Come ridefinire il liberalismo occidentale davanti ad attacchi come quelli di New York, Madrid e Londra? Finora ci è stato detto che il liberalismo è un contenitore di tolleranza e diversità, non un fine ma un mezzo, qualcosa di universale ed universalizzante. Una definizione suggestiva. Sfortunatamente, anche il tipo di definizione che rischia di perderlo e di dannarci. Un liberalismo ed un laicismo divenuti tragicamente veicoli e conduttori (anche in senso fisico) di intolleranza ed odio alieni. L’involuzione di un modello: dalla tolleranza all’autosegregazione ed all’indifferenza; dall’accoglienza ai rifugiati all’omicidio di Theo Van Gogh. Dalla sacralità della tutela assoluta della privacy alla copertura di operazioni terroristiche coordinate e su vasta scala.

Chi ricorda Rino Formica? Socialista, fu ministro delle Finanze all’inizio degli anni Ottanta, nell’eccellente governo di Giovanni Spadolini. Passava le giornate a battagliare a suon di insulti personali con Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro, che amava apostrofarlo “il trafelato commercialista barese”. Bei tempi. Spadolini definiva Formica ed Andreatta “le due comari”. Perché ne parliamo? Perché Formica, personalità istrionica dall’intelligenza acuta, aveva una spiccata predilezione per motti e aforismi fulminanti. Uno dei più fortunati recitava così: “svuotate gli archivi, riempite i granai”. Erano i tempi dei servizi segreti deviati, si veniva dallo scandalo P2 e la sinistra trovava sempre modo di scoprire nuove, “inquietanti” trame occulte, alcune delle quali, a onor del vero, erano drammaticamente autentiche.
In Italia, come noto, il passato si ostina a non voler passare: c’è sempre qualche archivio socchiuso, vero o falso, che proprio non vuol saperne di aprirsi. Ma c’è un limite anche alle idiozie. Per questo, siamo riusciti a sorridere ascoltando l’altra sera, sempre dalla nuova miniera della (dis)informazione catto-vetero-marxista (a.k.a. RaiNews24), l’intervista del redivivo Giovanni Galloni. Ex vicepresidente della Corporazione Suprema della Magistratura, ex notabile democristiano di lungo corso, Galloni si è improvvisamente “ricordato”, a circa trent’anni di distanza, di una confidenza che gli fece Aldo Moro:

In un editoriale pubblicato oggi sul Washington Post, Anne Applebaum analizza la posizione assunta da Amnesty International nei confronti degli Stati Uniti. Pietra dello scandalo resta il carcere per “combattenti nemici” di Guantanamo. Amnesty, in particolare, usa per il campo di detenzione il termine “gulag“. E’ importante sottolineare la valenza evocativa esercitata da alcuni termini, sul piano della psicologia cognitiva, che da relativamente poco tempo è entrata a pieno titolo tra le discipline di studio della scienza politica.

Applebaum, alcuni anni addietro, spese parecchi giorni a leggere newsletters, pamphlet ed altre informative sulle condizioni di vita nelle prigioni sovietiche. Alcuni di questi racconti erano estremamente dettagliati, a testimoniare l’incredibile abilità dei prigionieri nel contrabbandare all’esterno le proprie storie. Ma Amnesty fece qualcosa di più e di diverso: riuscì a evidenziare come l’intero sistema politico sovietico (i media, controllati dallo stato, il sistema giudiziario, la polizia segreta) fosse univocamente finalizzato a sopprimere ogni e qualsiasi manifestazione di dissenso.

Immaginate che Israele non sia mai esistito. Pensate che il profondo malessere economico e la repressione politica che spingono molti giovani uomini arrabbiati a diventare kamikaze svanirebbero? Che i palestinesi avrebbero un loro stato indipendente? Che gli Stati Uniti, liberati dal fardello del proprio ingombrante alleato nella regione, sarebbero finalmente amati nel mondo musulmano? Wishful thinking. Israele di fatto determina il contenimento di molto più antagonismo di quanto ne produca. E’ la tesi di Josef Joffe, ricercatore della Hoover Institution e dell’Institute for International Studies, entrambi della Stanford University, che vogliamo illustrare.

I due autori definiscono “occidentalismo” il quadro disumanizzato dell’Occidente tratteggiato dai suoi nemici. Il saggio si propone di analizzare questo nodo di pregiudizi, che non possono essere spiegati esclusivamente come un problema islamico, rintracciandone le radici storiche. L’occidentalismo non può essere ridotto a malattia mediorientale, non più di quanto lo si possa ridurre all’odio antioccidentale dei giapponesi di mezzo secolo fa. Secondo gli autori, che esprimono una posizione molto simile a quella presentata da Paul Berman nel libro “Terrore e liberalismo”, l’occidentalismo, il capitalismo, il marxismo ed altri “ismi” sono nati in Europa prima di essere esportati in altre aree del mondo. L’Occidente è stato la culla dell’illuminismo, del liberalismo, del secolarismo ma anche dei loro velenosi antidoti. Già nell’Ottocento e prima, il problema che si poneva a molte civiltà extraeuropee era quello di modernizzarsi, cioè in essenza produrre armi e tecnologia prevalentemente militare, imitando il modello sociale europeo e nordamericano senza contaminare le radici profonde dei propri modelli culturali. Questa discrasia ha prodotto alienazione e lo sviluppo di movimenti di pensiero e politici fortemente avversi all’Occidente.

Parlando sul tema dell’odiosa prescrizione per gli autori della strage di Primavalle, Luciano Violante spreca l’ennesima opportunità per affrontare in modo responsabile il tema della giustizia in Italia.

Dopo aver invitato a “ricordare tutte le vittime di quegli anni, di destra e di sinistra” (ma è sempre stata la sinistra a negare anche la dignità della morte al “nemico”…), Violante si lancia in un’ardita opera di decontestualizzazione degli eventi dall’epoca in cui accaddero, e tenta di ascrivere i folli esiti di alcune sentenze della magistratura al più generale malfunzionamento della giustizia:

“La prescrizione? E’ una notizia che provoca sconcerto e indignazione, perché una strage di quel genere meritava una sollecitazione ben maggiore affinché i responsabili scontassero le condanne.