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Le cinque stelle ed il salto nel buio

Thursday, 28 February, 2013

in Discussioni, Economia & Mercato, Italia

Sul Fatto, intervista di Stefano Feltri a Mauro Gallegati, professore ordinario di economia politica presso l’Università Politecnica delle Marche, ed accreditato (almeno, sino a smentita o scomunica) di essere il principale consigliere economico di Beppe Grillo. Un tentativo di capire qualcosa in più sulle opzioni di policy di M5S. La sintesi estrema è che alcuni capisaldi sono comprensibili e condivisibili, altri assai meno. C’è una grossa sorpresa e, soprattutto, una constatazione piuttosto inquietante.

Gallegati inizia con la premessa “ideologica” tipica dei movimenti di decrescita, più o meno felice:

«Il modello di sviluppo che perseguiamo dal Dopoguerra è finito. Anche l’Istat sta affiancando al Pil un indicatore diverso, il Bes, benessere equo e sostenibile»

Bisognerebbe fare a capirsi, però: quale modello di sviluppo è finito? Quello dei paesi industrializzati? Quello italiano? Esiste uno ed un solo “modello di sviluppo” tra i paesi sviluppati ed emergenti? Cosa non quadra, esattamente, nei modelli di sviluppo? L’inquinamento come sottoprodotto della crescita? La diseguaglianza nella distribuzione del reddito e nell’accumulazione di capitale? E nel “modello italiano” cosa non quadra, il fatto che siamo un paese ammalato di corporativismo, in cui tutti devono avere la mancia e nessuno guarda oltre l’arco temporale di una legislatura? Perché noi siamo sempre un po’ vecchio stile, e pensiamo che prima venga una cosa chiamata crescita, che a sua volta genera risorse economiche e, soprattutto, fiscali, con le quali si persegue un determinato tipo di società. Detta come la dice Gallegati, e non solo lui, è solo uno slogan.

Così come è uno slogan inquietante la successiva frase di Gallegati:

«Crescere non si può più e non serve a niente»

Concetto che serve ad introdurre il pensiero keynesiano secondo cui la tecnologia avrebbe permesso ai nostri nipoti di “lavorare poco e godersi la vita”. Questo è un tema molto importante, soprattutto nel momento in cui sta emergendo che le nuove tecnologie tendono a ridurre occupazione, non solo quella non qualificata. Non è un caso che questo tema venga oggi ripreso dal biografo di Keynes, Robert Skidelsky, su robot e tempo libero. Ma, ancora una volta, per migrare il modello sociale in questa direzione serve un’importante azione di rottura di paradigmi consolidati, una rivoluzione epocale, una politica con la maiuscola e, soprattutto, un numero di paesi leader che si muovano in quella direzione.

Un altro punto di Gallegati, sul quale ci sentiamo di concordare, è quello relativo al problema degli ammortizzatori sociali al tempo della Grande Crisi:

«Tutte le leggi Maroni e Biagi sulla flessibilità, se non sono accompagnate da un reddito di cittadinanza o qualcosa di simile, diventano precarietà e non flessibilità. Dovremmo proteggere la vita e la persona, non il posto di lavoro»

E’ verissimo, e molto condivisibile. Ribadiamolo: in Italia abbiamo appena creato un sistema “universale” di sussidio di disoccupazione, che universale non è, perché non c’erano risorse sufficienti. Giusto proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro, ma queste riforme vanno fatte quando esistono risorse, non quando il paese è in caduta libera, con una drammatica e costante erosione di tutte le basi imponibili. Conosciamo l’obiezione: ma ci sono i patrimoni a cui attingere, che diamine! E conoscete la risposta, crediamo: auguri. A meno di avere l’onestà intellettuale di dire che la ricchezza privata delle famiglie italiane (tutta, dal Bot del pensionato, al bilocale di periferia del lavoratore dipendente con mutuo) possa essere mobilitata per una gigantesca operazione di redistribuzione. Un esperimento sociale “maoista”, alla fine, in senso di “rivoluzione culturale”.

E, per favore, non veniteci a dire che le risorse verrebbero da imposte pigouviane su consumi e produzioni anti-ambientali, oppure da tagli dei costi della politica o dalla “lotta alla corruzione”. I numeri non ci sono, punto. Dire, come fa Gallegati, che il reddito di cittadinanza “ce l’hanno tutti i paesi europei tranne la Grecia. Si deve fare. Dobbiamo farlo perché non si può continuare così “, ricorda molto i bimbi che battono i piedi per terra, per colmo di frustrazione. Riusciremo mai a fare un discorso adulto, a questo paese?

Altro punto interessante del pensiero di Gallegati è quello sull’uscita dall’euro. Che non sarebbe all’ordine del giorno, per Grillo ed il suo movimento:

«Uscire dall’euro vuol dire impoverire la nazione di almeno il 30 per cento, da un giorno all’altro. L’Economist ha smesso di pubblicare i dati sull’Argentina. Si sono accorti che sono taroccati. L’inflazione è molto più alta di quello che dicono, l’attivo della bilancia dei pagamenti è inesistente se non negativo. Svalutare non è una cosa semplice»

Ora, premesso che non è chiaro cosa c’entri l’Argentina con noi, visto che loro una moneta propria ce l’avevano, ed hanno semplicemente smesso di tenerla agganciata al dollaro, il punto è interessante: no all’uscita dall’euro, a causa degli elevati costi che ciò comporterebbe. Vedremo se questa risulterà effettivamente la posizione del Movimento, peraltro. Nutriamo qualche dubbio. Ma se non si vuole uscire dall’euro ed al contempo si denuncia con forza (e non senza una qualche ragione) che il rischio, in questa Eurozona, è di trasformare interi popoli in servi della gleba che vivono in condizioni di schiavitù per ripagare il debito, che ci resta, per spezzare queste catene? Un bel ripudio del debito pubblico, cioè un default su base domestica. Qualcuno ne ha valutato appieno le conseguenze? Forse servirebbe per raggiungere l’obiettivo di nazionalizzare l’intero sistema bancario, che fallirebbe un minuto dopo la dichiarazione di “ristrutturazione” del debito. Ma senza una banca centrale che “stampa moneta”, come si gestisce un evento del genere? Qualcuno ci ha davvero pensato, al M5S? “Partire dal basso”, si dice, per fare dell’Europa una entità e non “un’accozzaglia”. Perfetto, ma la strada è questa? La “rivoluzione in un solo paese”?

Gallegati osserva poi che i militanti del movimento non padroneggiano i temi economici. Ne avevamo il robusto sospetto:

«Con alcuni colleghi della Columbia e della Cattolica stiamo preparando dei seminari per i parlamentari del Movimento. Stiamo facendo un salto nel buio, ma non abbiamo alternative»

Non è chiaro se il salto nel buio lo stia facendo Gallegati, col suo impegno nel movimento, il movimento stesso o il paese. Noi propenderemmo per la terza ipotesi. Ma cerchiamo di non farlo sapere all’Europa ed agli investitori. Perché il timore è che, su scala nazionale, il potenziale utopistico del M5S sia così elevato da renderlo geneticamente inadeguato ad una qualsivoglia azione di governo. Ma questo lo scopriremo solo soffrendo.

Update dell’1 marzo: Il Corriere intervista Gallegati, che invoca la solita patrimoniale, ribadisce il no all’uscita dall’euro e afferma di non essere sostenitore della decrescita bensì della “crescita qualitativa” e di differenti criteri di misurazione del Pil.

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