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L’inizio del nuovo anno, nella foresta pietrificata nota col nome di Italia, ci ha regalato antiche coazioni a ripetere: il leader del primo partito della coalizione di governo che si lamenta dello scarso riformismo della sua coalizione; un importante ministro, onusto di onorificenze per la sua expertise costituzionale, che lancia un ballon d’essai per manifestare l’insoddisfazione dei “moderati” della coalizione di governo verso lo strapotere della sinistra radicale, che si accinge a dare l’assalto finale al bilancio dello stato e a disancorare definitivamente il paese dall’Occidente. I tatticismi di un premier prestanome, privo di un partito e di una leadership, che ha indissolubilmente legato i propri destini alla frangia comunista e statalista della coalizione. Gli annunci di mirabolanti riforme, che tanto piacciono ai finger-watcher moralmente superiori per convincersi che “il paese sta cambiando”. Tutto un desolante dejà-vu, che origina dalla inadeguatezza del nostro impianto costituzionale  a produrre governi che governino senza implodere nelle proprie contraddizioni e disomogeneità o condannarsi a tirare andreottianamente a campare per non tirare le cuoia.

Nell’ultimo quarto di secolo, numerosi sono stati i tentativi di migliorare il “rendimento” del sistema istituzionale: dai primi tentativi craxiani di riformare i regolamenti parlamentari (chi tra voi ricorda la battaglia per il voto palese in aula contro i franchi tiratori?), alla Commissione Bozzi del 1983, al messaggio alle Camere di Francesco Cossiga del 26 giugno 1991, per indurre il parlamento ad eleggere un’Assemblea Costituente, e che contribuì alla reazione post-comunista con la richiesta di impeachment di Cossiga orchestrata dal Richelieu Rosso Luciano Violante; alla commissione bicamerale De Mita-Iotti del 1992; alla bicamerale targata D’Alema-Berlusconi del 1997, che ebbe come relatore il diessino di sinistra Cesare Salvi, i cui lavori si incentrarono sulla creazione di una figura di premier forte, eletto dal popolo ed in grado di sciogliere le Camere, nella riproposizione di una delle tesi del programma elettorale dell’Ulivo del 1996, scritta da Giuliano Amato, e che prevedeva “l’adozione d’una forma di governo centrata sulla figura del primo ministro”. Fino alla bocciatura della riforma costituzionale del centrodestra, con il referendum confermativo dello scorso 25 giugno. Tutto inutile. La Costituzione quarantottarda ed i suoi pretoriani feticisti alla Scalfaro sono ancora lì, immersi in formalina come ormai il resto del paese.

Il tema delle riforme è vecchio quanto la Costituzione: una reliquia cattocomunista, un libro dei sogni che ha prodotto, in feconda sinergia con la produzione legislativa ordinaria, un debito pubblico che supera la ricchezza prodotta dal paese in un anno, strutture pubbliche sgovernate dalla protervia sindacale che ci ricordano quanto il Terzo Mondo sia vicino, ed un paese che vive ostinatamente nel passato. La frammentazione sociale caratteristica delle società post-industriali è stata nel nostro paese declinata in chiave corporativistica, con la cooptazione dei nuovi gruppi d’interesse per mezzo di una spesa pubblica incontenibile ed incomprimibile. Ora, appare ai più evidente che questa modalità di consensus building è la corda con cui il paese è destinato ad impiccarsi. Ai più ma non a quanti, come Fassino ed il suo partito, da lustri continuano a bloccare la modernizzazione del paese facendo coalizione con i rifiuti della storia, ed a sacrificare i veri riformisti sull’altare della propria sete di potere.

Come uscirne? Con un grande trauma economico che certifichi che l’Italia è un paese in via di sottosviluppo, inducendo le sue forze più responsabili ad agire per recuperare la situazione, ammesso che ciò sia possibile. E questo perché, come constatato da Angelo Panebianco in un suo recente editoriale, “Venti e passa anni di sforzi falliti hanno inequivocabilmente dimostrato che la forma di governo non è riformabile per via parlamentare”.

Oppure con una rivolta degli elettori, magari da attuare attraverso il logoro strumento referendario, che ripristini le condizioni per un autentico bipolarismo e spazzi via i tatticismi e le astuzie di una classe politica levantina ed irresponsabile. Ma è lecito essere pessimisti su quest’ultimo esito, viste le esperienze del passato, con i referendum abrogativi della quota proporzionale della legge elettorale (18 aprile 1999 e 21 maggio 2000) dichiarati nulli per mancato raggiungimento del quorum, anche grazie ai ricorrenti inviti ad andare al mare proferiti anche dal “bipolarista carsico” Silvio Berlusconi, passato nel corso degli anni dalla “religione del maggioritario” a repentini innamoramenti per il proporzionale, che sono certamente funzionali a far esplodere le contraddizioni di un cartello elettorale il cui unico collante è l’odio per il Cavaliere, ma che non fanno che perpetuare in modo miope i circoli viziosi della decomposizione italiana.

Attendiamo e speriamo, tornando per l’ennesima volta alla casella del via.