Sindrome italiana

Da qualche giorno succedono cose piuttosto strane, diremmo italiane, nella Norvegia Felix. Almeno ipotizzando che la versione inglese del quotidiano online Aftenposten pubblichi resoconti veritieri. Dapprima abbiamo appreso di una quarantacinquenne, di padre olandese e madre norvegese, nata in un ospedale norvegese, alla quale le autorità del regno scandinavo rifiutano il rinnovo del passaporto. Secondo la legge norvegese, i bambini nati dopo il primo luglio 1979 da madre norvegese ricevono automaticamente la cittadinanza alla nascita, mentre i nati tra il 30 giugno 1961 e il primo luglio 1979 devono richiedere esplicitamente la cittadinanza norvegese (pagando 2500 corone, pari a circa 300 euro, e attendendo mediamente un anno), se non già ricevuta in precedenza, notificando di avere una madre norvegese. Questa è esattamente la condizione della malcapitata protagonista di questa vicenda, che ad oggi è impossibilitata a recarsi in Olanda, dove suo padre sta morendo di cancro.

La seconda notizia di stampo italiano è di ieri: il 99,2 per cento di tutti i furti e rapine restano impuniti. I funzionari locali attribuiscono l’espansione della microcriminalità alla crescente presenza di mendicanti e prostituzione alimentati da stranieri, soprattutto dell’Est Europa. Il tutto accade in un paese (di inconfutabile tradizione socialdemocratica) che nel 2005 ha rimosso il divieto di mendicità, fino ad allora vigente. La percentuale “italiana” di impunità per furti e rapine indica la sostanziale impreparazione delle autorità a gestire un fenomeno nuovo per il modello culturale del paese. Sarà interessante seguire la vicenda, anche per verificare quali misure preventive e repressive verranno adottate. La sinistra italiana prenda nota, può sempre tornare utile.

La terza notizia è di ieri, ed è un tripudio di political correctness, di quella che tanto piacerebbe ai progressisti nostrani. “Tutti i compratori sono creati uguali“, celia Aftenposten. Ricordate i cartelli “Non si affitta a meridionali” nell’Italia del boom economico e delle grandi migrazioni interne? Mutatis mutandis, pare che alcuni norvegesi rifiutino di vendere casa al miglior offerente, per motivazioni relative all’orientamento sessuale o alla caratterizzazione etnica di quest’ultimo. Il fenomeno, che negli ultimi due anni ha prodotto “ben” 18 esposti all’Ombudsman per l’Eguaglianza e la Discriminazione, è tuttavia considerato non rilevante, perché si è finora ritenuto esclusivo diritto del venditore accettare o rifiutare per qualsivoglia motivazione le offerte ricevute per la propria casa. E ci mancherebbe.

Evidentemente, da un punto di vista economico la funzione di utilità di questi venditori non è rappresentabile in termini esclusivamente monetari. Malgrado ciò, l’associazione nazionale degli agenti immobiliari ha stabilito che tutti i propri aderenti consiglino al venditore di accettare il prezzo più alto, indipendentemente da etnia ed orientamento sessuale dell’aspirante compratore, in attesa di rendere obbligatorio questo “consiglio”, con una bella legge. E se la vendita non riesce per motivi di discriminazione (ma come accertarla realmente?), il codice etico dell’associazione prevede che l’agente immobiliare rinunci al mandato.

Dunque, riepilogando: per questa associazione di agenti immobiliari l’utilità del venditore è misurabile esclusivamente in termini monetari; quindi, per massimizzarla, occorre accettare il prezzo più alto. Ma se il venditore, per motivi culturali (giusti o sbagliati che siano, non è questo il punto) ritiene che vendere ad un gay o ad un polacco provochi perdita di utilità superiore alla differenza tra la migliore offerta monetaria con stigma sessuale o etnico e la migliore offerta monetaria senza stigma, ecco che tale vendita finisce col produrre una perdita di benessere per il venditore, perdita che finirebbe coll’essere imposta dall’esterno. Una vera e propria “imposta etica”, in sostanza. Certo possiamo ipotizzare (e fors’anche auspicare) che, con opportuni interventi culturali, questa categoria di venditori discriminanti si estingua, ma di solito occorre tempo. Come per ogni fenomeno economico, anche in questo caso occorre distinguere tra breve e lungo termine.

La Norvegia non è l’Italia, ma queste tre notizie mostrano che è esposta ad un certo rischio di italianizzazione. Preghiamo per i norvegesi.

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