Fame di mercato

Su AsiaNews un interessante e condivisibile articolo sulla tendenza, ormai assurta a riflesso condizionato, ad attribuire la colpa della mancata autosufficienza alimentare di alcune aree del pianeta alla “dottrina del mercato” elaborata dal ricco Occidente. Abituale vessillifero di questa critica è l’avvocato svizzero Jean Ziegler, che nel corso degli anni è riuscito a ritagliarsi una comoda nicchia di mercato quale censore del medesimo e delle sue imperfezioni. Oggi Ziegler, esperto per il Consiglio dei diritti umani ed ex relatore per il diritto all’alimentazione, reitera il suo mantra:

(…) l’errore fondamentale sarebbe da ricercare nelle disposizioni del Fondo monetario internazionale che ha costretto a sacrificare l’agricoltura di sussistenza alla produzione per il mercato.

Una specie di “piccolo mondo antico”, insomma. Una visione bucolica e agreste di un metodo di produzione autarchico che poco o nulla ha fatto per combattere la fame nel mondo, con la sua fragilità e precarietà strutturale.

Ed anche, e va a merito dell’autrice del pezzo di AsiaNews averlo ricordato, con la sua funzionalità al mantenimento di strutture sociali autoritarie:

Tutti sanno che le economie di sussistenza, oltre a determinare sistemi sociali autoritari, gerontocratici e patriarcali, sono per definizione economie fragili e spesso critiche, in ragione della loro bassissima capacità produttiva. Anche in condizioni ottimali, inoltre, assicurano appunto la sussistenza, certo non il soddisfacimento generale di bisogni ormai considerati diritti universali: dall’acqua potabile alla luce elettrica alla medicina moderna. La povertà è stata sconfitta là dove le economie di sussistenza sono state abbandonate e sostituite con economie produttive, la più efficace delle quali risulta essere in effetti quella capitalistica e di mercato.

Siamo ancora fermi alla critica al Fondo Monetario Internazionale, di fatto, mentre il mondo è rapidamente evoluto. Le Ong terzomondiste (pardon, altermondialiste) proseguono tetragone con le loro richieste di fondi di sussistenza, che sono ovviamente ben liete di intermediare, mentre levano il dito moralizzatore contro il dio-mercato. Una visione logora e consunta, non è chiaro se prevalente frutto di incapacità a leggere il mondo e i rapporti di produzione, o più banalmente di un’ideologia che fa di buoni sentimenti e sensi di colpa a buon mercato un potente ansiolitico ed una rendita di posizione nel gioco del potere occidentale, e che ormai riesce a scaldare solo i cuori e le menti degli speechwriter del nostro presidente della repubblica.

Dalla mancanza/insufficienza del mercato e non dal suo improbabile eccesso derivano gli enormi squilibri che il pianeta sta vivendo. Nell’ambito alimentare basta pensare ai sussidi agricoli ed alle tariffe doganali che impediscono lo sviluppo di produzione ed export in Africa; ai sussidi al biofuel; e più in generale a tutte le pratiche distorsive dell’interazione tra domanda ed offerta. Ma l’articolo di AsiaNews va oltre, e sottolinea la corresponsabilità dell’Onu nel disastro alimentare, per non aver affrontato il ruolo che la corruzione pervasiva e capillare nei paesi poveri esercita sul mantenimento di uno status quo fatto di fame e carestie:

Sembra evidente, poi, che fin quando le conferenze ONU continueranno a puntare il dito soltanto contro i Paesi ricchi omettendo di chiedere conto ai leader di quelli in via di sviluppo del loro modo di governare, grandi successi nella lotta alla povertà non potranno essere ottenuti. Ai limiti imposti delle economie di sussistenza si aggiunge, nel Sud del mondo, il danno immenso causato dalla pessima amministrazione delle risorse esistenti. In tanti Stati, soprattutto in Africa e Asia, corruzione e malgoverno trasformano le ricchezze nazionali, a volte ingentissime, in beni personali delle leadership al potere che ne dispongono a loro arbitrio, usandole per consolidare il proprio status e dedicarsi a sprechi e consumi sfrenati. Se è impossibile calcolare l’ammontare dei beni sottratti alla collettività da regimi come quelli di Myanmar e Corea del Nord, recenti aperture democratiche lo hanno permesso ad esempio in Nigeria: un caso particolarmente significativo trattandosi di uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo. Lo scorso anno la Commissione per i crimini economici nigeriana ha rivelato che dal 1960, anno dell’indipendenza, la corruzione ha sottratto ai fondi pubblici circa 350 miliardi di dollari ed è stata perciò il principale ostacolo allo sviluppo. Non da meno è l’Angola: secondo la Banca Mondiale, tra il 1997 e il 2002 più di un quarto dei 18 miliardi di dollari ricavati dall’industria petrolifera è svanito nel nulla. Nel solo 2001 sono spariti 900 milioni di dollari, pari al triplo del valore degli aiuti umanitari ricevuti in quell’anno.

Non casualmente, la burocrazia statale in questi paesi non agisce da facilitatore dell’introduzione di meccanismi di mercato, bensì da entità parassitaria che ne impedisce il decollo. Fin quando non si affermerà, a livello di organismi sovranazionali, l’idea che il mercato rappresenta uno strumento efficace ed efficiente di accumulazione ed allocazione delle risorse, il tema della fame nel mondo resterà confinato a ritualismi vuoti come i periodici vertici Fao. Come suggeriva Milton Friedman, occorre preliminarmente fissare le regole del gioco, ad esempio tutelando i diritti di proprietà, e lo sviluppo civile che conseguirà a quello economico potrà favorire anche l’affermazione di strutture di potere policentriche, cioè per definizione democratiche. Storia ed attualità dimostrano ad abundantiam che il tentativo di invertire questa causalità conduce solo a fallimenti.

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