Cortesie per gli ospiti

Non varrebbe la pena mettersi a scrivere un post sull’ultima esternazione del premier. Chi legge questo sito sa che non abbiamo particolare propensione a commentare l’effimero e l’irrilevante. Perché di questo pensiamo si tratti. Il punto non sono le estemporanee estroversioni di Silvio Berlusconi: l’uomo è fatto così, questi comportamenti sono parte della sua cifra comunicativa. In Italia piace anche per questo, sebbene non a tutti. Noi non pensiamo neppure lontanamente che il premier sia razzista, e ci pare piuttosto stucchevole ed irritante dovere ogni volta leggere le sdegnate reprimende moralistiche della sinistra politicamente corretta. Ma altre riflessioni ci vengono alla mente.

Ad esempio, che Barack Obama è ormai un global brand, come Apple, Microsoft o McDonald’s. Sarà importante che gli italiani si rendano conto di questa sua peculiarità, e distinguano il grano dal loglio, evitando di adorarlo o detestarlo unicamente per il suo design ed il suo logo. Occorrerebbe andare in profondità, e cercare di comprendere come quest’uomo guiderà quella che, pur ammaccata, resta la nazione più potente del pianeta. E’ uno sforzo che cercheremo di fare. Siamo consapevoli che non tutti hanno tempo e risorse per leggere la stampa estera ed i blog economici o di geopolitica, e tentare di farsi un’idea che riesca a disintermediare gli stereotipi elogiastici o distruttivi che l’informazione italiana quotidianamente distilla su tutto e tutti.

Il problema non è solo Obama: avete mai visto i servizi dei telegiornali italiani sull’estero? Prevalenza assoluta di colore, non di informazione. Qualcosa di simile, forse appena meno, accade sulla carta stampata. Non c’è quasi analisi, solo folklore e stereotipi. Inutile chiedersi di chi è la responsabilità per questa “informazione” così scadente: i giornali italiani fanno ridere (o suscitano altri tipi di reazioni fisiologiche) perché gli italiani sono poco avvezzi alla lettura o la causalità è invertita? Volendo fornire un’interpretazione di lungo periodo azzarderemmo la prima ipotesi, inserita in un contesto culturale deprivato: ascoltare gli slogan e le interviste a molti studenti sulla protesta anti-Gelmini dava una desolante sensazione di semplicismo e faciloneria. Quella stessa che si ricava leggendo ogni giorno pensosi editoriali costruiti quasi esclusivamente sul principio del cui prodest e su quello, familista e cripto-mafioso, de “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Perché questo è il punto: avere un premier che va in giro per il mondo a fare il cazzaro sarebbe anche veniale. Lo è assai meno leggere ogni giorno articolesse che, anziché criticarlo per aver detto un’idiozia “per sé”, cioè semplicemente in quanto tale, lo difendono perché per quella idiozia è stato criticato dal capo dell’opposizione. Ed è altrettanto sconfortante leggere dotte analisi sulla importanza del nostro paese, e sul nostro essere decisivi a risolvere le gravi empasse dello scacchiere internazionale. Pura realtà virtuale, s’intende: il nostro attuale ministro dell’Economia viene regolarmente rimbalzato ogni volta che nei consessi europei ed internazionali tenta di proporre qualcuna delle sue ormai celebri “terapie”. Su parte non marginale della stampa italiana, invece, appaiono esaltati pezzi su quanto è stata storica e risolutiva la sortita del nostro geniale compatriota. E’ il “modello-Corriere”, che da sempre applica il precetto dell’Avvocato Agnelli (uno che di sussidi se ne intendeva): per noi non è possibile non essere filogovernativi. Non a caso la stessa identica dinamica si rileva quando al governo vi è l’attuale opposizione. L’unica differenza è che, se col centrodestra abbiamo battute da trivio e corna nelle photo opportunities, col centrosinistra abbiamo la “serietà” al governo, ma sempre con lo slogan della nostra importanza come problem solver e potenza regionale assennata e fattiva. Fondali di cartapesta che occultano maldestramente la realtà dell’irrilevanza del nostro paese nello scenario internazionale. Non potrebbe essere altrimenti: con la fine della Guerra Fredda abbiamo perduto la nostra importanza geostrategica e la nostra vitale rendita di posizione; il nostro ormai conclamato declino economico ed il prevalente provincialismo della stragrande maggioranza della nostra classe politica hanno fatto il resto.

Obama viene in Europa da candidato-rockstar e non passa dall’Italia? E perché avrebbe dovuto farlo? Ma noi siamo profondamente orgogliosi che abbia urlato al microfono di un nostro telegiornale “I love Italy, I will come!” mentre sudato rientrava di corsa in albergo dopo il jogging quotidiano. E non è colpa sua, evidentemente: l’Italia resta il paese dei luoghi comuni, in fondo proprio quello del “plis, visit Itali, biutiful cauntrisaid” di rutelliana memoria.

Ma non temete, per il nostro paese i leader stranieri troveranno sempre qualche “carineria”. In fondo siamo come un souvenir sulla bancarella di un mercatino delle pulci.