I neo-keynesiani

Come da noi già segnalato, pare che anche nell’austero e moralisteggiante mondo del centrosinistra italiano stia rapidamente affermandosi la più italiana delle attività: la moltiplicazione dei posti di sottogoverno, con annessi costi, a carico della collettività. Se ne è accorto anche Gian Antonio Stella, che in un gustoso commento sul Corriere di oggi, passa in rassegna l’intensa produttività di alcune giunte regionali di centrosinistra. In Campania hanno deciso che il Mediterraneo non è un mare, bensì uno stato d’animo, ed hanno pensato bene di sdoppiare la relativa commissione. Poi, memori dei precetti folliniani, secondo i quali “un sistema elettorale che ‘addolcisce’ lo scontro politico rende meno forte la pressione nelle aree più critiche e aiuta il paese a ritrovare se stesso”, hanno deciso di nominare “capo dell’opposizione” l’avversario di ‘O Governatore alle ultime regionali, Italo Bocchino, (con tanto di ufficio apposito con dotazione di personale, auto e autisti), e di creare sei commissioni da assegnare all’opposizione. Anche nel Lazio si segnala la vivace elaborazione programmatica della giunta di Piero Marrazzo, il Ralph Nader italiano, l’acchiappatruffe catodico, il vendicatore delle casalinghe truffate da piccoli maneggioni di provincia e tentacolari multinazionali, insomma il tutore della ‘ggente, aromatizzato al populismo antipartitico. Giunto nella stanza dei bottoni, Marrazzo ha realizzato che la democrazia è un processo molto complesso, che necessita di competenze altamente specialistiche, ed ha quindi aumentato gli assessori da 12 a 16, moltiplicato le commissioni fino al numero spropositato di 24, distribuito a certi neo-assunti stipendi iperbolici, accresciuto il parco di auto blu e tentato addirittura di dare a Maria Coscia, assessore alla scuola del Comune di Roma, una collaborazione di 230 mila euro l’anno.
Le cose non vanno certo meglio in Puglia, dove San Nikita di Bari, impegnato nella titanica lotta per forgiare l’Uomo Nuovo, si è ricordato che siamo pur sempre in Italia, paese dove regnano le mamme e tutti, ma proprio tutti, tengono famiglia, ed ha deciso di assumere 31 persone: nipoti, fratelli, cugini, cognati di politici e sindacalisti, incluso il figlio dell’assessore regionale ai Lavori Pubblici. Tutti scelti, ricorda Stella, come ultimo atto (propiziatorio?) dall’uscente Francesco Divella, cugino di Vincenzo, presidente «rosso» della Provincia. L’assunzione avviene peraltro, nella migliore tradizione vendoliana, in quell’Acquedotto Pugliese che San Nikita ha elevato a simbolo della lotta degli oppressi della terra, assetati dalle predatorie privatizzazioni dei servizi idrici, ma che da decenni è assai più famoso per l’icastico commento di Gaetano Salvemini: “Ha dato più da mangiare che da bere”.

Ma il titolo di governatore più neo-keynesiano del paese spetta di diritto al calabrese Agazio Loiero:

I consiglieri regionali col nuovo statuto sono diventati 50 e cioè uno ogni 39.865 abitanti (in Lombardia sono uno ogni 111 mila: un terzo), la salutare abolizione dei monogruppi, che nella scorsa legislatura erano diventati tanti da coprire di ridicolo la Regione, è stata riequilibrata non solo dal solito aumento delle commissioni (da sei a nove), dall’invenzione dei sottosegretari e dalla delibera che prevede l’assunzione di un massimo di 15 persone all’ufficio stampa, ma anche da una raffica di nomine di «dirigenti di servizio» e «dirigenti di settore», che trova precedenti solo nel mitico proclama di Carlo V: «Todos caballeros!». Per non dire degli 86 portaborse (funzionari di partito e poi sorelle, figli, cugini, cognati… ) assunti durante l’era Chiaravalloti senza un solo voto contrario delle sinistre. Una scelta bollata dai vescovi come prova di «degrado etico».
Il nuovo governo regionale, guidato da Agazio Loiero, ha deciso di offrirli a chi li vuole. Chi non verrà scelto verrà smistato in qualche ufficio bisognoso.

Gli sferzanti giudizi di Fabio Mussi e Cesare Salvi su questa nuova tendenza delle giunte regionali progressiste, hanno indotto il cerchiobottista Fassino ad un misurato richiamo alla “sobrietà” nei comportamenti di pubblici amministratori e politici di sinistra, per trasmettere all’elettorato quell’immagine di “affidabilità” che dovrebbe servire a vincere le elezioni politiche. A noi invece appare molto chiaro il motivo della furiosa opposizione di larga parte del mondo politico al federalismo. Mantenere uno status quo fondato su irresponsabilità fiscale e trasferimenti dal bilancio statale rappresenta ancora il migliore dei mondi possibili per la classe politica. Ricordate le scene dickensiane dello scorso inverno, con enti locali che, a fronte del blocco delle addizionali e dei trasferimenti governativi, sostenevano di non essere in grado di fornire riscaldamento agli asili ed illuminazione pubblica? La spesa pubblica italiana, escludendo gli interessi sul debito, è pari al 48 per cento del prodotto interno lordo, quella britannica incide solo per il 38 per cento. La sintesi della malintesa “socialità” italiana, con la sua assenza di principi di responsabilità individuale e senso della comunità, sta tutta in queste cifre.

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