Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Agenzie di rating, la fine era nota. Da tempo

in Discussioni/Economia & Mercato

Secondo dati elaborati da Bloomberg, il divorzio tra mercati ed agenzie di rating in merito alla valutazione del rischio sovrano sarebbe recentemente aumentato. Questa sarebbe la notizia, ma quello che dovrebbe fare riflettere i cacciatori di untori casa nostra è un altro dato.

Da inizio anno, i rendimenti su titoli sovrani si sono mossi in direzione opposta a quella “suggerita” dalle variazioni di rating nel 53 per cento dei casi di upgrade, downgrade e cambiamento di outlook. Ma la vera notizia è che la media storica di lungo periodo delle reazioni dei mercati, basata su oltre 3oo variazioni intervenute dal 1974, è divergente dalle “opinioni” delle agenzie di rating nel 47 per cento dei casi (stiamo parlando di rating sovrani, non di emissioni societarie, attenzione). Il che significa, per usare le parole di Bloomberg, che, in media di lungo periodo,

«Per il debito nazionale, seguire le decisioni degli arbitri del rischio di credito è meno affidabile che lanciare una moneta per determinare [la direzione] dei costi di indebitamento»

Sarebbe una pietra tombale definitiva sulla presunta capacità di condizionamento delle agenzie di rating sui debiti sovrani, se non fosse che le cose stanno già così da tempo, almeno a giudicare dalla media storica. Ma non sorprende, visto che quelle delle agenzie di rating sono “opinioni” basate su dati che sono pienamente pubblici. Come del resto vi abbiamo già segnalato in “tempi sospetti”, quelli del furore di una politica economicamente analfabeta, intenta a creare capri espiatori per dirottare lontano da sé la paura e la rabbia dell’opinione pubblica.

Bastava riflettere sui nudi numeri e ci saremmo evitati intemerate, esaltazioni prive di senso delle azioni di qualche procura della provincia italiana ed invocazioni di messe al bando e “sanzioni esemplari”, così come proposte pelosamente bizzarre sulla necessità di creare agenzie di rating “patriottiche”. Ma tale è lo stato miserando di conoscenza dei fenomeni finanziari (quello stesso stato che ci ha regalato l’accezione complottarda del concetto di “speculazione”) da parte dei cosiddetti opinion maker, che non ci si  poteva aspettare nulla di realmente differente, in fondo. Compresa la mancata comprensione della differenza tra rating sovrani (frutto di “opinioni” su dati pienamente pubblici) e rating su emissioni ed emittenti aziendali, che possono effettivamente essere manipolati fraudolentemente per effetto dell’accesso a dati riservati e utilizzo di modelli statistici fallaci.

Ma di notizie come questa non si parla oggi perché, se ciò avvenisse, crollerebbe tutto il rassicurante castello di carte costruito dalla politica ma soprattutto dal pressante bisogno di ridurre l’ansia e l’angoscia che accompagnano questi terribili tempi. E in casi come questi non c’è nulla di meglio del cospirazionismo, per sentirsi rassicurati e lasciare la realtà fuori dalla porta, anche solo per un momento.

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