Visti da lontano

Il nuovo psicodramma della politica italiana riesce a rianimare brevemente il tracciato piatto dell’interesse degli osservatori esteri per il nostro paese. Ad esempio, il buon Ambrose “Memento Mori” Evans-Pritchard, uno rispetto al quale Nouriel Roubini e Phastidio sono degli inguaribili ottimisti, mette assieme le fibrillazioni politiche, lo stato della nostra finanza pubblica, la congiuntura globale e i problemi della Fiat.

Riguardo questi ultimi, Evans-Pritchard inizia con gli alti lai dei concessionari d’auto (peraltro piuttosto fuori luogo, ma è un altro discorso), per giungere a Sergio Marchionne ed osservare che l’Italia sarebbe l’unico paese dove il gruppo Fiat non è riuscito a produrre utili negli ultimi diciotto mesi. Sarebbe interessante indagare questa affermazione, o meglio i motivi alla base della ridotta profittabilità del mercato italiano.

E’ effettivamente un problema di costi, causato magari dalla ridotta saturazione degli impianti e da reiterati fermi dei medesimi, che alzano il punto di pareggio? Oppure è un problema di domanda e dell’andamento inesorabilmente declinante di consumi e reddito pro-capite, che tengono il parco auto inchiodato in prevalenza sui segmenti di vetture a minor margine di contribuzione? Lo scopriremo nei prossimi mesi, non prima di aver ricordato che la quota di mercato Fiat sta soffrendo in tutta Europa, e non da oggi, il che conferma che a Torino esiste un problema strategico, oltre che di conflittualità sindacale e di sistema-paese, come si è detto.

Riguardo la gestione della crisi da parte italiana, Evans-Pritchard assume una posizione bipolare. Da un lato elogia “La mano ferma” di Giulio Tremonti, ma solo poche righe più in là semina dubbi tra i lettori, scrivendo:

«Il deficit di bilancio rispetto al Pil sarà quest’anno pari al 5 per cento, molto inferiore a quelli di Francia, Spagna, Gran Bretagna o Stati Uniti. Come esattamente Roma abbia raggiunto ciò malgrado l’economia si sia contratta del 5 per cento durante la recessione – più di questi quattro paesi – resta uno dei misteri di questa crisi»

Che detto così sembra suggerire una qualche forma di contabilità creativa, a voler essere maliziosi. A parte queste amenità, Evans-Pritchard coglie il punto, l’unico, della questione. Dato lo stock di debito italiano, nel momento in cui il costo del debito dovesse risalire (per rischio emittente percepito dai mercati o per genuina ripresa economica), l’Italia dovrà crescere ben più di quanto fatto negli ultimi tre lustri o saranno dolori, e piuttosto lancinanti.

Una considerazione sulla situazione politica, e sul “rischio-speculazione” a cui il nostro paese sarebbe esposto in caso di crisi di governo. I recenti fatti hanno dimostrato che un paese di Eurolandia che avesse gravi e pressanti problemi di finanza pubblica e si dimostrasse incapace di gestirli finirebbe commissariato dall’Ue, come sta accadendo alla Grecia, che conserva tuttavia il simulacro di un governo espressione di una maggioranza elettorale, salvando in tal modo la forma.

Compito dell’esecutivo resta quello di realizzare riforme di struttura che alzino la crescita potenziale, riformando il mercato del lavoro, liberalizzando le professioni e ridimensionando il ruolo di broker parassitario che la politica continua a svolgere, facendosi scudo del “pubblico”. Esattamente ciò in cui il governo Berlusconi si è finora distinto, per inazione o più propriamente per restaurazione. Non c’è una metrica economica in cui il governo possa rivendicare un’azione riformatrice decisiva per strappare l’Italia al suo triste destino fatto di declino. Nessuna scelta impopolare o dolorosa, nessuna azione per porre il paese di fronte alla realtà. Solo sondaggi, ricerca di consenso spicciolo, propaganda e maneggi. Che avrebbero fatto altri? Non ci interessa, la vita non è fatta di ipotesi ma di azioni, nel presente. E la comparazione tra ipotetici mali alternativi non è (ancora) parte del nostro masochismo.

Presto questo paese dovrà fare delle scelte dirimenti. Il tempo delle chiacchiere sta inesorabilmente scadendo, e questo vale per l’intera classe politica italiana, che pare non aver ancora afferrato la realtà, chiusa com’è in un autismo oligarchico per il quale sarà maledetta dai posteri.