Il ritorno del neocon prodigo

L’ultima fatica di Robert Kagan, The Return of History and the End of Dreams, è valso al suo autore l’aggettivo/epiteto di realista. Il Ventunesimo secolo, per Kagan, sarà molto simile al Diciannovesimo, con il ritorno del confronto tra Grandi Potenze, che Kagan suddivide in Democrazie (liberali ed Occidentali) ed Autocrazie (asiatiche). Per questo motivo l’analista neoconservatore, che oggi si compiace per l’ascesa al potere dei “filoamericani” europei Merkel e Sarkozy, ritiene ormai dissolto quel clima da “fine della storia” che tanto aveva illuso gli idealisti negli anni Novanta. Clima che non è mai esistito, se non come wishful thinking di alcuni neocon, sempre desiderosi di mostrare i muscoli a stelle e strisce al pianeta, anche a costo di segare il ramo d’albero su cui gli Stati Uniti sono seduti.

Oggi Kagan rielabora quella dottrina, non prima di aver pagato un doveroso tributo a Henry Kissinger, che aveva previsto l’illusorietà della fine della storia immaginata negli anni Novanta e che la competizione tra stati sarebbe riemersa in quanto connaturata alla natura umana. Ma Kagan tenta anche di recuperare in extremis la dottrina idealista, con la già citata bipartizione tra democrazie ed autocrazie. Ecco perché la democrazie devono consorziarsi, perché “essere veri realisti vuol dire capire che la politica estera delle nazioni è pesantemente influenzata dalla natura dei governi”. Affermazione piuttosto spericolata, come nota Nikolas Gvosdev su The National Interest. Che vede Kagan come un narratore manicheo incapace di cogliere le innumerevoli sfumature di grigio delle relazioni internazionali.

Gvosdev cita l’esempio del presidente francese. Un anno dopo, Sarkozy dimostra che la sua azione, grattando sotto la superficie della retorica atlantista, resta largamente determinata dall’interesse nazionale francese, nello specifico riguardo i rapporti con la Russia ed alcune autocrazie africane. O ancora viene citato il caso dei rapporti bilaterali tra Usa ed India. Quest’ultima è una democrazia, pur se problematica. Ma si muove a trecentosessanta gradi per tutelare i propri interessi strategici. I suoi governanti ricevono Ahmadinejad, trattano con le autocrazie in giro per il mondo quanto e più di Pechino. L’india svolge esercitazioni navali congiunte con gli Stati Uniti usando equipaggiamenti acquistati dalla Russia; si oppone all’indipendenza del Kosovo con motivazioni relative all’esigenza di tutelare l’integrità territoriale e la sovranità statale. Addirittura, l’India ha migliorato i rapporti col Pakistan dopo il colpo di stato di Musharraf: non esattamente un modello di democrazia.

E quindi, Kagan? L’India è una rogue democracy? Oppure ha propri interessi vitali da tutelare? Certamente avere idealità comuni tra paesi può aiutare dialogo ed intesa, anche in senso operativo. Ma non è il fattore determinante nel catalizzare l’azione comune. Il fattore strategico critico sono e restano gli interessi nazionali. Questa è la vera variabile di cui tenere conto, da sempre, nelle relazioni internazionali. Questa è la vera essenza del paradigma realista. Che in nessun caso fa rima con appeasement, malgrado tale equivoco venga da sempre reiterato da neocon e affini. Gli Stati Uniti hanno progressivamente eroso la loro posizione strategica globale, il paradigma del bandwagoning con l’egemone planetario si è indebolito, per usare un eufemismo. Come segnala l’articolo di National Interest,

“La posizione globale dell’America è sostenuta non solo dai suoi alleati, ma anche attraverso paesi che oggi non sono inequivocabilmente amici o nemici (come la Cina), grazie ai benefici che essi ottengono. Kagan ha ragione, la maggior parte degli stati non vogliono sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di leadership. Ma essi sono oggi più disposti a vincolare gli Stati Uniti o alzare il costo dell’azione americana se sentono che Washington sta agendo come egemone disfunzionale o sta sfidando direttamente i loro interessi”.

Il balancing, appunto.

Il tema della “comunità delle democrazie” è certamente suggestivo, ma troppo manicheo per aver un futuro che riesca a spingersi oltre la produzione di libri, convegni e qualche entusiastico articolo del solito Rocca.