L’educazione fiscale di Obama

Ironie del Wall Street Journal sull’ennesimo fine-tuning di politica fiscale di Barack Obama. Che durante le primarie aveva ipotizzato di eliminare immediatamente i tagli d’imposta di Bush, alzare la soglia di reddito sulla quale vengono applicati i contributi sociali, aumentare l’aliquota marginale dell’imposta sui redditi al 39,8 per cento e la cedolare secca sui dividendi dal 15 al 25 per cento. La linea ufficiale della campagna di Obama era quella, molto bill-clintoniana, che sostiene che le tasse non incidono realmente sul livello di attività economica.

Archiviata la pratica Hillary, Obama ha ammorbidito la propria posizione, ritoccando la cedolare secca sui dividendi dal 25 al 20 per cento, affermando che sarebbe comunque stata “inferiore di un terzo a quella fissata dal presidente Reagan nel 1986.” Oggi, con una economia in crescente affanno e di fatto entrata in recessione, Obama dismette la teoria del fisco come variabile indipendente dalla (e della) crescita e dichiara che, da presidente, potrebbe differire i previsti aumenti d’imposta se l’economia si trovasse ancora in condizioni di debolezza a inizio 2009, pur confermando i tagli d’imposta a favore delle classi medie. Questa posizione indebolisce la credibilità di Obama, che rischia di essere visto come il gabelliere dottrinario di fronte ad un competitor che porta avanti un “coerente” discorso di detassazione, anche se col più che concreto rischio di provocare nuove voragini nel bilancio federale. Di fatto, l’evoluzione della fiscal policy obamiana appare quindi sempre meno democratica mainstream, e spesso più vicina alla tradizionale agenda fiscale repubblicana, come osservato anche da personaggi al di sopra di ogni sospetto di simpatie obamiane. Che ciò sia frutto di una evoluzione “centrista” o di una resa alla recessione, lo giudicherà l’elettorato tra qualche settimana.

Ma il reality check col quale i due candidati e le loro promesse dovranno misurarsi è dato dalla condizione sempre peggiore dei conti pubblici. Mentre a Washington e dintorni si discute di un secondo pacchetto di stimolo fiscale, il Congressional Budget Office prevede un deficit di bilancio di 407 miliardi di dollari al termine del corrente anno fiscale, il 30 settembre, oltre il doppio di quello del 2007. Deficit che è atteso restare intorno a 400 miliardi di dollari nel 2009 e 2010. In percentuale del pil si tratta ancora di un livello “Maastricht-compatibile” (circa il 3 per cento), ma rappresenta una stima parziale ed ottimistica, ove si consideri che il dato è riferito allo Unified Budget Deficit, mentre il General Fund Deficit (che è responsabilità del presidente) toccherà quest’anno i 600 miliardi di dollari.

Su queste proiezioni pesa tuttavia la mancata inclusione dei costi del salvataggio di Freddie Mac e Fannie Mae, ad oggi non quantificabile, e di quelli necessari a neutralizzare, ogni anno, la Alternative Minimum Tax, destinata altrimenti a colpire decine di milioni di contribuenti della middle class. In un paese come gli Stati Uniti, dove il deficit federale è visto come l’opera del demonio per uccidere la libertà, è ben più che un campanello d’allarme. Soprattutto considerando che stime attendibili prevedono che le misure di politica economica di Obama aggiungeranno in dieci anni 3500 miliardi di dollari allo stock di debito federale (oggi pari a 10.000 miliardi), e quelle di McCain addirittura altri 5000 miliardi.

Anche per queste considerazioni a gennaio 2009 il presidente degli Stati Uniti, di chiunque si tratti, rischia con alta probabilità un rude awakening.

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