Nei giorni scorsi il presidente francese, Nicolas Sarkozy, parlando a Versailles davanti al parlamento riunito in seduta comune, ha stigmatizzato la “politica del rigore”, che curiosamente egli tende a identificare con l’aumento delle imposte (principio fedelmente e non casualmente riprodotto dal nostro premier, giorni addietro), ed ha distinto un po’ manieristicamente tra deficit “cattivo”, frutto di non meglio precisati “sprechi”, e quello causato dalla recessione. Obiettivo deve essere l’azzeramento del primo, e l’utilizzo virtuoso del secondo. E’ la scoperta dell’acqua calda e del concetto di stabilizzatori automatici, ma nella migliore tradizione francese l’enunciazione solenne di banalità fa sempre un certo effetto.

di Mario Seminerio

Il prossimo primo luglio la Francia assumerà la presidenza del Consiglio Europeo. Un tema particolarmente sentito da Nicolas Sarkozy è quello della armonizzazione della tassazione aziendale a livello comunitario. Già anni addietro, da ministro, Sarkozy propose di armonizzare le aliquote di tassazione aziendale, per contrastare la “concorrenza al ribasso” attuata soprattutto dai paesi dell’Est Europa. Proposta priva di senso dal punto di vista economico, e palesemente finalizzata a cristallizzare la situazione a vantaggio dei paesi della “Vecchia Europa”, in crescente difficoltà con i propri costosi ed inefficienti sistemi di welfare. Oggi la Francia ritenta la carta dell’armonizzazione, ma dal versante della base imponibile e non da quello dell’aliquota.

di Mario Seminerio

Ségolène Royal, candidata socialista all’Eliseo sconfitta da Nicolas Sarkozy, da qualche settimana sta prendendosi una perfida rivincita. La fascinosa Ségolène ha infatti coniato per Sarkozy il nomignolo “Monsieur Taxes”. Non male, come nemesi: una esponente della sinistra che riesce ad accusare un liberale (per quanto alla francese, quindi sui generis per definizione) di essere in realtà un gabelliere. Eppure, questo soprannome non è frutto delle abituali e stucchevoli schermaglie politiche a cui noi italiani siamo ormai assuefatti. La Commissione Finanze dell’Assemblea Nazionale segnala un forte aumento nella velocità di creazione di nuove imposte. Dal 2002 ad oggi ben quindici nuove imposte sono entrate nella vita dei francesi, una dozzina delle quali solo negli ultimi tre anni. E addirittura, dall’inizio della tredicesima Legislatura, a luglio dello scorso anno, sono stati ben sei i nuovi prelievi istituiti, tutti con la inconfondibile firma dell’ipercinetico inquilino dell’Eliseo.

di Mario Seminerio

E’ stato finalmente reso pubblico il “rapporto Attali per la liberazione della crescita francese”. Si tratta di un documento complessivamente piuttosto modesto, che al solito incide al margine sulle rigidità sociali ed economiche transalpine, e dalla cui eventuale attuazione si produrrà scarso o nullo beneficio per una crescita che deve essere liberata perché presa in ostaggio da un modello di cultura politica ultracorporativa, peraltro largamente condiviso dalla maggioranza dei cittadini-elettori.

di Antonio Mele

Si fa davvero fatica a comprendere certe cose.

Ad esempio, che un governo sedicente di destra chiami due economisti dichiaratamente di sinistra per fare uno studio che superi il concetto di PIL come misura del benessere e che lo integri con altre importanti misure che hanno a che vedere con il benessere dei cittadini.
Ma non è questo che stupisce, per carità: la sudditanza psicologica della destra nei confronti della cultura di sinistra non si ferma ai nostri confini. Non ci stupiscono nemmeno frasi del Presidente Sarkozy quali “c’è da tempo un forte sentimento, tra gli economisti di professione, che il PIL non è un buon strumento di misura [poiché] non misura adeguatamente i cambiamenti che influenzano il benessere, non permette di comparare correttamente il benessere nei diversi paesi”. No davvero, non ci stupiamo di questo.

di Mario Seminerio

La fine degli scioperi dei ferrovieri francesi (sia quelli della SNCF che quelli della RATP, la Régie locale della regione parigina), ha scatenato una corsa all’interpretazione ed all’analisi su chi abbia “vinto” il braccio di ferro che per una decina di interminabili giorni ha visto fronteggiarsi gli cheminots da un lato, ed il governo Sarkozy-Fillon dall’altro. Passeggiando per la blogosfera abbiamo notato alcuni spericolati paragoni tra l’azione di Sarkozy ed il braccio di ferro che oppose Margaret Thatcher ai minatori inglesi, alla fine degli anni Settanta, o ancora il licenziamento in tronco dei controllori di volo in sciopero, adottato da Ronald Reagan nel 1981. Ci colpisce, soprattutto, l’interesse quasi ossessivo che ogni iniziativa di Sarkozy suscita presso politici e giornalisti italiani, un interesse che non ha pari in nessun altro paese europeo.