Due minuti di odio

Interessante (dal punto di vista sociologico) sfogo di Galatea, indignata perché i lettori di OKNOtizie sarebbbero, in schiacciante maggioranza, inclini a ululare senza se e senza ma contro i dipendenti pubblici, considerati per definizione dei parassiti della collettività. Da tempo ci chiediamo il motivo del successo di un governo che ha finora fatto assai poco per rilanciare la crescita, ma molto sul piano dei messaggi ideologici e simbolici.  Stimolare il biasimo e la recriminazione collettiva verso alcune tipologie di untori (siano essi immigrati più o meno regolari,  pubblici dipendenti, microcriminalità o altre tipologie di “nemici”), appare una tecnica non originalissima ma ancora utilmente impiegabile per dirottare l’attenzione dai problemi veri.

E’ una tecnica che ha massima efficacia in contesti culturalmente deprivati (o meno dotati, per non essere troppo elitisti, che non è bello), e durante crisi economiche severe: la condizione prevalente dell’Italia di oggi, un paese smarrito e bisognoso di rassicurazioni, anche a costo di spingerlo in una bolla onirica. Il tutto sapientemente orchestrato da una grancassa mediatica che, per colpa o per dolo, appare incapace di focalizzarsi sul problema dei problemi del paese, quello di una crescita economica da ormai almeno un decennio strutturalmente inferiore a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo, e che finisce col comprimere i diritti per insufficienza di risorse fiscali. Non fraintendeteci: le varie iniziative di Brunetta non ci dispiacciono, purché propedeutiche al ridisegno complessivo della pubblica amministrazione in direzione realmente più produttiva e meritocratica, e non per tenere rinchiuse in ufficio persone nullafacenti per manifesta mancanza di mansioni. Se invece, per ottenere un facile consenso, si sceglie la scorciatoia very pop di esporre al pubblico ludibrio anche persone che fanno il proprio dovere, che magari sono arrivate al posto che ricoprono senza particolari spinte ma addirittura (per eccezione che conferma la regola) vincendo regolare concorso, si finisce con l’avvelenare ulteriormente i pozzi della convivenza civile.

Chi scrive, ogni volta che entra in un ufficio pubblico parte dal presupposto di trovarsi di fronte un lavoratore, e non un nemico da abbattere. Al limite i nemici da abbattere sono altri, ma questa è considerazione che esula dal contesto di queste elucubrazioni. Le valutazioni basate su generalizzazioni ed etichettamenti sono alla base dell’erosione del senso di appartenenza alla comunità, oltre che della “fascistizzazione” della società.

Sappiamo che occorre ridefinire il concetto di “diritti”, anche per smantellare l’odioso steccato tra garantiti e precari, con i secondi che svolgono le stesse attività dei primi e sono pagati di meno, sovvertendo la logica economica che è alla base del concetto stesso di rischio-rendimento. Non siamo dei patiti del concetto di “diritti acquisiti”, che troppo spesso rappresenta il paravento corporativo di alcune categorie politicamente “protette”, e pensiamo che un governo realmente riformista dovrebbe agire proprio sulle regole di inclusione, attraverso ad esempio la modifica delle garanzie contrattuali, allentandone alcune per rafforzarne altre. Ma non possiamo non constatare che, ad oggi, il governo non ha attuato alcuna di queste riforme di struttura, preferendo nascondersi, con l’alibi della crisi, dietro proclami paternalistici che perpetuano lo status quo, ed aizzando il biasimo collettivo verso alcune tipologie di lavoratori.

Troppo facile, ed assai poco intellettualmente onesto, persino per un paese come il nostro, così mirabilmente descritto nelle pellicole di Alberto Sordi.