Venticinque anni dopo

Venticinque anni dopo, il ricordo della strage alla stazione di Bologna è sempre una ferita dolorosamente viva per quanti desiderano che questo paese possa finalmente contare su una democrazia matura, fatta di pesi e contrappesi, senza inquinamenti della vita civile, da qualsiasi parte essi provengano. Si è scritto e detto molto, troppo. Sul sangue delle vittime si sono anche costruite più o meno brillanti carriere politiche. Sfortunatamente, anche questa ricorrenza è stata sequestrata dalla solita fazione tribale, che ne ha fatto l’ennesimo feticcio della propria ideologia di divisione, e l’ennesimo capitolo di quella “guerra civile fredda” che contamina la nostra vita pubblica non meno di quanto fece lo stragismo dell’epoca.

Anche oggi, il rito dei due minuti di odio (come avrebbe detto Orwell) si è riprodotto, sempre uguale a se stesso, con la dura contestazione al vicepremier Tremonti, ed i fischi indirizzati ai messaggi dei presidenti di Camera e Senato. Ovazione invece, alla lettura del messaggio del presidente Ciampi, che ieri abbiamo potuto ammirare in veste di provetto nuotatore in quel della Maddalena.

Di questo rito collettivo dell’anti-unità d’Italia, a noi colpisce altro: le ormai quotidiane esternazioni di Romano Prodi. Sempre più convinto di essere l’uomo nuovo della politica italiana, il nuovo marziano che Flaiano avrebbe anche oggi immortalato nei suoi icastici ritratti, il sessantaseienne Professore, già ministro democristiano dell’Industria alla fine degli anni Settanta, ha proposto una riforma organica della disciplina del segreto di Stato, che deve essere

“(…) limitato e funzionale all’interesse comune, ma sempre limitato”. Un tema che riguarda “in genere la nostra legislazione, non solo il problema della strage di Bologna”. Dunque, afferma Prodi, questo argomento “non dobbiamo tirarlo fuori nelle occasioni singole e frammentate”, perché è invece “un problema da affrontare in modo serio, generale, organico”. E nell’ottica di uno “stato più trasparente, sempre e comunque in cui- conclude Prodi- il segreto di stato deve essere limitato e funzionale all’interesse comune, ma sempre limitato”.

Parole condivisibili. Vorremmo chiedere a Prodi, Ciampi ed a quella parte di piazza bolognese che oggi ha categoricamente smentito le convinzioni del Professore circa l’esistenza di un’Italia “che non sa odiare”, perché questa ed altre riforme non siano state compiute durante i precedenti governi Ciampi, Prodi, Amato, D’Alema, solo per citare i governi illuministicamente progressisti che si sono succeduti tra il 1993 ed il 2001, ipotizzando che tutti gli altri esecutivi nulla abbiano fatto, in quanto complici e conniventi con il Deviazionismo di Stato, secondo la vulgata progressista.
Abbandoniamo pure le domande retoriche, e consideriamo questa (ed altre) esternazioni di Prodi come elementi di un programma che ancora stenta a vedere la luce. In caso di sua vittoria elettorale, il prossimo anno, saremo qui a ricordare al Professore tutti questi solenni impegni. Perché è vero che il potere logora chi non ce l’ha, ma è ancor più vero che la demagogia resta la malattia infantile della classe politica italiana, a destra come a sinistra.

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