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Se questa è una leadership

Tuesday, 6 December, 2011

in Economia & Mercato, Unione Europea

Nel giorno in cui il confuso duo Merkel-Sarkozy trova l’accordo (si fa per dire) sul nuovo eppur vecchissimo patto di stabilità europeo, il poliziotto cattivo del mondo, l’agenzia di rating Standard&Poor’s mette in negative watch quindici dei diciassette paesi dell’Eurozona, il che significa che vi è una probabilità su due di un declassamento di uno o più notch entro i prossimi novanta giorni. Prima che qualcuno tra voi cominci con la litania delle agenzie di rating “che erano quelle che avevano dato la tripla A a Lehman”, e partendo dal presupposto che le agenzie di rating sono rilevanti fintanto che muovono i mercati, ci sono alcune considerazioni un po’ più strutturate da compiere.

Ad esempio, nel comunicato di S&P relativo alle motivazioni del negative watch, riconducibili al fatto che l’Eurozona ha inanellato negli ultimi due anni tali e tanti errori di policy da essere divenuta una fonte di continuo rischio sistemico per il pianeta, ce n’è una lapidaria:

«Continui disaccordi tra policymaker europei su come contrastare nell’immediato la crisi di fiducia del mercato e, nel più lungo termine, come assicurare maggiore convergenza economica, finanziaria e fiscale tra membri dell’Eurozona»

Questa è una presa d’atto di ciò che è da tempo sotto gli occhi del mondo: l’assoluta incapacità di venire a capo della crisi, con continue giravolte sulle terapie, quasi tutte fuori luogo rispetto al nucleo della questione. Come il nuovo patto di stabilità, con sanzioni “automatiche” per i paesi che sforano dal magico numeretto, a patto che i trasgressori non siano tedeschi e francesi, come già accaduto anni addietro. Nessuna analisi sulle cause “vere”, l’accumulo del differenziale di competitività tra nucleo tedesco e periferia. Si continua a credere che bastino pareggi di bilancio per correggere squilibri strutturali accumulatisi negli anni.

In più, le fantastiche giravolte della Merkel. La donna che, lo scorso anno, decise di imporre la compartecipazione dei privati ai dissesti sovrani, e ieri ha detto che bisogna assolutamente evitare che i privati compartecipino alle perdite. Il principio di compartecipazione alle perdite è certamente corretto in astratto, perché non dovrebbero esistere pasti gratis. Quindi è arrivato il diktat tedesco sui privati prestatori spregiudicati e quindi da punire, che ha mandato nel panico i mercati quanto e più di un annuncio delle agenzie di rating. Salvo accorgersi che toccare in corsa le regole del gioco causa effetti di contagio dirompenti, e fermare tutto. Timone ben fermo nelle procellose acque della crisi, come si nota.

Ma se non c’è coinvolgimento del settore privato, ciò significa che tutti i debiti rischiano di finire in capo al sovrano, cioè sul groppone dei contribuenti. Ricordate quanto accaduto in Irlanda, dove il sovrano si è dovuto accollare le perdite delle banche per “ordine” della Ue, che si è opposta a far pagare il conto agli obbligazionisti, come in ogni economia di mercato degna di questo nome. Ma se le cose stanno in questi termini, la mossa di S&P si comprende fin troppo bene. E il cerchio si chiude. Un giorno gli storici dell’economia scriveranno sugli incalcolabili danni inflitti all’Eurozona dalla cosiddetta leadership tedesca.

Offtopic ma non troppo: il direttore del Corriere dovrebbe sforzarsi di cercare una linea definita. Rallegrarsi nei giorni pari per la mancata compartecipazione dei privati ai costi della crisi, invocando in quelli dispari che le banche aiutino a pagare il conto della crisi medesima può forse servire per catturare lettori di ogni orientamento, ma non aiuta in termini di chiarezza di linea editoriale. Né trasmette l’impressione che i nostri maestri dell’editoriale abbiano compreso i termini della questione. Ma neppure questa è una notizia.

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