica di basso conio (per restare in tema), visto che Sarkozy e la stessa Royal in queste settimane reiterano ossessivamente il mantra che la moneta unica europea ha danneggiato le imprese del continente. Affermazione priva di senso, come dimostra l’assai vigorosa crescita tedesca, basata sull’esportazione di beni capitali ad elevata tecnologia, che appaiono meno sensibili all’evoluzione del cambio. Ma l’euro è certamente un capro espiatorio buono per tutte le stagioni politiche. Credere che la politica monetaria di Eurolandia sia restrittiva, anche considerando il trend di apprezzamento del cambio sul dollaro, significa aver capito assai poco delle dinamiche monetarie. Si dirà: siamo in campagna elettorale, i francesi restano pur sempre pervicacemente “globalofobi”, nutriti a pane e sussidi agricoli, e quindi i candidati (con l’unica lodevole eccezione del centrista Bayrou) recitano a soggetto. Può essere.

Royal & SarkozyQualcuno tra voi considera il candidato presidenziale francese di centro-destra, Nicholas Sarkozy, come l’erede di Maggie Thatcher? Beh, si metta il cuore in pace. Il Nostro non ha paura della parola protezione, né di ciò che da essa etimologicamente discende. Commemorando l’anniversario della morte di Charles de Gaulle, e non essendo stato invitato dal presidente Chirac alle celebrazioni ufficiali a Colombay-Les-Deux-Eglises, Sarkozy ha preferito una commemorazione vivente ed attuale del Général:

“De Gaulle est celui qui par deux fois a évité la guerre civile, qui a créé la Sécurité sociale, donné le droit de vote aux femmes, achevé la décolonisation, fondé la V.ème République, assaini nos finances, refondé notre monnaie, réconcilié la France et l’Allemagne, mis en oeuvre le Marché commun, construit la Force de Frappe.”

Quindi, De Gaulle è l’uomo delle ruptures, ed il suo unico e vero erede spirituale è Sarkozy, non certo lo stantìo Chirac. Ma in che modo, vi chiederete, Sarkozy intende seguire le orme di De Gaulle? Lottando contro la mondializzazione, figlia degenere della globalizzazione.