Il vaso di Pandora

Dopo alcune settimane trascorse tra ultimatum, conciliaboli, estemporanee manifestazioni di piazza di attempati girotondini bercianti, minacce di scissione ed anatemi vari, è finalmente tornato il sereno nella caotica disUnione. Romano Prodi, dopo aver definito “un suicidio politico” la scelta di Rutelli di schierare il simbolo della Margherita nel proporzionale, e dopo aver minacciato la scissione di quel 20 per cento del partito che non aveva accettato la scelta di Rutelli, estrae dal cilindro un coniglio piuttosto spelacchiato, e trova la “quadra”: niente lista unitaria, e reintroduzione delle primarie per definire il candidato premier della coalizione. In tal modo, il Professore spera di ottenere quella mitologica investitura popolare che risulta necessaria per un leader politico che di fatto è privo di un proprio partito. Certo, se fossimo un paese dalemianamente normale, il front runner del centrosinistra sarebbe un esponente del principale partito di quella coalizione, ma i Ds sembrano aver da tempo abdicato all’idea, avendo preferito delegare, da ormai un decennio, la cattura dei voti moderati e centristi alla figura fintamente bonaria e rassicurante di Prodi. Gli anni, e le dolorose esperienze del 1998, non sembrano tuttavia aver insegnato nulla alla Quercia. Prodi di moderato non ha ormai più nulla, avendo ormai deciso da tempo di legarsi mani e piedi alla sinistra onirico-antagonista. Dopo le note vicende pugliesi, ma anche dopo il ridimensionamento elettorale di Rifondazione comunista, malgrado la mistica affermazione di Vendola in Puglia, Prodi era ormai certo di essere l’uomo solo al comando. Ma l’uscita di Rutelli, che evidentemente non ha rinunciato all’idea di intercettare i voti centristi in apparente libera uscita dal centrodestra, lo ha bruscamente riportato alla realtà. Questa evoluzione della dialettica interna al centrosinistra rappresenta tuttavia un’interessante opportunità. Sarà cioè possibile conoscere il leggendario programma del Professore, distillato attraverso le sedute dei gruppi di autocoscienza alla Fabbrica del vapore bolognese, e finalmente conosceremo la posizione dell’ex presidente della Commissione europea su temi quali politica estera ed economia. Capiremo se Prodi intende rilanciare la costruzione europea facendosi indicare la strada dal prestigioso Monsieur Le President e dalle sue mucche divora-bilanci; come elaborerà rispetto all’obiettivo di favorire compiutamente la rimozione degli ostacoli alla democrazia nel Medio Oriente; come deciderà di rilanciare l’economia italiana, affetta da strutturale deficit di competitività e produzioni a basso valore aggiunto. Forse riusciremo a capire tutto ciò. O forse no. O forse le primarie saranno solo un evento mediatico, fatto di slogan e parole d’ordine per intercettare voti moderati e “mediani”, senza svelare le carte programmatiche. Certo, i diessini non devono sentirsi molto tranquilli: con Bertinotti candidato alle primarie, il rischio che Prodi perda (anche in caso di sua vittoria numerica), sia per la mobilitazione dei militanti comunisti che per allontanamento dalla coalizione di potenziali elettori centristi, è tutt’altro che trascurabile. In tale eventualità la costruzione del centrosinistra si disintegrerebbe definitivamente, e potrebbe anche innescare l’implosione del centrodestra, coagulando forze centriste dei due schieramenti. Per ora, prendiamo atto delle candidature alle primarie, le cui tecnicalità di effettuazione saranno determinanti per il futuro dello schieramento: ad oggi, oltre a Prodi e Bertinotti, è certa la scelta dei diessini di non presentare candidature, mentre i Verdi di fatto votano per Bertinotti, almeno a giudicare dalla posizione di Pecoraro Scanio:

«Vogliamo capire se tassiamo o meno le rendite finanziarie, se andiamo sul nucleare o sul solare e se ritiriamo le truppe dall’Iraq». Pieno appoggio alle primarie, insomma, «solo se si parlerà di programmi. In questo caso mi candiderò. Se invece sarà soltanto uno scontro tra persone proporrò di non partecipare proprio»

Comunque vada, le primarie saranno la certificazione della disomogeneità di entrambi gli schieramenti, perché in caso di vittoria netta di Prodi, sul piano numerico ma soprattutto politico, anche Berlusconi dovrà esplicitare il proprio programma, e difficilmente potrà utilizzare il vecchio armamentario retorico di un parlamento sfaticato o di alleati che fanno ostruzionismo, perché in quel caso, dopo quasi cinque anni di risultati che definire modesti è un pudico eufemismo, il re sarebbe ancora più nudo. E’ vero che di questi tempi parlare di referendum non è molto popolare, ma una vigorosa spallata al sistema, con l’eliminazione della quota proporzionale, resta l’unica arma realmente “rivoluzionaria” in mano ad un leader sempre più prigioniero del proprio stantio ottimismo. Se vi facesse ricorso, potrebbe tornare ad essere il vero leader dell’antipolitica costruttiva, come era percepito oltre dieci anni fa, quando decise di bere “l’amaro calice”. Berlusconi ha scelto come “second best” il tentativo di costruzione del soggetto politico unitario, ma è destinato a scontrarsi con il poderoso muro di gomma creato da quanti stanno già guardando nervosamente l’orologio per sostituirsi a lui.

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