2005, ordalia in Trinacria

Non conosciamo Umberto Scapagnini, sindaco uscente e rientrante di Catania, né conosciamo le problematiche specifiche della città etnea, o le piattaforme elettorali dei concorrenti alle elezioni. Di questa elezione, però, ci hanno colpiti alcune circostanze. In primo luogo, la presenza di 31 liste elettorali che, in una città di nemmeno 350.000 abitanti indica, come dire?, una vivace partecipazione democratica. La stessa scheda elettorale, lunga 97.5 centimetri, pare abbia provocato un considerevole numero di voti nulli. Potremmo immaginare una proliferazione di liste (soprattutto civiche) indotta da single-issues (un parco, un parcheggio, dei sussidi comunali, gli asili, etc.), ma per quanto ci sforziamo non riusciamo ad interpretare l’esercizio del voto a Catania come una improvvisa metamorfosi in senso elvetico delle dinamiche politiche di quella città. Per essere crudi, a noi questo florilegio di liste ricorda i primi, incerti passi dei paesi dell’est europeo dopo la caduta del Muro, quando alle prime elezioni libere si presentarono partiti degli automobilisti, dei bevitori di birra e degli amici del gatto persiano. Sfortunatamente, Catania è in Italia, paese di democrazia matura o sedicente tale, liberato (dagli odiati yankees) sessant’anni fa, e passato attraverso varie fasi di sviluppo economico e (in misura assai minore) civile e sociale.

Altra caratteristica di questa elezione che ci lascia perplessi è stata l’attribuzione di valenza nazionale alla medesima. Lo hanno fatto i pasdaran dell’Unione, lo hanno fatto esponenti della (fu) coalizione di maggioranza nazionale. Ieri pomeriggio, ad esempio, quando il risultato di Enna è divenuto ufficiale, l’ineffabile Diliberto già starnazzava di elezioni anticipate. Ma si sa, lui ha un’ipertrofia egotistica che lo rende talvolta pure simpatico. Dall’altra parte, Harry Potter già pregustava l’ennesima sconfitta per poter poi affermare che no, così non va, occorre un “profondo ripensamento” e magari (aggiungiamo noi) occorrono più posti di governo e sottogoverno affinché possa prevalere la forza della moderazione, e dei rinnovi contrattuali generosamente elargiti a pubblici dipendenti ed altre categorie di clientes.

Notevole, poi, la posizione della Pravda di Largo Fochetti. In un editoriale di ieri Curzio Maltese, perfetto esponente della razza antropologicamente e moralmente superiore, già assaporava il “distacco della spina” alla lacera armata berlusconiana, ma soprattutto buttava lì quell’asimmetria etica che tante volte abbiamo letto e sentito provenire da una precisa fazione. Scrive Maltese:

Catania può essere l’occasione perché è un simbolo potente, la cassaforte siciliana dei “61 collegi su 61” che hanno garantito la clamorosa vittoria del 2001, la prima e ora l’ultima roccaforte del berlusconismo. Una sconfitta qui, dove il capo ha delegato come sindaco il suo medico personale, Umberto Scapagnini, completerebbe il ciclo cominciato con la sconfitta a Milano e provincia, proseguito poi con le batoste in Lazio e Puglia: lo spettacolare crollo della casella finale del domino berlusconiano.

E fin qui, nulla di originalissimo. I 61 collegi conquistati dalla CdL nel 2001 sono ancora conficcati nell’immaginario collettivo del centrosinistra come una lama tagliente. Naturalmente, c’e’ una spiegazione per tutto: si è trattato di voto di scambio, con più che evidenti infiltrazioni mafiose. Prosegue infatti Maltese:

Il naufragio è inevitabile. Ma se deve accadere da qualche parte allora è bene che accada a Catania, nel cuore di una Sicilia che ha sempre svolto un ruolo importante e più o meno misterioso nelle fortune del berlusconismo, personificato nella figura enigmatica dell’alter ego aziendale e politico del Cavaliere, Marcello Dell’Utri.

Chiaro, no? Quando è la CdL a vincere largo, si tratta di fenomeni “inquietanti ed enigmatici”, quando lo stesso, nelle stesse zone, accade all’Unione, si tratta di un “risveglio democratico” (e mettiamoci pure antifascista, che non guasta mai…). In fondo, all’indomani della vittoria di Cofferati a Bologna, l’Unità riuscì a scrivere “Ora la Bologna democratica può festeggiare“. Noi Guazzaloca non lo abbiamo mai visto con camicia e stivaloni neri affacciato ad un balcone di Palazzo D’Accursio, ed eravamo convinti che pure lui fosse stato eletto al termine di una regolare consultazione elettorale, ma pazienza.

Ora, il problema è un altro: Berlusconi sta già pregustando il trionfo (?), e probabilmente tornerà a dire che la crisi della CdL è superabile, basta che lui si impegni in prima persona. Noi ci auguriamo che abbia ragione, ma non riusciamo a immaginare Catania come la California degli anni Settanta, quella del governatore Ronald Reagan e della riscossa liberista. Più verosimilmente, Catania sarà l’analgesico (meglio, la morfina) che prolungherà l’agonia di una maggioranza e di un paese. Ma ci auguriamo di avere torto, torto marcio.

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