Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il lisergico carrello italiano dei programmi economici

in Articoli/Economia & Mercato/Italia

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La campagna elettorale permanente, che avvolge il dibattito pubblico italiano con i suoi vapori d’oppio mentre fischiano proiettili d’argento, è entrata nella fase allucinatoria che precede la consultazione. Le proposte dei maggiori partiti, in politica economica, sono un mix di pensiero magico, assurdità conclamate e audaci sfide al senso comune, in una sorta di baccanale dove l’unica cosa che conta è spendere per prendersi la rivincita su un’ancestrale deprivazione.

Matteo Renzi propone il “ritorno a Maastricht”, che secondo lui sarebbe un rapporto deficit-Pil fisso al 2,9% per l’intera legislatura, per tagliare le tasse, aumentare la spesa pubblica ed innalzare in modo stabile e sostenibile la crescita. Un approccio eclettico, sintesi tra un malinteso keynesismo che spenderebbe in modo pro-ciclico, cioè durante un’espansione economica (l’esatto contrario di quanto teorizzato dall’economista britannico), ed un’applicazione della celebre curva di Arthur Laffer, secondo la quale il taglio delle tasse, stimolando l’attività economica, finirebbe a ripagare il maggiore deficit iniziale, in una sorta di moto perpetuo.

A poco e nulla, immaginiamo, servirebbe spiegare a Renzi che tenere il deficit elevato in un periodo di espansione significa porre le basi per enormi guai in caso di recessione. Anche perché, in questa ipotesi, Renzi sarebbe il primo a latrare (non senza ragione) e scagliare hashtag contro una politica fiscale restrittiva nel peggiore dei momenti possibili. A quel punto, qualcuno suggerirebbe di portare il deficit-Pil al 5 o anche al 10%, “per combattere la recessione, il neoliberismo e l’austerità selvaggia”.

Il che, in un contesto in cui la Germania e gli altri paesi del Nord Europa lavorano alacremente per segregare e nazionalizzare i rischi, ritenendo ormai il nostro paese difficilmente recuperabile, sarebbe il miglior viatico per un eclatante collasso italiano, a cui farebbe seguito l’intervento del fondo salva-stati europeo per ricapitalizzare le nostre banche, fallite dopo che i Btp sarebbero stati “riprofilati”, cioè abbattuti in valore, per rendere sostenibile il nostro debito pubblico.

Ma Renzi è forse il leader più realista e pragmatico, in questo lisergico Carosello italiano. Il M5S mette sul banchetto del mercato elettorale il suo reddito di cittadinanza, le cui coperture rivede ad intervalli regolari, per convincere e convincersi che sono “bollinabili” dalla realtà, prima che dalla Ragioneria Generale dello Stato. Nell’ultima versione, vecchia di pochi mesi, i nostri eroi propongono, oltre a 5 miliardi di aumenti di imposte “per i più ricchi” (ça va sans dire), più tasse su banche ed assicurazioni, attraverso minor deducibilità fiscale degli interessi passivi.

Ma le banche vivono di raccolta di risparmio a cui pagare interessi, sicché la misura scoppierebbe in faccia ai debitori, tramite aumento dei tassi ad essi praticati. Forse accortisi che, nel Campo dei Miracoli chiamato Italia, coperture del genere è meglio evitarle, i pentastellati hanno scoperto che, convertendo gli inattivi in disoccupati, sempre grazie al reddito di cittadinanza, potremmo esibire a Bruxelles un gigantesco buco di Pil rispetto al potenziale ed ottenere, per questa via, più deficit e più fondi europei. Tutti soldini con i quali pagare il reddito di cittadinanza medesimo, in una sorta di moto perpetuo che potrebbe essere catturato da Maurits Cornelis Escher in una delle sue mirabili opere, in cui non esiste fine né inizio alla creazione.

Anche i grillini, come Renzi, sono ferventi fedeli della chiesa sincretistica italiana dei keynesiani-lafferiani, come testimoniato dall’endorsement di Luigi Di Maio al tentativo di riforma fiscale di Trump e dei Repubblicani; che, secondo l’azzimato candidato premier pentastellato, sarebbe una “cura shock”, col deficit che aumenterebbe nei primi anni per essere poi ripagato dal fantasmagorico boom economico che ne conseguirebbe. Poiché i grillini scorrazzano sulle ubertose colline della post-ideologia, sarà bene non segnalare a Di Maio che la proposta di Trump è uno dei più sfacciati tentativi degli ultimi trent’anni di spingere il reddito dell’1% o dello 0,1% più ricco, secondo la nota ideologia plutocratica del trickle down, in base alla quale arricchendo chi è già ampiamente ricco si otterrebbe un magico gocciolamento di benessere lungo la piramide sociale. Il tutto dopo amputazione di spesa sociale e sanitaria.

Poi c’è l’eterno Silvio Berlusconi, che guida un’armata di desistenti: sovranisti, liberali immaginari ed orgogliosi appartenenti al Partito popolare europeo della sua grande amica e musa ispiratrice Angela Merkel. Ecco quindi la geniale intuizione della doppia circolazione monetaria: una interna, “per far girare più soldi”, ed una esterna, regolata dall’euro. Non si sa in che modo le due sfere riuscirebbero a parlarsi e chi riceverebbe i pacchi di pezzi di carta tricolore, ma sono dettagli minori. Avremmo un florilegio di bonus prima casa, prima auto, primo cane, prima nonna, prima dentiera e primo deambulatore da fare invidia alla cabala renziana degli 80 euro, in attesa di quei quattro o cinque colpi di stato che la realtà purtroppo tende ad infliggere ai governi di Silvio.

Nel mezzo, a scegliere tra questi trip verso la felicità, gli italiani, uno dei più avvincenti misteri della storia dell’umanità contemporanea: troppo cinici per credere davvero a queste televendite di olio di serpente, o la perfetta fake nation cui somministrare fake news?

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