E’ l’economia, stupidi!

di Antonio Mele*

I danni di breve e di lungo periodo dell’intervento di Bersani sulle ricariche telefoniche stanno cominciando a farsi sentire, come ampiamente previsto qualche tempo fa su questo sito.

Wind ha deciso unilateralmente di modificare le tariffe ai suoi utenti, ovviamente al rialzo. Gli utenti protestano, ma è tutto a norma: i consumatori hanno 30 giorni per decidere se cambiare operatore o accettare la nuova tariffazione. Chiaro, il fatto che la portabilità nel nostro Paese sia un po’ lenta a funzionare, potrebbe far tendere il consumatore medio ad accettare la modifica del piano tariffario senza troppe storie. D’altronde, non possiamo mica pretendere che il ministro Bersani preveda almeno quegli effetti del suo decreto che sono ovvi dal punto di vista della teoria economica, no?

Invece Vodafone attiva e disattiva servizi a pagamento ai suoi utenti, al limite della legalità (ma attenzione: non per il servizio in sé, ma per non aver comunicato nulla all’utente riguardo all’attivazione dello stesso). Che birbanti, vero?

Nel frattempo, le associazioni dei consumatori, nel loro fervore marxisteggiante contro le imprese della telefonia mobile, annunciano battaglia. Qua davvero siamo al limite della stupidità: il governo decide di cancellare per decreto il 12% del fatturato delle società di telefonia mobile, a parità di struttura di mercato, e le associazioni di consumatori si aspettano che le tariffe non cambino di una virgola? Roba da Unione Sovietica.

Proprio ieri Piercamillo Falasca ci raccontava della genesi del costo di ricarica: le compagnie telefoniche lo introdussero come riflesso alla tassa di concessione governativa sui contratti di telefonia mobile. In altre parole, il costo di ricarica è la risposta razionale delle imprese ad una gabella governativa che ha distorto il prezzo sul mercato dei contratti. Per eliminare il problema, il governo non ha ritenuto di dover eliminare la distorsione iniziale, come sarebbe ovvio, né di allargare il mercato ad altre imprese, come sarebbe economicamente raccomandabile. Non ha creato gli incentivi affinché la parte fissa della tariffa si riducesse o scomparisse, ma ha solo imposto l’obbligo di tariffa lineare (cioe senza parte fissa). E lo ha fatto con un decreto, per giunta.

Infine notiamo il danno di lungo periodo: l’aver usato la parola liberalizzazione per l’intervento sulle ricariche. Infatti non di liberalizzazione si tratta, ma di regolamentazione: viene imposto il divieto di introdurre costi aggiuntivi rispetto al traffico effettivo della ricarica.

L’effetto finale è che il consumatore adora il governo “benevolente” che elimina il costo di ricarica con una manovra di dirigismo che non si vedeva dai tempi delle tariffe telefoniche SIP e con un ragionamento economico da medioevo, mentre odia le compagnie telefoniche che cercano di recuperare i mancati guadagni in qualche modo. In questo modo il governo accresce il consenso del pubblico verso manovre dirigiste e dannose per l’attività economica ma che demagogicamente vengono propinate come una riduzione di spesa per il consumatore finale (cosa palesemente falsa), mentre crea un precedente per urlare all’untore contro le imprese che si comportano come agenti razionali cercando di rimediare ai danni che il provvedimento ha provocato loro. Come se già non fosse sufficiente la cultura anticapitalista tanto diffusa nel nostro paese e tanto cara a certa sinistra.

Beh, ministro Bersani, davvero non vediamo nulla di cui essere fieri.

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* Antonio Mele è Ph.D. student in Economics alla Universitat Pompeu Fabra di Barcellona, tra i fondatori di Epistemes.org

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