Plebiscito

Una Finanziaria giusta e seria, come ripete ormai ossessivamente ogni giorno Romano Prodi, spingendosi a valutazioni bizzarre, del tipo “scontenta tutti, quindi va bene, va bene”, reiterato quasi a voler convincere se stesso prima che gli interlocutori. Proviamo allora a cimentarci in un passatempo: segnaliamo le critiche e le perplessità che la manovra ha suscitato in qualificati osservatori esterni a governo e maggioranza. Ha cominciato Mario Draghi, da Via Nazionale, rimarcando soprattutto l’assoluta inazione sul versante delle spese:

“E’ essenziale realizzare con rapidità le riforme necessarie nei principali comparti di spesa: un loro rinvio potrebbe solo rendere più oneroso l’aggiustamento”. (…) ”La manovra lascia sostanzialmente invariate nel 2007 le spese correnti”: [il peggioramento dei saldi] “è largamente dovuto alla dinamica della spesa corrente”, [ed era] “necessario intervenire, con misure di carattere strutturale su tutti i principali comparti”.

Ed ovviamente, se la struttura di spesa non viene minimamente incisa, come far quadrare i conti? Con aumenti delle tasse, ovviamente a carico degli odiati ricchi. Ancora Draghi:

…[La realizzazione della manovra finanziaria] “dovrebbe determinare per il secondo anno consecutivo un aumento del peso delle entrate sul prodotto: dopo l’innalzamento di 0,8 punti atteso per il 2006, nel 2007 si potrebbe registrare un aumento superiore a mezzo punto percentuale”. (…) “La pressione fiscale si porterebbe in prossimità dei livelli più elevati registrati in passato nel nostro Paese”.

Ed i ricchi? Piangano:

Nel 2005 un lavoratore dipendente del settore industriale “guadagnava una retribuzione lorda media pari a 23.100 euro. In assenza di carichi familiari, con la nuova struttura dell’Irpef a parità di reddito nominale questo lavoratore risparmierebbe in termini di imposta circa 60 euro l’anno”, che si riducono a 10 a causa dell’aumento dei contributi previdenziali. Ma “valutando anche l’impatto del drenaggio fiscale sul prelievo dell’Irpef” l’effetto complessivo “è un aggravio del prelievo tra il 2006 e 2007 di circa 120 euro”. In base all’ipotesi di modifica degli assegni familiari, in presenza di coniuge e due figli – ha poi proseguito il governatore – l’onere fiscale cala invece di 230 euro.

Già, la riforma degli assegni familiari. Ma che dire delle imposte locali? In fondo, anche quelle si abbattono sulle tasche dei contribuenti. Per Draghi, esiste un problema:

“I maggiori ambiti di autonomia tributaria e i meccanismi correttivi automatici previsti dal patto di stabilità interno possono condurre a un aumento della pressione fiscale a livello decentrato. E’ opportuno che tale incremento trovi compensazione in una riduzione operata a livello centrale”.

Si, ma per il 2007 non è previsto alcun vero taglio di spesa a livello centrale. Che fare?

Altro giudizio lusinghiero sulla Finanziaria proviene dalla Corte dei Conti. Organismo di controllo contabile dell’attività dello stato e degli enti locali, considerato (dalla stampa mainstream) una sorta di Oracolo di Delfi durante la precedente legislatura, sembra ora essere stato declassato al ruolo di centro-studi, e neppure della migliore qualità. Scrive il suo presidente, Francesco Staderini:

“La ricostruzione della manovra complessiva per il 2007 (legge finanziaria, decreto-legge e bilancio) – resa difficile dall’incompletezza delle informazioni – pone in evidenza come il reperimento delle risorse per il contenimento del disavanzo tendenziale e per il finanziamento dei cosiddetti ‘interventi per lo sviluppo’ sia stato affidato, in misura preponderante, a interventi di aumento del prelievo fiscale e, solo limitatamente, a correzioni della spesa”. (…) “Solleva perplessità il rinvio a futuri provvedimenti legislativi delle scelte in materia di pensioni e di pubblico impiego, tematiche alle quali la Corte ha ritenuto di dover dedicare una attenzione particolare nella Relazione annuale di quest’anno e nella stessa audizione sul DPEF del luglio scorso”.

Anche alcuni economisti, che si erano generosamente spesi per indirizzare la politica economica della coalizione verso lidi più occidentali e meno ideologici, non esitano a manifestare la propria delusione. Così, ecco Tito Boeri:

La vera sfida della Finanziaria era quella sulla qualità dell’aggiustamento, la sua composizione tra maggiori entrate e minori spese. Temevamo un leggero sbilanciamento dell’aggiustamento a favore delle entrate. Ci siamo sbagliati. Lo sbilanciamento a favore delle entrate non è leggero: si va ben oltre il 50% paventato qualche giorno fa. E solo in rari casi si sono attivati meccanismi virtuosi che porteranno a risparmi crescenti nei prossimi anni. Quindi si è fatto pochissimo per riprendere controllo della spesa pubblica.

Ma, come da noi più volte segnalato, il fiore all’occhiello della manovra è certamente il trasferimento all’Inps del risparmio previdenziale che i lavoratori sceglieranno di non destinare a previdenza complementare. Ancora Boeri:

Il lato più inquietante della manovra, quello che la avvicina di più alle tante operazioni di finanza creativa varate nella scorsa legislatura, consiste nel trasferimento all’Inps (e poi ad un fondo per il finanziamento delle infrastrutture) della parte di trattamento di fine rapporto (Tfr) accumulato dagli individui ogni anno, e non dirottato ai fondi pensione. Si tratta, in altre parole, di un prestito forzoso per finanziare spese infrastrutturali ottenuto trasferendo dalle imprese allo stato un debito nei confronti dei lavoratori dipendenti che non eserciteranno l’opzione di trasferire il Tfr ai fondi pensione.
Come discusso altrove questa misura rischia di diventare la pietra tombale sulla speranza di creare dei fondi pensione in Italia perché indurrà questo Governo e quelli successivi ad ostacolare in tutti i modi i flussi verso i fondi pensione (significa meno entrate per lo Stato).

Ancora una volta, dalla mitologica concertazione escono danneggiati i giovani:

Dunque è un’operazione che va svantaggio dei lavoratori più giovani, quelli che hanno maggiormente bisogno di previdenza integrativa per garantirsi un reddito adeguato quando andranno in pensione.

Una manovra di pura cosmesi contabile, di quelle che piacciono assai poco a Bruxelles:

L’operazione porta un beneficio temporaneo per i conti pubblici (perché inizialmente vi sono solo entrate, vale a dire i flussi di Tfr), ma crea un debito crescente dello Stato nei confronti dei lavoratori, scaricando i costi sulle gestioni future. Le liquidazioni, infatti, prima o poi dovranno essere pagate offrendo un rendimento che oggi è solo lievemente più basso di quello offerto da titoli pubblici relativamente liquidi, come i Bot. Sul piano dei conti pubblici, si otterrebbe perciò una riduzione dell’indebitamento, ma non necessariamente del debito pubblico. Infatti, è difficile che il debito associato al Tfr possa essere considerato come debito implicito, soprattutto perchè è esigibile dal lavoratore. Le imprese iscrivono il Tfr come passività nello stato patrimoniale. Perché non dovrebbe lo stato fare altrettanto? I debiti sono debiti. Speriamo che Bruxelles, come in passato, bocci questa operazione di finanza creativa.

Anche il professor Giavazzi si dice deluso dall’impianto della manovra:

Se ci si attendeva un’inversione di tendenza nella spesa, e soprattutto nei comparti meno produttivi, in questa prima Finanziaria del governo Prodi non ve ne è segno.

E non è tutto: ciò che viene classificato come taglio di spesa (i 7,7 miliardi di euro di risparmi nei trasferimenti dello stato agli enti territoriali, soprattutto ai Comuni) potrebbe in realtà essere semplicemente la beffa di un inasprimento fiscale complessivo:

Risparmi ipotetici, in quanto Comuni e Regioni hanno la possibilità di evitare i tagli aumentando le imposte locali e molti lo faranno.

In sintesi, più spesa pubblica e più tasse, la manovra a lungo sognata dalla sinistra radicale:

Se si assume che solo la metà di quei 7,7 miliardi di minori trasferimenti si traduca in effettive riduzioni di spese, nel 2007 le pubbliche amministrazioni preleveranno dai cittadini, attraverso imposte e altre misure, 24,6 miliardi in più rispetto al 2006. Di questi, 5,5 verranno usati per ridurre il cuneo, 6,2 per abbassare il disavanzo e poco meno di 13 (come abbiamo già visto) per finanziare maggiori spese, a cominciare dal rinnovo dei contratti pubblici.

Perché è proprio questa la grande mistificazione di questa legge finanziaria. Per centrare il target di rapporto deficit/Pil chiesto da Bruxelles, bastava una manovra da 15 miliardi di euro. Tutta l’espansione di spesa pubblica contenuta nella finanziaria, solennemente definita “interventi per lo sviluppo”, altro non è che la messa all’incasso dell’ennesima cambiale della sinistra radicale, cioè l’ennesima espansione di spesa pubblica improduttiva.

E Mario Monti? L’economista che in passato ha più volte espresso posizioni politiche compiute e strutturate, criticando il bipolarismo all’amatriciana del nostro paese, ed attirando su di sé sospetti di neocentrismo? Anche per lui la manovra è insoddisfacente, per usare un understatement:

Rispetto ai propositi annunciati, il contenimento del disavanzo è affidato dalla Finanziaria più a maggiori entrate che a minori spese. Sono limitati i provvedimenti di carattere strutturale. Nessuno sottovaluta la difficoltà di questi interventi ma, come ha sintetizzato Luigi Spaventa (pure!, ndPhastidio), ‘il bilancio è magro’.
L’inefficienza dell’apparato pubblico e la sua pesantezza sull’economia non sembrano avviate a riduzione. Per ora sono modesti anche gli interventi strutturali sull’economia. Avevamo salutato con entusiasmo le liberalizzazioni decise a luglio, presentate come l’inizio di una nuova politica economica, orientata ai consumatori e non più alla tutela conservatrice degli interessi dei produttori. Speravamo che questa linea si estendesse a categorie più vicine alla base sociale della maggioranza, inclusi i lavoratori dipendenti, anche del settore pubblico. Nell’interesse, soprattutto, dei giovani e dei disoccupati. Da allora, i segnali non sono stati incoraggianti.

Della posizione delle agenzie di rating abbiamo già detto. Qui le motivazioni del downgrade di S&P, in caso qualcuno fosse convinto che l’azione dell’attuale governo non c’entri con la bocciatura.

Insomma, tax and spend, without an end. Che resta delle linee-guida della manovra, solennemente enunciate poco dopo Ferragosto da TPS?

“E’ necessaria una forte correzione di bilancio compiuta soprattutto dal lato della spesa, riformando i quattro grandi comparti dai quali essa scaturisce: funzioni dello Stato centrale, rapporti tra questo e i governi locali, previdenza, sanità. Un’operazione ardua, non intrapresa da anni o decenni”.

E che non verrà intrapresa neppure quest’anno, caro ministro.

Alla lista dei delusi dalla Finanziaria non riteniamo di dover aggiungere LcDM. Lui non ha proprio titolo per recriminare, vista la monumentale cantonata presa nei mesi scorsi, quando “suggerì” al suo fedele opinion maker di esibirsi in un meditato endorsement della coalizione di sinistra-centro, con l’unica precauzione di sostenere più attivamente l”ala riformista” della medesima, segnatamente quella Rosa nel Pugno che di fatto è appassita senza neppure fiorire. Consegnato ai posteri il pensiero di Mieli in materia:

“I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale.”

Ora Montezemolo fa quasi tenerezza, mentre tira la giacchetta al bello guaglione della coalizione, che presto finirà col sostituire Capezzone sulle prime pagine del Corrierone. Si riconferma l’acuta capacità analitica e previsiva dei poteri forti italiani.

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