Altri riformismi

Tempo addietro avevamo segnalato l’esigenza che l’opposizione facesse il proprio mestiere e che quindi si tornasse al vecchio sistema anglosassone del governo-ombra, in cui l’opposizione presenta le proprie controproposte alla legislazione introdotta dalla maggioranza. Siamo stati ascoltati, anche se l’esito non è esattamente quello atteso, e vedremo perché.

L’Ulivo-Gad-Fed ha presentato ieri la propria proposta di ridisegno delle aliquote dell’imposta personale sui redditi. Fin qui tutto bene, anche se sarebbe lecito chiedersi perché, dopo aver sostenuto fino allo sfinimento che “non esistono margini di manovra per ridurre la pressione fiscale”, ora ci si impegni in questa atletica giravolta. Abbiamo il legittimo sospetto che si tratti di un tema molto “popolare”, ed essere spinti all’angolo ed etichettati come il “partito delle tasse” non faccia piacere a nessuno. Ma tant’è.

Nel dettaglio, il centrosinistra propone quattro aliquote: 23, 30, 40 e 45 per cento (vedi dettagli e soprattutto terminologia usata dall’Unità). L’aspetto più interessante della vicenda è rappresentato dalla copertura finanziaria per reperire i 6.5 miliardi di euro necessari. Secondo l’Ulivo sarebbe necessario rimodulare la tassazione delle attività finanziarie, portando l’imposta sui capital gain (non solo azionari) dal 12.5 per cento al 20 per cento, e abbassando quella sui depositi bancari, attualmente al 27 per cento. Inoltre, è previsto un contributo straordinario addizionale del 5 per cento sui capitali rimpatriati per effetto dello scudo fiscale. Che dire? La rimodulazione della tassazione delle attività finanziarie potrebbe, in astratto, essere fattibile, anche se evidenti motivi di “competitività fiscale” rispetto ai partner europei consiglierebbero prudenza, soprattutto quando si ha, come nel caso dell’Italia, un mercato dei capitali asfittico e sottodimensionato, riflesso di un pressoché inesistente investimento diretto estero. Ma tornare a tassare retroattivamente capitali rimpatriati in applicazione di una sorta di “patto fiscale”, discutibile quanto si vuole, appare una misura di tipo sudamericano, l’italianissima “incertezza del diritto” che provocherebbe verosimilmente nuovi massicci deflussi di capitali. Ancora una volta, prevale l’impostazione bertinottiana e della sinistra antagonista, quella di usare ideologicamente, cioè come una clava, la logica delle imposte patrimoniali, cosa che nemmeno Lula in Brasile e Toledo in Perù si sono mai sognati di fare. Colpisce (ma non troppo…) che Prodi si metta a scrivere una proposta di tale anacronistica demagogia di fatto sotto dettatura della “sinistra onirica”. L’impressione è che la manovra di Berlusconi, pur abborracciata e (al solito) frutto di percorsi assolutamente erratici e casuali, abbia in sé una tale valenza simbolica da costringere il centrosinistra perlomeno a rispondere. Si potrebbe dire che ad una maggioranza approssimativa e pasticciona corrisponde una opposizione ormai vittima di una demagogia populista altrettanto pericolosa. In entrambi i casi, la vittima designata del sistema politico italiano è il liberalismo, con cui il nostro paese sembra geneticamente incompatibile. Per il resto, siamo sempre in attesa della favolosa Bad Godesberg della sinistra, anche 30 anni dopo…chi va piano va sano e va lontano…

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