Ricordate quale è una delle principali tecniche retorico-dialettiche per giustificare aggressioni militari? E’ quella rappresentata dalla metafora del lupo e dell’agnello. L’agnello si abbevera a valle di un corso d’acqua, il lupo a monte. Eppure il lupo riesce ad accusare l’agnello di inquinargli l’acqua che beve. Qualcosa di simile accadde durante il nazismo, per giustificare aggressioni ed annessioni. Nel 1943, sionisti radicali attaccarono la sede del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, nell’episodio noto come la rivolta del Ghetto di Varsavia: un disperato quanto inane tentativo di resistenza all’inesorabile progressione della “soluzione finale”. Questo sito ha realizzato un sinistro assemblaggio per mostrare cosa avrebbe scritto all’epoca la stampa liberal di oggi. Copiaincollati e messi nella macchina del tempo, quegli articoli sono arrivati ai nostri giorni. Perché occorrerebbe essere consapevoli di un’elementare verità: oggi fa molto salotto radical chic, politicamente corretto, distinguere tra antisionismo ed antisemitismo. “Io non sono antisemita, ma rivendico il mio diritto di ciriticare le decisioni del governo e dello stato di Israele”. Quante volte abbiamo letto o sentito questo concetto negli ultimi anni? Interessante espediente retorico, vero? E’ la tecnica preferita dal nostro ineffabile ministro degli esteri: “Israele ha condotto un’iniziativa sciagurata, ora si rischia di radicalizzare l’intera regione. E lo dico da amico di Israele, sia ben chiaro…”. Quindi, seguendo questa linea argomentativa, occorrerebbe lasciare agli Hezbollah il loro kindergarden della Valle della Bekaa, lasciarli proseguire con i lanci di razzi (meglio, ormai si tratta di missili) sulla Galilea, consentire loro di entrare in territorio israeliano, uccidere e rapire soldati israeliani. Insomma, farli svagare e tenerli impegnati, per evitare che facciano danno. Certo, meglio. Molto meglio.

Proviamo a rileggere il testo di quello che fino a ieri era il disegno di legge numero 845, recante “Disposizioni per la partecipazione italiana alle missioni internazionali”, e che è stato oggi definitivamente approvato, dopo due voti di fiducia chiesti dal governo. L’articolo 1 recita, tra l’altro:

1. È autorizzata, fino al 31 dicembre 2006, la spesa di euro 33.320.634 per la prosecuzione della missione umanitaria, di stabilizzazione e di ricostruzione in Iraq, di cui all’articolo 39-vicies bis del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 273, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 febbraio 2006, n. 51.

Missione umanitaria, di stabilizzazione e ricostruzione in Iraq? Ma non era una guerra coloniale di occupazione? All’articolo 2, notiamo quanto segue:

1. È autorizzata la spesa di euro 130.430.101 per la fase di rientro, entro l’autunno 2006, del contingente militare che partecipa alla missione internazionale in Iraq, denominata Antica Babilonia, di cui all’articolo 39-vicies bis, comma 9, del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 273, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 febbraio 2006, n. 51.

2. È autorizzata, fino al 31 dicembre 2006, la spesa di euro 550.268 per la proroga della partecipazione di esperti militari italiani alla riorganizzazione dei Ministeri della difesa e dell’interno iracheni, nonché alle attività di formazione e addestramento del personale delle Forze armate irachene, di cui all’articolo 39-vicies bis, comma 11, del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 273, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 febbraio 2006, n. 51.

Rientro entro l’autunno? Ma non era quello che prevedeva il governo precedente? Partecipazione di esperti militari italiani in qualità di consulenti delle forze armate irachene? Ma non si doveva eliminare la componente militare della missione a vantaggio di quella umanitaria? E l’attività di advisory militare al governo iracheno è frutto di qualche forma di accettazione del voto democratico del popolo iracheno? Il governo iracheno non è più il prodotto artificiale dell’invasione americana?

Vogliamo provare a rileggere cosa c’è scritto nella risoluzione 1559 della leggendaria Onu, quell’ipse dixit con cui la sinistra italiana è solita sciacquarsi la bocca? Vediamo:

“The Security Council, recalling all its previous resolutions on Lebanon, in particular resolutions 425 (1978) and 426 (1978) of 19 March 1978, resolution 520 (1982) of 17 September 1982, and resolution 1553 (2004) of 29 July 2004 as well as the statements of its President on the situation in Lebanon, in particular the statement of 18 June 2000 (S/PRST/2000/21), reiterating its strong support for the territorial integrity, sovereignty and political independence of Lebanon within its internationally territorially recognized borders, noting the determination of Lebanon to ensure the withdrawal of all non-Lebanese forces from Lebanon, gravely concerned at the continued presence of armed militias in Lebanon, which prevent the Lebanese government from exercising its full sovereignty over all Lebanese territory, reaffirming the importance of the extension of the control of the Government of Lebanon over all Lebanese territory, mindful of the upcoming Lebanese presidential elections and underlining the importance of free and fair elections according to Lebanese constitutional rules devised without foreign interference or influence,“1. Reaffirms its call for the strict respect of the sovereignty, territorial integrity, unity, and political independence of Lebanon under the sole and exclusive authority of the Government of Lebanon throughout Lebanon;

“2. Calls upon all remaining foreign forces to withdraw from Lebanon;

“3. Calls for the disbanding and disarmament of all Lebanese and non-Lebanese militias;

“4. Supports the extension of the control of the Government of Lebanon over all Lebanese territory;

“5. Declares its support for a free and fair electoral process in Lebanon’s upcoming presidential election conducted according to Lebanese constitutional rules devised without foreign interference or influence;

“6. Calls upon all parties concerned to cooperate fully and urgently with the Security Council for the full implementation of this and all relevant resolutions concerning the restoration of the territorial integrity, full sovereignty, and political independence of Lebanon;

“7. Requests that the Secretary-General report to the Security Council within thirty days on the implementation by the parties of this resolution and decides to remain actively seized of this matter.”

Condividiamo le parole di Giuliano Amato, uomo di grande intelligenza e sensibilità politica, contro gli aberrati ed aberranti paladini del benaltrismo e del tuttavismo che infestano la coalizione di sinistra-centro, vero scandalo di un paese occidentale quale l’Italia insiste a definirsi:

Gli euroburocrati sono attualmente impegnati, tra le altre cose, a scrivere un codice di condotta linguistica politicamente corretta, che verrà sottoposto alla valutazione dei leader europei, il prossimo giugno. Nella revisione terminologica, si sollecitano i governi ad evitare l’espressione “terrorismo islamico”, ed a sostituirla con “terroristi che invocano abusivamente l’Islam”.

Scrive Piero Fassino, in una letterina colma di spirito natalizio inviata al Corriere:

Caro Direttore, vi è chi rimprovera ai politici occidentali e italiani (lo hanno fatto sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, Magdi Allam e Angelo Panebianco) una sorta di passività politica e subalternità culturale che impedirebbe di vedere i pericoli gravi insiti nelle manifestazioni che scuotono i Paesi islamici. E si chiede maggiore e più visibile fermezza contro chi assalta ambasciate e chiese, aggredisce occidentali, brucia bandiere di nazioni democratiche.
Ora non vi può essere dubbio sulla condanna netta ed esplicita di ogni violenza, tanto più quando colpiscono istituzioni e simboli del tutto pacifici. Così come netta deve essere la condanna verso chi in Italia brucia bandiere americane o israeliane.
Ma la condanna da sola può non bastare. Serve individuare con quale strategia rispondere.L’ondata di manifestazioni dice quanto profondo sia diventato il solco che divide l’Islam dall’Occidente. Dall’11 settembre — che fu salutato in molte capitali islamiche con manifestazioni di giubilo — ad oggi la situazione si è fatta via via più critica: la guerra in Iraq — comunque la si giudichi — è stata vissuta da gran parte dell’opinione pubblica islamica come una guerra occidentale contro l’Islam. E le vittorie elettorali di Hamas in Palestina, dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ahmadjnejad in Iran hanno reso visibile l’espandersi di consenso all’integralismo. Un diffuso rancore antioccidentale non riconducibile solo più a ristretti gruppi e che va molto al di là della querelle sulla opportunità delle vignette satiriche.
L’Islam però non è un tutto omogeneo e compatto. L’Islam non è solo Al Qaeda; né i Fratelli Musulmani rappresentano la complessità del mondo islamico.