Pesi e misure

La vicenda delle polemiche sulla “insufficiente” contribuzione da parte degli Stati Uniti all’aiuto umanitario per le popolazioni colpite dai catastrofici eventi asiatici può essere letta in molti modi. La strumentale ed artificiosa polemica del rappresentante Onu, Egeland, che a poche ore dall’evento non trovava di meglio che polemizzare con l'”avarizia” di europei e (soprattutto) americani può certamente essere interpretata come l’orgoglio degli onusiani, che cercano riscatto dalle polemiche e dalle accuse di burocratismo, inefficienza e corruzione mostrando una reattività sconosciuta ai singoli governi nazionali. Un’altra chiave di lettura è quella che vede l’Onu porsi come soggetto politico autonomo ed originale. In questo senso, è sintomatico quello che sta accadendo in Italia: un’ampia parte dell’establishment politico-istituzionale sposa la tesi dell’Onu come nuova, astratta potenza in grado di controbilanciare l'”iperpotenza” americana e creare un nuovo bipolarismo planetario. Costruzione suggestiva, ma troppo immaginifica e palesemente irrealistica. In effetti, uno dei principali problemi dell’attuale organizzazione Onu, che si spera verrà superato con la imminente riforma, è la tendenza ad amplificare oltre il dovuto il potere effettivo di cui alcuni stati dispongono. Si pensi al ruolo della Francia, assolutamente inflazionato ed esorbitante rispetto alla reale area di influenza esercitata da Parigi. Inoltre, in questo contesto viziato da assemblearismo terzomondista e velleità di potenza di nani economici, militari e diplomatici, si è finito con il privilegiare il realismo politico, quello della intangibilità di brutali dittature e regimi illiberali. Spiace constatare come la sinistra, italiana, europea ed anche americana, a cui dovrebbero stare a cuore più che ad altri raggruppamenti politici (oggi ci sentiamo generosi…) i temi dello sviluppo della democrazia, abbia finito con l’ergersi a baluardo delle peggiori autocrazie. E’ certamente una notizia da accogliere con speranza quella data oggi dall’International Herald Tribune, sul tentativo di creare, per iniziativa del Cile, un caucus delle democrazie Onu per promuovere un gruppo di coesione formato da paesi democratici e liberali, in grado di esercitare pressioni sui paesi autoritari che fanno parte delle Nazioni Unite e che spesso, proprio in virtù di questa appartenenza, sono riusciti a cristallizzare e perpetuare la propria condizione di sistematici violatori dei diritti umani. Questo caucus dovrebbe svolgere funzioni di lobby, per promuovere lo sviluppo dei valori democratici nei paesi asiatici ed africani, sostituendo l’attuale, folle prassi di nominare a capo delle agenzie e commissioni che si occupano di diritti umani e civili rappresentanti di paesi che si segnalano per la propria track record rigorosamente antidemocratica. Sappiamo che la motivazione “ideale” (in realtà odiosamente realista) di questa prassi vorrebbe che, in tal modo, si cercasse di promuovere l'”evoluzione” in senso democratico di questi regimi, ma il risultato pratico è esattamente l’opposto: perpetuare dittature altrimenti impresentabili e soffocare il dissenso democratico esistente all’interno di questi paesi.

Esistono naturalmente problemi per l’affermazione di un simile gruppo di “lobbysti della democrazia”, prima fra tutti la pervicacia realista con cui alcuni paesi europei, Francia e Germania in primis, continuano ad ostacolare l’evoluzione in senso democratico della dialettica promossa dalle Nazioni Unite. L’Onu non esiste al di fuori della contribuzione, politica e soprattutto finanziaria dei paesi membri, e molte delle sue agenzie di sviluppo debbono la propria efficacia ed efficienza organizzativa all’impulso degli Stati Uniti, e non certo di qualche satrapo che siede pro tempore ai piani alti del Palazzo di Vetro, e che cerca periodicamente di impancarsi ad autorità morale planetaria.

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