Piccolo mondo antico

Alberto Asor RosaDella recente intervista di Mario Sechi ad Alberto Asor Rosa, storico intellettuale marxista, ci colpisce soprattutto il senso di straniamento che emana dalle sue parole. Acerrimo nemico del concetto di “partito democratico” e di tutto quanto possa anche solo indirettamente essere definito “riformista” (termine invero talmente levigato ed eroso dall’usura della vaniloquenza politologica italiana da essere ormai ridotto ad un gioco di ombre), Asor Rosa ha attraversato le tante inutili stagioni della sinistra italiana, entrando ed uscendo dalle porte girevoli del Bottegone prima e del Botteghino poi. Da sempre purista comunista, quindi visceralmente avverso all’imperialismo sovietico (al punto da uscire dal Pci nel 1956, all’ingresso a Budapest dei carri armati della Stella Rossa, mentre Napolitano e compagni inneggiavano alla repressione contro i “criminali” di Imre Nagy) il palindromo Asor Rosa, come lo canzonavano gli universitari contestatori di quel cupo 1977 italianò che incubò il terrorismo, ha un giudizio naturalmente liquidatorio verso il governo Prodi. Giudizio che è tuttavia frutto di una impressionante miopia ed incapacità a forzare la società italiana contemporanea nei suoi angusti schemi interpretativi, che sono rimasti ostinatamente ottocenteschi e tayloristi, oltre che rivestiti di una spessa patina di manicheismo quasi razzista, come si evince dal suo stupore per il mancato funzionamento dei suoi occhiali ideologici:

“Trovo inverosimile che dopo cinque anni di governo Berlusconi metà degli italiani continui a votarlo”.

In questo, Asor Rosa non è significativamente differente dallo stato maggiore unionista, per il quale metà degli italiani sono affetti da una qualche strana psicopatologia che produce anomia e amoralità. Ma Asor Rosa ha anche una strana concezione di ciò che può essere definito “popolare”:

“Credo che (nel caso dell’indulto, ndPh) abbia agito quel senso comune parlamentare per cui si cerca di acquisire consenso, facendo delle cose apparentemente popolari e che invece sono tutto il contrario.”

Difficile credere che la mitologica “opinione pubblica” possa considerare “popolare” il tema dell’indulto, e lo diciamo con rammarico, non certo da forcaioli. Ma Asor Rosa è ossessionato dal finalismo, dal “senso della storia”, dal teleologismo che da sempre rappresenta il collante delle ideologie che fanno della persona e della sua individualità un accidente della storia, da obliterare. Come ogni marxista che si rispetti, Asor Rosa è un costruttivista puro e duro:

“Mi è accaduto di ripensare al miracolo dell’euro, con sacrifici forse non minori di quelli di oggi, ma con obiettivi molto più evidenti e condivisibili. La gente non ha capito in vista di quali obiettivi bisognerebbe fare sacrifici. Un difetto forse di comunicazione, manca il senso di una prospettiva che vada al di là del puro conto economico. Sul piano tecnico ho molta stima di Padoa-Schioppa, ma mi pare che anche lui abbia fatto qualche errore comunicativo. È assente una chiara prospettiva di tipo politico-morale, che in politica se non è proprio tutto, conta molto”

Per Asor Rosa, l’orologio della storia si è fermato al ’68 o giù di lì. Per lui esiste ancora una indistinta ed indifferenziata “classe operaia”, da condurre in paradiso:

“La classe politica italiana e, ahimè, anche una parte della classe politico-sindacale, sembrano dimenticarsi periodicamente dell’esistenza di un soggetto politico-sociale della portata della classe operaia. Rispetto agli anni Sessanta è diminuita indubbiamente di peso, ma non fino al punto di scomparire dal mondo italiano”.

Questi quasi quarant’anni, con la rivoluzione delle nuove tecnologie e della comunicazione, con l’emersione di nuove figure professionali e la frantumazione e balcanizzazione dei gruppi sociali sono trascorsi invano: l’operaismo domina ancora il mondo mentale di Asor Rosa, e proietta ancora lunghe ombre sulla sua caverna ideologica, con la sua disarmante semplicità e semplificazione fatta di “padroni versus operai”. Asor Rosa (e con lui larga parte di quanti si definiscono ancora comunisti) percepisce i “fremiti di rivolta e contrapposizione” delle varie “sottosezioni” della base sociale ed elettorale del sinistra-centro, e non capisce che si tratta di spinte puramente e banalmente neocorporative, alle quali la sinistra continua ad attribuire valenza etica. No, per lui “la colpa è la cultura del ceto politico italiano che porta un dibattito anche unitario verso esiti frazionistici“. Anche qui, incomparabilmente elitario, come solo i costruttivisti di sinistra sanno e possono essere.

Personaggi come Asor Rosa attraversano da sempre, da sinistra, il palcoscenico italiano. Hanno una loro “nicchia di mercato”, sono dei best-seller rassicuranti per quanti non riescono a capire l’entropia del mondo che li circonda, e cercano disperatamente di ricondurre ad unità ciò che unitario e finalistico non è e non è mai stato. In questo, amano compiere riti sacrificali, immolando l’individuo sull’altare della Società, che tutto ordina ed irreggimenta, nell’inane tentativo di capire, spiegare, controllare ciò che accade. Asor Rosa è una innocua figura romantica, in fondo. I suoi discendenti ideologici, molto più spregiudicati, pragmatici ed efficaci nella conquista e nella gestione del potere, sono invece gli artefici del drammatico ritardo culturale italiano a comprendere il mondo globalizzato di oggi, e del declino che da tale ritardo deriva.

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