Giù le mani dal Triangolo della Morte

In un editoriale pubblicato giorni addietro su Liberazione, Piero Sansonetti esprime tutta la propria insofferenza per l’inopinata popolarità che gli ultimi libri di Giampaolo Pansa sui partigiani stanno regalando al loro autore. Dopo la doverosa premessa di deferente ed affettuoso omaggio a Pansa, Sansonetti inizia una meticolosa analisi storico-politica. Scritta da dietro due spesse lenti di ideologia che deformano la storia.

Il problema non è, per Sansonetti, portare alla luce episodi di violenza di cui si macchiarono alcuni ex partigiani all’indomani della Liberazione: quelli parrebbero acquisiti e metabolizzati anche dalla storiografia di sinistra, pur se solo come eccessi individuali e piccole faide locali e localizzate. Il problema è capire che lettura dare della Resistenza: lotta di popolo o prodromo di guerra civile, con la parte numericamente maggioritaria delle brigate partigiane a combattere in nome e per conto di una potenza esterna, l’Unione Sovietica?

Sansonetti non ha, ovviamente, dubbio alcuno. E lancia la propria fatwa contro l’apostata Pansa, da sempre uomo di sinistra:

E’ scontata – avrei detto fino a ieri – la risposta. Pansa invece la mette in discussione. Propende per la seconda ipotesi. Si chiede cosa sarebbe successo se dopo la Liberazione avesse prevalso la componente comunista della Resistenza (sottinteso: avesse prevalso sui democristiani) e dice che l’Italia sarebbe finita invasa dai sovietici e trasformata in regime ungherese. Pansa – lo ho scritto tante volte – ha nella sua carriera enormi meriti giornalistici. Ma questo non mi impedisce di dire che le sue affermazioni dell’altra sera sono demenziali e inconsistenti (provate a credermi: continuo a dirlo con affetto).

Archiviato il tema di cosa fu la Resistenza, e minimizzato quanto avvenne negli anni immediatamente successivi, Sansonetti rimastica l’abituale ucronia cara alla sinistra, ogni volta che si parla di Resistenza. Cosa sarebbe invece successo se

(…) La domanda (quando si parla di Resistenza) non è cosa sarebbe successo se i comunisti avessero prevalso sui democristiani: perché comunisti, e democristiani, e socialisti e liberali erano dalla stessa parte. La domanda è cosa sarebbe successo se avesse prevalso la destra, cioè i fascisti (i protagonisti positivi degli ultimi libri di Pansa). Sarebbe semplicemente successo che l’Europa sarebbe stata trasformata in un campo di sterminio. Forse si sarebbe conclusa la civiltà occidentale. Punto.

Punto. Ma solo per scrivere altri paragrafi, aggiungiamo noi. Ci sembra già sconcertante, come mistificazione storica, essere colti dalle abituali amnesie selettive della sinistra, e scrivere di alleanza di comunisti, socialisti, liberali e democristiani scordandosi di trascurabili dettagli, quale fu certamente la Brigata Osoppo. Ma omettere il ruolo determinante e decisivo giocato dagli Alleati nella liberazione dell’Italia dev’essere frutto di una qualche aberrazione psicologica. Sansonetti pensa davvero che la resistenza sulle montagne avrebbe sconfitto da sola i nazifascisti? Se si, c’è ben poco da discutere.

Sansonetti non scorda neppure di ripetere il mantra sul ruolo del Pci quale forza stabilizzatrice della fragile e (tuttora) incompiuta democrazia italiana:

Poi c’è anche una ragione storica che dà torto a Pansa. Il Pci di Togliatti nacque, e diventò quel gigantesco partito di massa che è diventato in pochi mesi, proprio perché rinunciò all’idea “putchista” e settaria, e scelse la via unitaria e nazionale. Un milione di documenti, di studi, di lavori storici lo dimostrano senza ombra di dubbio. La svolta togliattana di Salerno – che Pansa conosce benissimo – è uno dei pilastri sui quali si è costruita la repubblica italiana.

Anche qui, tutto ampiamente opinabile. Il Pci di Togliatti fu come il suo segretario: un modello di doppiezza.

Poteva mancare nell’analisi di Sansonetti il cui prodest, l’individuazione della Grande Cospirazione Reazionaria?

Ora, io capisco che effettivamente oggi il pericolo del ritorno al fascismo non è più attualissimo. Il fascismo, nelle forme in cui l’abbiamo conosciuto, è morto. Ma questo non vuol dire che bisogna rivalutarlo. Anche se capisco benissimo perché si vuole rivalutarlo. Perché rivalutarlo serve a cancellare o mettere in ombra i valori profondi dell’antifascismo – che sono quelli scritti nella nostra Costituzione e che sono valori molto avanzati. Cioè serve a colpire le posizioni della sinistra, e a spostare il senso comune su idee e valori più moderati.

Il problema di analisi come quella di Sansonetti è la tetragona volontà di non rileggere in alcun modo le vicende della Resistenza, e dei frutti avvelenati che da essa derivarono (tra i quali figura a pieno titolo la nostra sana e robusta costituzione, o meglio l’interpretazione letteralista e creazionista che di essa la sinistra continua a fornire nei decenni), frutti che ancora oggi bloccano il sistema e la cultura politica del paese, anomalia che genera altre anomalie. E guai al “compagno che sbaglia”, il suo destino politico è segnato. Abbiamo ancora negli occhi le immagini e le parole di Marco Rizzo, che mesi addietro in televisione sibilava livido a Pansa: “Con i tuoi libri fai un servizio alla destra”.

Per la sinistra radicale la storia continua a pullulare di servi sciocchi ed utili idioti della Controrivoluzione. Chi devìa dall’ortodossia deve essere punito e/o ostracizzato. Come scrive Indro Montanelli nella sua splendida autobiografia, Soltanto un giornalista:

“I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, si impadronirono degli archivi della polizia segreta, del Ministero dell’Interno e del Minculpop. Cominciò così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gli intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta nemmeno quello. (…) quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l’accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto quello che dicevano o facevano. Il caso forse più clamoroso fu l’ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui “Candido” costituì, assieme al “Borghese”, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l’opera più significativa dell’immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva.”

E’ in questo brodo di coltura di intolleranza e prevaricazione, resistente all’usura del tempo, che alcuni personaggi dal passato fascista ed antisemita hanno trovato una seconda giovinezza, soprattutto in termini di marketing delle proprie opere, saldamente ancorate al mainstream dell’egemonia culturale della sinistra pseudo-resistenziale e delle sue teorizzazioni di odio sociale e classista.

Per una interessante lettura sulla “guerra civile fredda” italiana, consigliamo questo libro. E’ scritto da un uomo di sinistra, ovviamente.