Chissà che pensano, i professori de lavoce.info, dell’accordo tra governo e sindacati sul pubblico impiego. Loro, sempre così pronti a bacchettare la prodigalità e l’indisciplina fiscale dei governi, soprattutto di quelli che non sono di centrosinistra. Perché qui da scrivere ce ne sarebbe, eccome. Un accordo che rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana: prima diamo gli aumenti, poi verifichiamo se e cosa fare, con gli “atti di indirizzo”, cioè la sostanza del rinnovo contrattuale, sul piano organizzativo e dello sviluppo della produttività. Si può capire l’esigenza del governo, con il primo turno delle amministrative lontano solo 40 giorni. Ancora una volta, c’è da testimoniare della persistente lotta, sul filo della dissociazione mentale, tra il dottor Padoa e mister Schioppa. Questa volta a perdere è l’economista, a vincere è il piccolo demagogo politico:

“È una tappa molto importante del cammino che abbiamo intrapreso da circa un anno. Ha due elementi fondamentali: quello di dare sicurezza economica ai dipendenti della pubblica amministrazione. Grazie alla Finanziaria e al suo effetto sui conti abbiamo infatti potuto firmare il rinnovo senza mettere in pericolo il risanamento dei conti. Il secondo elemento è l’intesa che contiene un profondo rinnovamento delle amministrazioni pubbliche. Adesso si tratta di saperlo attuare e accettare”.

Quale possa essere l’evento epocale in una simile sbracatura ai diktat sindacali non è dato sapere. Nel frattempo, Romano Prodi decide di scendere in campo sul caso-Telecom.

L’Autorità Garante per le Comunicazioni (Agcom) è, come recita l’introduzione presente sul suo sito,

(..) innanzitutto un’autorità di garanzia: la legge istitutiva affida all’Autorità il duplice compito di assicurare la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i consumi di libertà fondamentali dei cittadini.

Fin qui, tutto bene, anzi benissimo. Al pari delle altre Autorità del Bel Paese, purtroppo, anche l’Agcom è una tigre sdentata, organici e risorse insufficienti. A questa grave carenza, tuttavia, l’Autorità tenta di sopperire con l’attivismo declamatorio del proprio presidente, Corrado Calabrò. Che solo oggi, nel momento in cui gli amerikani bussano alla porta per acquistare Telecom Italia, si ricorda che la rete fissa rappresenta un asset fondamentale per tutelare la concorrenza e massimizzare il benessere dei consumatori. Finora, infatti, Calabrò non aveva ritenuto di alzare la voce ed invocare più poteri per rivendicare anche per Telecom lo scorporo della rete di vettoriamento delle comunicazioni, analogamente a quanto si teorizza da tempo per Snam Rete Gas, controllata (con le unghie e con i denti) da Eni. Oggi, è improvvisamente suonata la sveglia. Calabrò ricorda la “sintonia” con il neo-defenestrato (da Olimpia) Guido Rossi, l’esecutore materiale designato del piano Rovati (per chi non lo avesse ancora capito), e annuncia con fiero cipiglio che “entro fine anno” sarà definito il set di impegni della separazione della rete Telecom.

Positiva e razionale conclusione della guerra tra Enel ed E.On per il controllo di Endesa. Ai tedeschi andranno 10 miliardi di euro di asset italiani e spagnoli oggi nella disponibilità diretta ed indiretta (per il tramite di Endesa) di Enel, che potrà così evitare vincoli antitrust successivi al closing dell’acquisizione della utility spagnola. Un gioco a somma maggiore di zero, quindi, dopo mesi di guerra di trincea che stava trasformandosi in una disastrosa guerra di carta bollata. Prosegue quindi l’internazionalizzazione e diversificazione di fonti di approvvigionamento di Enel, malgrado le ottusità della nostra sinistra ambientalista, che tempo addietro aveva pure tentato di impedire ad Enel di acquisire un impianto nucleare in Slovacchia. Ovviamente, il nostro premier ha già messo il cappello sul risultato spagnolo, fingendo di schermirsi. Contento lui, contenti tutti. Nel frattempo proseguono i mal di pancia della sinistra antiamericana, che proprio non riesce a capacitarsi della possibilità che un’azienda statunitense possa acquisire, per motivazioni puramente industriali, un’azienda italiana. E il tic cospirazionista riemerge irrefrenabile.

Passare una giornata davanti al flusso di agenzie Ansa, quando vi sono notizie che rappresentano autentiche sassaiole nella piccionaia della politica italiana, è un’esperienza divertente ed istruttiva. Divertente, perché fornisce la misura del provincialismo di larga parte dei nostri eletti, vere e proprie rane di Fedro intente a gonfiarsi prima del botto finale. Istruttiva, perché rappresenta in modo quasi plastico il definitivo sgretolamento del sistema-paese italiano, con buona pace dei nostri statisti moralmente superiori e delle loro ambizioni a “governare” il cambiamento.

A giudicare dal ritmo delle innovazioni tecnologiche che si susseguono nell’ambito della telefonia fissa e mobile, forse non sarebbe una cattiva idea liberarsi della telefonia nazionale per non essere costretti, in un futuro assai prossimo, a lanciare campagne di soccorso pubblico. E’ di oggi la notizia che la compagnia Jajah, fondata un anno fa, ha attivato un nuovo servizio, chiamato Mobile Suite, che utilizzerà la tecnologia VoIP per effettuare telefonate nazionali e internazionali dai telefoni mobili con un risparmio dell’87% rispetto alle tariffe delle compagnie tradizionali.

Sulla vicenda Telecom Italia, riteniamo utile qualche confronto sui conti rispetto ai principali competitor europei dell’azienda italiana. Analizzando alcuni quozienti di bilancio, emerge immediatamente come Telecom Italia appaia in affanno. Il free cashflow per azione di Telecom Italia degli ultimi dodici mesi è pari solo a 0.36 euro, contro i 2.87 euro di France Telecom e gli 1.83 euro di Deutsche Telekom. Allo stesso modo, la cash dividend coverage, cioè il rapporto tra reddito prima delle poste straordinarie (al netto delle quote di spettanza degli azionisti di minoranza e dei dividendi privilegiati e di risparmio) ed i dividendi ordinari erogati per contanti, un indicatore di quanto la gestione caratteristica aziendale riesca a coprire il pagamento di dividendi, è pari a 1 per TI, contro il 4.10 degli spagnoli di Telefonica, 2.19 di France Telecom, 1.86 di Deutsche Telekom, 1.56 di British Telecom. L’azienda italiana risulta anche il player telefonico europeo con il dividend payout più generoso, tra le grandi: ben il 100.15 per cento dell’utile netto risulta distribuito sotto forma di dividendi. I britannici di BT pagano il 64 per cento dell’utile netto, i tedeschi di DT il 53.7 per cento, i francesi di FT solo il 45.6 per cento. Si evince, da questo imponente payout, l’esigenza di corrispondere risorse alla controllante ed indebitatissima Olimpia.

Esiste uno stile-Repubblica? Certamente si. E’ fatto di vorticose reinterpretazioni della storia (e talvolta della cronaca), superiorità morale ed antropologica, profonda convinzione di essere gli unici legittimi king maker di questo delegittimato paese. Anche le nuove leve e gli enfant prodige di Largo Fochetti si confermano appartenenti a pieno titolo alla genia pedagogica del Fondatore. Prendete l’editoriale di ieri del vicedirettore Massimo Giannini sul “caso Telecom”, ad esempio. Infarcito di dotte citazioni di storia politica italiana, ed impegnato a sostenere la tesi della legittima ira del premier per non essere stato informato dell’ampiezza della ristrutturazione finanziaria in atto, ira tanto più impressionante in quanto proveniente da un uomo che ha fatto di mitezza e bonomia la cifra della propria azione politica. E così, ecco Giannini snocciolare le motivazioni alla base della censura del comportamento dell’intrepido capitano di ventura Marco Tronchetti Provera.